WU MING.
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L'ARMATA DEI SONNAMBULI.
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Parte 3.
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2014. Einaudi Editore, TORINO.
CODICE ISBN FONTE: 978-88-06-21413-5.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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SCENA UNDICESIMA.
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Ex machina.
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Fine settembre 1793.
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I.
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Gli avventori della Gran Pinta gli avevano regalato uno specchio. Strumento indispensabile per un attore solitario, e ancor pi per il nuovo Scaramouche, che non poteva chiedere a nessuno di dargli una sistemata prima di entrare in scena.
Uno specchio a figura intera, sontuoso, con la cornice in legno di mogano. Lo non aveva dubbi sulla sua reale provenienza: il saccheggio della villa di un nobile emigrato, regalo pi che adatto a un giustiziere di accaparratori.
Il suo costume doveva essere impeccabile, per impressionare al massimo l'unico spettatore ammesso alla recita: la vittima designata. Solo la cura dei dettagli permetteva al suo spettacolo di resuscitare nei racconti del giorno dopo, e di raggiungere cos il pubblico che meritava.
Si infil l'abito di cuoio, strinse il corpetto in cintura, calz guanti e gambali, controll che i nodi avessero un fiocco perfetto.
L'uomo da intimidire si chiamava Derobigny, grossista di sapone. Il nome glielo aveva passato un gruppo di lavandaie. L'accusa era pesante: non solo il tizio tratteneva la merce per poi lucrare sulla sua scarsit, ma offriva sconti per il pagamento in natura. Le donne si erano raccomandate di fargliela pagare anche per questo e Lo si era messo subito all'opera.
Non aveva indagato sulle reali colpe di Derobigny. Mettersi a fare lo sbirro non rientrava nelle sue mansioni.
- Io rappresento il popolo, - disse rivolto allo specchio.
I preparativi erano stati pi lunghi del solito. Ogni nuova azione andava curata meglio della precedente. Quel Treignac lo aveva messo sull'avviso: il tempo delle improvvisazioni era finito. Se voleva fare carriera nel Nuovo Teatro, doveva imparare a lasciar tracce solo nel cuore degli spettatori.
Prima cosa, studiare l'avversario. Derobigriy era un commerciante ricco, arrogante, ch andava spesso in giro con gecchi della sua risma e, soprattutto, in compagnia di una grossa pistola.
Lo si era fatto l'idea che l'attacco dovesse avvenire nel cuore della notte, mentre il suo uomo dormiva sonni beati.
Quindi era passato a studiare il terreno dello scontro.
L'appartamento si trovava al secondo piano di un palazzo borghese. Il portone d'ingresso presidiava via San Paolo. Dalla parte opposta, piccole finestre affacciavano su un vicolo stretto, destinato a morire pochi passi pi in l. Sotto la sporgenza del tetto, dal muro spuntava una trave, a sostegno della puleggia di una carrucola.
Lo aveva deciso che grazie a essa sarebbe intervenuto sulla scena ex machina.
Nel cortile della Gran Pinta sporgeva un montacarichi dello stesso tipo. Un intero pomeriggio passato a provare e riprovare il lancio, con una fune e un gancio da macellaio.
Il mattino dopo, allenamento intensivo di arrampicata su corda. Una volta in cima, non sarebbe stato difficile forzare la finestrella: aveva l'aspetto malconcio di uno sfiatatoio da sgabuzzino. Per stare sul sicuro, Lo s'era fatto prestare un ferro da Patrique il bottaio, che a quanto si diceva usava certi attrezzi per violare dimore, molto pi spesso e volentieri che per stappare barili.
- Io rappresento il popolo, - recit brandendo il piede di porco.
Si rese conto che la battuta si prestava a una doppia interpretazione. "Rappresentare il popolo" significava agire per suo conto, ma significava pure "metterlo in scena". Scaramouche interpretava ci che il popolo avrebbe fatto ai monopolatori, se solo avesse potuto colpire, lesto e impunito, come un uomo mascherato che ha il favore delle tenebre. Era quella, si disse, la forma di rappresentanza pi genuina, altro che elezioni, mandati e lunghe sedute fra quattro mura. Non era un caso se la rivoluzione aveva concesso agli attori il sacrosanto diritto di essere eletti. Tanti suoi colleghi, dopo la presa della Bastiglia, erano entrati nella guardia nazionale, suscitando lo sdegno di chi li chiamava "i commedianti combattenti". Gente gretta, vecchi cascami dell'antico regime, quando agli attori si rifiutava la sepoltura in terra consacrata. Ora invece, un saltimbanco come Collot d'Herbois sedeva alla Convenzione e l'intera Convenzione sedeva nella sala da spettacoli delle Tegolerie, un teatro da seimila posti.
- Io rappresento il popolo, - ripet in tono compiaciuto.
Si mise il mantello, alz il cappuccio, raccolse gli attrezzi in una sacca e usc nella notte.
Giunto nel vicolo che doveva servirgli da retropalco, si accorse che l'allenamento dei giorni precedenti aveva una pecca: la luce del sole. Senza quella, arpionare la fune al braccio montacarichi diventava tutta un'altra faccenda. Inoltre, quel culo di sacco era pure stretto, mentre Lo s'era esercitato a lanciare in un cortile, dove poteva permettersi gesti ampi e larghe sbracciate. Al primo tentativo, il gancio metallico rimbalz sul muro alle sue spalle e per poco non gli infilz il cappuccio come un amo da pesca. Un palmo pi in basso e l'arnese gli si sarebbe conficcato nella nuca. Lo immagin il suo cadavere, ritrovato all'alba nell'acqua di scolo, simile a un grosso cefalo catturato alla lenza, per di pi travestito da Scaramouche. Decise di dare meno gioco alla corda, prov una rotazione laterale invece che sopra la testa, e forse al decimo lancio riusci nell'impresa.
Saggi la tenuta del canapo con un paio di strattoni: reggeva. Sput sui guanti per migliorare la presa e inizi la scalata, puntellando i piedi contro la parete oppure sui nodi che aveva disseminato lungo la fune.
Gli doleva una spalla per il troppo lanciare, e anche la risalita fu pi faticosa che nelle prove generali.
Per fortuna, la finestrella si rivel scalcagnata come previsto e l'attrezzo di Patrique davvero professionale.
Scaramouche si cal la maschera, l'aggiust sul naso, spalanc l'infisso e atterr nell'appartamento dell'infame Derobigny.
Il buio non consentiva di guardarsi intorno, ma comprese lo stesso di trovarsi in un ambiente di dimensioni ridotte. L'odore di resina e carbone faceva pensare a un deposito di legna. Tutt'intorno silenzio, la casa dormiva.
Avanzando a tentoni, scopri sul muro di fronte la maniglia di una porta. La abbass e apr uno spiraglio. Una luce fioca si intrufol nella stanza. Allarg la fessura e inquadr una scrivania, una sedia, un candelabro con tre moccoli e due fiammelle. Spinse l'anta di qualche grado ancora, sporse l'occhio sinistro ed ebbe la conferma che la sala era vuota. Il ricco profittatore poteva permettersi di andare a letto dimenticandosi due candele accese!
Scivol nella penombra, strisciando lungo la parete, il piede di porco accanto alla gamba destra.
Raggiunto lo spigolo del muro, prese fiato e rote il collo per sciogliere i nervi.
Si affacci dall'altra parte.
Una mano gli afferr la spalla e lo scaravent a terra, colpi che dovevano essere calci lo raggiunsero alle costole e al bacino, tent di reagire, ma qualcuno gli strapp l'arma.
- Fermo o sparo!
Lo rivolse in alto lo sguardo e scorse tre sagome in piedi.
Nel corridoio alle loro spalle si apr una porta e ne usc un uomo che reggeva una lampada.
La luce pass di mano e fini a illuminare un viso, un braccio, una pistola..
- Treignac? - domand Lo ad alta voce, ma la domanda era rivolta a s stesso.
- Roland, i ferri, - ordin lo sbirro a uno degli attendenti.
Aveva un tono secco, definitivo, appena intaccato dalla stanchezza delle tre di notte. Lo comprese che nessuna scusa gli avrebbe evitato l'arresto. Eppure prov a giustificarsi.
- Derobigny faceva incetta di...
- Derobigny  in galera, - rispose Treignac. - Da ieri pomeriggio.
Lo accolse la notizia con una bestemmia. Gli misero i ferri ai polsi.
- Di che mi accusate? - domand allora. - Non ho rubato niente.
Lo sbirro cal su di lui come in picchiata. Strapp il mantello, agguant la maschera per il naso e gliela strapp dalla faccia. Lo si ritrov una pistola in mezzo agli occhi.
- Se Derobigny  un accaparratore lo decider il tribunale, - disse Treignac. - Tu invece andrai alla ghigliottina senza bisogno di processo.
- Alla ghigliottina? - strill Lo. - Ma siete impazzito?
Io sono un buon cittadino, un rivoluzionario.
- Tu sei un pagliaccio, - lo gel Treignac, - un pagliaccio che si  accaparrato il diritto di esercitare la giustizia. Dunque sei un accaparratore, e come tale sarai punito.
- Col cazzo! - sbav l'attore come un cane ringhioso. La sola idea della ghigliottina gli mandava il sangue al cervello. Sapeva che lo sbirro non poteva dire sul serio, che c'erano di mezzo gelosia e questioni personali, eppure in quei tempi sottosopra l'ipotesi del patibolo non era mai troppo remota. Per questo seguit a imprecare in maniera scomposta, con buona pace delle sue doti d'attore.
Treignac fece segno agli altri di mettere in piedi il prigioniero e portarlo via.
Poi raccolse la maschera di Scaramouche e se la leg in cintura come un trofeo di caccia.


2.

Di nuovo in una cella, e di nuovo l'assalto dei ricordi.
"Tu sei un pagliaccio", gli aveva detto Treignac.
"T' prpi un paiz!", gli aveva detto Mingozzi sette anni prima, soffermandosi sulla  mentre scuoteva la testa per l'ultima di tante volte, l'ultima sera che si erano visti. L'ultima sera a Bologna.
Ironia della sorte, era anche una delle ultime sere di carnevale, come nella commedia di Goldoni, quella che il maestro aveva scritto come addio a Venezia, prima di partire per la Francia.

Imparato che ebbe a difendersi, leggere, scrivere e far di conto, precisamente in quell'ordine, Leonida divenne l'aiutante del suo quasi padre. Mingozzi era tra i sessanta e i settantanni, et ragguardevolissima; il vecchio corpo girava ormai a rilento, gli occhi erano deboli, e il ragazzo gli faceva comodo: lo aiutava nelle faccende pi pesanti e andava in citt a fare commissioni. "M a fg ad ttt! Largo al fgtotum!", celiava Leonida mischiando petroniano e latinorum alla maniera di un personaggio di commedia che andava per la maggiore, al dutur Grazin.
Infatti, la passione per il teatro continuava ad ardere. Il ragazzo, ormai quasi uomo, aveva convinto il marchese Albergati a prenderlo come attore. Il pi delle volte era un semplice figurante, faceva la parte di un fattorino che entrava in scena, ne usciva e non si vedeva pi, oppure di un vendugliuolo che serviva una comare da dietro una bancarella, o ancora di un indistinto membro del popolino, sullo sfondo di una scena di piazza.
Leonida cominci ad approfittare delle commissioni in citt per assistere a spettacoli di strada e, ogni volta che poteva, alle prove delle compagnie teatrali. Quasi sempre le prove, mai le rappresentazioni, perch la sera non poteva trattenersi. Un'ora prima del tramonto, usciva dalla Porta Saragozza e si dirigeva verso Zola. E col passare degli anni, rincasava sempre pi a malincuore. Bologna lo attirava, con il suo sfarzo, i suoi palazzi, i portici affollati, le piazze piene di colori... E i mercati, le balle di pittoreschi personaggi e giovinastri sfrontati, le belle popolane...
Di gnocca ce n'era anche a Villa Albergati e dintorni, e Leonida non era un timido. Aveva gi avuto la sua bella parte d'incontri galanti con camerierine, lavandare, contadinelle, nei boschetti o nei fienili, persino qualche sveltina nelle stanze barocche della villa, le volte che s'intrufolava mentre una servetta rassettava. Cresciuto come il figlio di tutti, per Leonida erano tutte sorelle e sorelline, farci all'amore era un gioco.
Le donne di Bologna erano un'altra cosa, ben pi seria. Per un ragazzo di campagna erano una sfida, ogni sguardo era una promessa, un'allusione... O almeno cos sembrava a Leonida, che pi volte ebbe a fraintendere un'occhiata, una movenza, una parola a mezza voce, e si comport dal zanni che era, giocando un po' troppo di mano e ritrovandosi subito addosso il fratello, il padre o il promesso sposo infuriato di qualcheduna. A Dio piacendo, e per merito delle lezioni di vita di Mingozzi, nelle risse il giovane se la cavava bene, ma non poteva evitare di portare a casa almeno un segno della giornata: un'escoriazione, uno strappo alla camicia, un occhio nero.
A Mingozzi non piacevano punto quelle lunghe assenze, quel bighellonare in citt, e soprattutto quell'attaccare briga senza bisogno. Accoglieva Leonida con rimproveri rochi: "Hai fatto ancora a pacche con qualche 'sgraziato! Sei il bastone in culo della mia vecchiaia! E i soldi della paga? Li hai spesi ancora in vino e puttane? Ci hai pi di vent'anni e non hai ancora messo la testa a posto! Quand' che ti trovi una brava donna?"
Leonida era un giovane irrequieto, e non accettava pi di "stare al posto suo", ammesso e non concesso che l'avesse mai accettato. Una sera, aveva accusato il vecchio di essere cme al fatur ed Montag, ch'l insgnva d'arsparmir par spanndr l, ovvero: bella forza predicare di non divertirsi con le donne, lui che non s'era mai sposato e aveva sparso figli da Santarcangelo a Castelfranco.
Intanto gli anni passavano e, per la verit, Leonida a puttane ci andava ben di rado. Non ne aveva gran che bisogno: per le voglie della carne c'erano le "sorelle", e intanto faceva il galante, in cerca di un amore in nome del quale - lui, un orfano! - sfidare a tenzone il mondo. Un amore di quelli cantati dai trovadori. E sognava sempre di far l'attore, e per la verit lo faceva, grazie al marchese Albergati che adesso gli dava ruoli pi perspicui.
Quel che gli mancava, nell'andirivieni randagio tra Zola e Bologna, era la gloria. Oltre all'amore, naturalmente. Tutt'al pi gli capitava qualche amorazzo.

Le sbarre si schiusero di fronte a Lo dopo dieci giorni di gattabuia. Il massimo della pena per un'effrazione con scasso, comunque sufficienti per patire la fame, buscarsi un brutto raffreddore e rimediare la scabbia.
La guardia gli lanci un fagotto piuttosto pesante. L'abito da Scaramouche.
Lo protest: mancava la maschera.
- Quale maschera?
- Una maschera di cuoio con un grosso naso.
- Io non l'ho vista, - sorrise quello con aria sorniona. - E adesso muovetevi.
Il secondino lo scort lungo il corridoio, attraversarono un paio di cancelli e giunsero alla sala d'ingresso.
Ad aspettarlo c'era Treignac con altri due sbirri.
- Legategli i polsi, - ordin ai suoi.
- Che vi salta in mente? - scatt Lo. - Sono un libero cittadino, adesso.
- Al tempo, - lo ferm Treignac con la mano alzata, mentre gli attendenti procedevano nel lavoro con una grossa corda.
Lo li lasci fare, non voleva dare pretesti per ulteriori accuse, ma intanto sbraitava che era suo diritto sapere cosa lo aspettava e dove lo avrebbero condotto.
- In Piazza Rivoluzione, - fu la sola risposta. - C' una cosa che devi vedere.


3.

Nel cortile li attendeva un carro scoperto, di quelli che si usano per portare il fieno.
Sopra il carro, in mezzo ad altre guardie, c'erano due uomini vestiti di rosso. Lo li riconobbe entrambi.
Uno era Jean Derobigny, l'accaparratore di sapone.
L'altro era Henri-Charles Sanson, il boia di Parigi.
Lo senti lo stomaco stringersi, poi si disse che non potevano certo portarlo al patibolo cos, come se niente fosse, e d'altronde la camicia rossa non glieFavevano fatta indossare e nemmeno gli avevano tagliato i capelli come di consueto.
- Siete impazziti!? Sono appena stato rilasciato! - sgol, ma gli sbirri lo spinsero sul carro senza rispondere e il cocchiere spron i cavalli oltre il grande cancello.
Ad accoglierli in strada non c'era la folla delle grandi esecuzioni, giusto un piccolo drappello di lavandaie che salut Derobigny con insulti e sarcasmo. Lo intravide le donne che gli avevano suggerito il nome dell'accaparratore e per non farsi riconoscere si mise a sedere a capo chino. Di fronte a lui, Derobigny piangeva tutte le sue lacrime.
Il carro avanzava spedito, lungo un tragitto poco frequentato. Tra un sobbalzo e l'altro, Lo pens che Treignac, nella sua perfidia, gli aveva scelto proprio il giusto contrappasso: l'attore costretto a nascondersi, a provare vergogna di fronte al suo pubblico. Sicuramente in Piazza Rivoluzione ci sarebbe stata diversa gente di Sant'Antonio, avventori della Gran Pinta, forse pure Marie Nozire. Se ci avesse scommesso avrebbe fatto un affare, ne era convinto.
Senza sollevare la testa, di sottecchi vide apparire il patibolo. Nemmeno l sotto c'era una gran folla: poco meno di un centinaio e alcune facce note. In prima fila, donne intente ai lavori a maglia.
Il carro si ferm dietro la piattaforma della ghigliottina. Mezzo nascosto dalla macchina, Lo riemerse dalla sua postura ingobbita.
Il boia Sanson avverti il condannato che bisognava andare. Derobigny tent di darsi un contegno, ma era un'impresa improba: aveva la faccia incrostata, i capelli sconvolti, sembrava che lo avessero ucciso gi da un paio di giorni e tirato fuori dalla tomba per mozzargli la testa.
Giunto sul palco, non riusci a trattenersi e scoppi di nuovo a piangere gridando: - Piet!
La folla lo fischi come un figurante che sbagli la sua unica battuta. Lazzi e contumelie proseguirono finch Sanson tir a s una fune e la lama della ghigliottina sali nel telaio. Allora si fece silenzio su tutta la piazza, i fiati sospesi assieme al ferro. Gli aiutanti del boia fecero sdraiare il condannato, che ormai sembrava privo di volont, un pupazzo di carne e ossa. Fecero segno al loro capo che tutto era in ordine. Sanson moll la corda.
La mannaia venne gi ex machina come un antico dio della tragedia greca.
Il popolo consacr la sua prestazione con un applauso convinto.
Un'interpretazione secca, precisa, senza sbavature.
Dopo la quale il pubblico cominci a sfollare, volti felici e pacche sulle spalle.
Lo era trasognato, incapace di muoversi. Si senti afferrare per i polsi e un coltello tagli i legacci che li stringevano.
- Trovati un lavoro onesto. Oppure arruolati volontario.
Non c'era astio nel tono di Treignac. Non pi, adesso che aveva vinto. Dopo l'umiliazione poteva persino concedergli l'onore delle armi. Gli lanci la sua maschera. Lo la manc e dovette raccoglierla dalla polvere.
Si incammin verso il margine della piazza, ma quando fu all'imbocco della via, si ferm, come attirato indietro da una forza magnetica. Si gir a guardare ancora la ghigliottina, al centro della spianata..
Ecco un'attrice al cui cospetto ci si poteva solo inchinare. Un'attrice tlmente grandiosa da potersi permettere una spalla di prim'ordine: il boia Sanson; Capi di aver commesso un errore nel pretendere di recitare da solo. I grandi attori si riconoscono dai grandi gregari che porgono loro la battuta. Grazie al sostegno della sua compagnia di giro, Madama Ghigliottina rappresentava il popolo molto meglio del suo misero Scaramouche. E il popolo si era affidato a Scaramouche solo in mancanza della ghigliottina, fin tanto che la vera giustizia non si era abbattuta sui colpevoli, proprio come una compagnia si affida a un sostituto quando il suo mattatore  a letto con la febbre. Se la pena di morte per gli accaparratori diventava effettiva, allora il sostituto doveva scendere dal palco. Persino lo sbirro l'aveva capito e, con la pedanteria del poliziotto, aveva tenuto a farlo capire anche a lui.

Estratto da
LETTERA A DESFONTAINES
di Philippe Pinel

Parigi, 27 novembre 1784

Bisogna che vi dica ancora una parola sul magnetismo, per quanto sia ormai in declino, soprattutto nello spirito della gente sensata, dopo il rapporto dei commissari dell'accademia e della facolt. Ci sono state repliche, si sono moltiplicate le brochures; ma, per sfortuna degli autori, la maggior parte di questi libri non vengono letti. Il governo desidera da tempo che il pubblico sia illuminato rispetto a questa sorta di mania, che  diventata di moda solo grazie al credito dei suoi partigiani. Alla fine, penso che il colpo di grazia glielo stiano dando mettendola in scena. Agli Italiani si rappresenta una pice intitolata I dottori moderni, nella quale Mesmer, il capo della setta,  interpretato con una leggerezza e una facezia deliziose; si scoppia a ridere nel mezzo dello spettacolo e se voi foste qui, trovereste un rimedio sicuro contro la melancolia. Nulla sembra costernare i mesmeristi pi di questa botta; ciononostante, tra le signore permane uno zelo estremo per questa nuova medicina; e siccome servono certi tocchi e un certo industriarsi da parte del medico che magnetizza, esse trovano il tutto assai piacevole; io stesso ho voluto imparare il segreto, per capire di che si tratta: ho frequentato le tinozze e ho persino magnetizzato nello studio del signor Deslon per circa due mesi. Ci ha prodotto qualche piccola avventura galante, e cos, quando la ragione s'addormenta, ho una qualche inclinazione a prescrivere alle signore l'affascinante manovra del magnetismo. Gli uomini, invece, li respingo tutti con durezza e li spedisco in un magazzino di farmacia. Per il resto, rideremo di questa faccenda quando sarete qui.





SCENA DODICESIMA.
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Il castigamatti.
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Fine settembre 1793.
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I.
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Le urla si propagarono a catena per tutto il padiglione. Ognuno le ripeteva, le amplificava, trasmettendole un poco pi in l. Quando raggiunsero Laplace, questi balz dalla branda e guadagn il corridoio, mosso da un presentimento orribile. Da quando aveva ricominciato a magnetizzare, le sue percezioni erano amplificate, esaltate dall'attivit stessa, e ora in lui montava la sensazione che qualcosa di irreparabile si fosse compiuto.
Risali la catena delle urla, passando davanti alle porte degli alienati che sbraitavano. Pi si avvicinava all'epicentro, pi il presentimento si faceva forte e lo istigava a correre. La corsa si interruppe sulla soglia del dormitorio, davanti alla mole dell'inserviente tarchiato con il naso all'ingi, che impedi a Laplace di proseguire.
- Lasciatemi passare! Cos' successo? - intim Laplace.
L'espressione stolida dell'uomo non mut, come avesse parlato al vento.
Laplace lo fiss negli occhi, quindi gli pos le dita di una mano sulla fronte e quelle dell'altra sul gomito.
- Fammi passare, - disse in tono fermo.
L'uomo si spost di lato.
Oltre la soglia del refettorio, la scena che si par davanti agli occhi di Laplace lo lasci sconcertato.
Prima di tutto vide la matassa di riccioli biondi di Malaprez. Si agitava, come una criniera, in mezzo a tre inservienti nerboruti. Le urla provenivano dalla caverna nera aperta nella faccia paonazza. Come se Malaprez non fosse pi in grado di chiudere la bocca, i suoni uscivano continui, fino a quando non perdeva il fiato e doveva fermarsi per poi ricominciare. Uno degli energumeni lo teneva bloccato contro il muro con il castigamatti, un semicerchio di metallo attaccato a un lungo manico di legno. Gli altri due gli avevano infilato la camicia di forza e stavano legando le maniche dietro la schiena. Laplace ebbe l'istinto di intervenire, ma si ferm, capendo che rischiava d'essere travolto.
Poi not l'uomo a terra. Era steso sulla schiena, il viso reclinato verso di lui, gli occhi chiusi. Lo riconobbe: era Cabot, il folle che Malaprez aveva neutralizzato in cortile tempo prima, rimediando una badilata sulla spalla. Era stato lui, Laplace, a ordinargli di farlo.
Su Cabot era proteso il governatore Pussin. Laplace lo raggiunse.
-  morto? - chiese.
Pussin rispose senza guardarlo in faccia.
- No.
Laplace fece qualche passo verso Malaprez, che nel frattempo era finito a terra, sotto il peso dei due inservienti.
- Lasciatelo! - disse, provando a sovrastare le urla disperate di Malaprez. - Lasciatelo a me!
Cerc lo sguardo di Malaprez, ma il giovane aveva gli occhi spiritati, la bava alla bocca, e perdeva sangue da un orecchio; non c'era verso di tentare una magnetizzazione. Laplace si risolse a provare lo stesso, ma sent una presa forte sulla spalla che lo tirava via.
Si volt con uno scatto di rabbia, solo per trovarsi faccia a faccia con Pussin.
- Voi non dovete stare qui, - intim il governatore. - Tornate nel vostro alloggio.
- Posso calmarlo, - protest Laplace. Ma la presa di Pussin si fece pi forte, si senti tirare lontano e la rabbia mont fino a soverchiarlo. - Posso calmarlo, vi dico!
Il suo urlo si mescol a quello di Malaprez e vide avvicinarsi l'inserviente dal naso all'ingi. Smise di opporre resistenza e si lasci spingere verso la parete, dove una grossa mano lo tenne bloccato, premendogli sul petto.
Osserv Malaprez che veniva trascinato via di peso. Quindi fu il turno di Cabot, ancora tramortito.
Solo allora Laplace tent di attirare l'attenzione di Pussin.
- Volete dirmi cosa  successo, in nome di Dio?
Il governatore si concesse un sospiro, che parve dargli assai poco sollievo.
- Cabot ha aggredito Malaprez. Immagino volesse vendicarsi. Lo ha colpito alla testa con un mattone. Deve essere riuscito a grattarlo via dalla parete della cella. Malaprez ha reagito e ci  mancato poco che lo ammazzasse.
- Dunque per difendersi... - disse Laplace.
Pussin guard verso la porta che aveva inghiottito i due alienati. ' *
- La responsabilit  solo mia -. Poi si rivolse all'inserviente: - Accompagnalo al suo alloggio.
Mentre lo riportavano indietro, Laplace disse ancora qualcosa.
- Fatemi parlare al nuovo dottore.
Non ottenne risposta. Pussin si limit a guardarlo allontanarsi, inespressivo, le spalle curve.
Il padiglione sembrava essersi acquietato. Passando accanto alla cella di Malaprez, Laplace sbirci attraverso la finestrella e lo vide, legato e imbavagliato. Produceva un muggito sordo, si agitava e sbatteva i piedi contro il muro. Mesi di lavoro andati in fumo, pens Laplace. L'inserviente lo spinse avanti ed ebbe l'istinto di girarsi di scatto e colpirlo.
Si trattenne e poco dopo si ritrov sulla branda. Prima che la porta si chiudesse, disse:
- Riferite che voglio un colloquio con il dottor Pinel.
Non ottenne risposta.

Trascorse una notte agitata, scandita dall'ululato basso e continuo di Malaprez, nella cella accanto. Si addorment soltanto poco prima dell'alba e quando si svegli, a colpirlo fu il silenzio. Usc in fretta dall'alloggio. Lo spioncino di Malaprez era aperto e pot sbirciare dentro. La cella era vuota.


2.

- Buongiorno, cittadino Laplace. Prego, sedete.
Philippe Pinel stava scrivendo con una lunga penna d'oca su un taccuino fitto di appunti. Sul naso - un naso che puntava in basso, non proprio ricurvo, ma certo non elegante -aveva piccoli occhiali a molla, che appoggi con delicatezza sul tavolo, non appena ebbe terminato di scrivere.
- Avete chiesto di vedermi, dunque.
Laplace non parl subito, si diede qualche istante per studiare la fisionomia del dottore. Il loro primo incontro era stato troppo fortuito e affollato perch potesse inquadrarlo bene, mentre ora, nella quiete e nella solitudine dello studio, poteva cogliere ogni inflessione della voce, ogni ruga del viso, e soprattutto l'espressione. L'ampia fronte, gli occhi tondi e il lieve sorriso gli davano un'aria amichevole. Eppure dietro quell'apparenza c'era qualcosa che Laplace, senza sapere bene perch, avrebbe paragonato al nocciolo dentro un frutto maturo. Qualcosa su cui, con un morso troppo disinvolto, ci si sarebbe potuti rompere i denti.
- Riguarda Malaprez, - disse.
Pinel non batt ciglio.
- L'avete fatto trasferire in un'altra ala dell'ospedale, -aggiunse Laplace.
- In effetti  cos.
- Posso chiedervi perch?
- Per allontanarlo da voi.
La risposta raggiunse Laplace come una stilettata e capi che le sue impressioni erano giuste. Dunque ecco un avversario. "Alla buon'ora", sussurr la voce della mente, ma seguit a intimargli di stare attento.
- Capisco, - disse con una flemma forzata. - Forse non vi hanno informato del fatto che sono stato io a recuperare Malaprez ai modi civili. Io l'ho fatto rinsavire.
Si zitt, in attesa della replica, che non tard ad arrivare.
- Il governatore Pussin mi ha aggiornato sul suo caso, si. E anche sul vostro Il tono non era minaccioso, non ne aveva bisogno. -  vero che avete ammansito Malaprez, -riprese il dottore. - Ma non lo avete curato, tantomeno lo avete guarito.
- Non  il risultato pratico che conta? - domand Laplace. - Si esprimeva a grugniti e adesso parla.
- Per la verit, dopo l'aggressione  tornato ai grugniti
Il tono di Pinel era vagamente paternalistico. - Lo avete scatenato contro un altro paziente, e questo gli  gi costato una brutta lussazione. Quando quest'ultimo si  vendicato, cercando di sfondargli il cranio con un mattone, Malaprez  ripiombato nello stato precedente al vostro... come devo chiamarlo? Intervento? Trattamento?
Laplace congel la rabbia dentro di s, capendo che Pinel tentava di provocarlo, perch sapeva. Si, lui sapeva.
- Lasciate che lo incontri. Lo riporter alla normalit in poco tempo. Potrete constatarlo voi stesso.
Il sorriso di Pinel si fece bonario e ancora pi irritante.
- Non posso accontentarvi. Malaprez  un ospite di questo ospedale e come tale  sotto la mia responsabilit. Non credo che gli abbiate fatto del bene. Come non l'avete fatto ai vostri Marat.
- Voi negate l'evidenza, - sibil Laplace stirando un sorriso nervoso.
- E voi siete un ipocrita, cittadino Laplace, - ribatt Pinel senza astio. - I trattamenti magnetici ai quali sottoponete queste menti semplici sono utili a suggestionarle, forse anche a soggiogarle a una forte personalit come la vostra. Il mio compito  invece guarirle. Soltanto guarendo dal male l'uomo pu essere libero.
Ecco, pens Laplace, i giochi sono scoperti, le carte sul tavolo. Non c'era pi nulla da celare, si trovava davanti a una volont forte quanto la propria. Di fronte a s aveva il Nemico. E meritava un'ultima sentenza.
- Non tutti possono essere guariti. Il male  una realt eterna, - disse.
- Nondimeno, combatterlo con ogni mezzo necessario  mio dovere, - replic con la stessa flemma Pinel. - Il mio, non il vostro, - aggiunse. - Io sono il medico, voi siete un paziente. Peraltro, mi risulta che siate entrato qui di vostra spontanea volont. Dunque volontariamente potete anche andarvene, se non approvate le mie scelte terapeutiche o la mia filosofia.
Laplace serr la mandibola. Si alz e accenn un inchino, quindi lasci la stanza.


3.

Non aveva alcuna intenzione di liberare il campo. Non per il momento, almeno. A tempo debito l'avrebbe fatto, ma adesso che aveva trovato Pinel, non se lo sarebbe lasciato sfuggire tanto facilmente. Sentiva di dover ringraziare la sorte perch gli aveva offerto un avversario con cui cimentarsi. Era l'occasione di mettersi alla prova, prima di ritornare nel mondo. Non si era sempre ripetuto, in quei lunghi mesi, che Bictre altro non era se non lo specchio della Francia? Si sarebbe temprato sotto quello sguardo da padre Prometeo e avrebbe portato a termine la preparazione sotto il suo brutto naso.
Il programma che si prefiggeva era come la nuova costituzione repubblicana: difficile da attuare, una sfida alla storia, Avrebbe cominciato subito, riducendo al minimo i contatti con gli altri degenti, affidandosi alla meditazione e agli esercizi spirituali. E poich il corpo doveva mantenersi in forze, avrebbe praticato gli esercizi ginnici un'ora prima dell'alba, nel suo alloggio, e marciato per almeno tre leghe al giorno. Circa trenta giri del perimetro del cortile.
Fu durante una di quelle camminate, tre giorni dopo il suo colloquio con Pinel, che rivide spuntare tra i visitatori il cappellaccio nero di La Corneille. Lo aveva convocato tramite un semplice biglietto in codice, affidato a un fornitore che faceva la spola con Parigi.
Senza darlo a vedere, si compiacque della sollecitudine del sottoposto.
- Mio signore... - lo salut La Corneille ingobbendosi dentro il pastrano. La faccia di teschio pareva ancora pi mostruosa del solito, forse per via dell'eccitazione che lo pervadeva.
- Accompagnami, - ordin Laplace senza smettere di camminare di buon passo.
La Corneille arranc al suo fianco.
- Avevate ragione, mio signore. Hanno cominciato a scannarsi tra loro. Dopo i girondini  toccato agli arrabbiati e ai caporioni del comune di Parigi. Robespierre non tollera concorrenti.
Ricevette un pugno sulla spalla e rincul, ingobbendosi ancora di pi.
- Non capisci! - esclam Laplace. - Robespierre non aspira ad alcun primato se non a quello della Repubblica. Non vuole niente per s, tutto per la Francia. E precisamente ci su cui puntiamo. Il prossimo bersaglio sar Danton.  un intrigante e un corrotto, ma  anche l'eroe del 10 agosto.  perfetto per una catarsi collettiva.
- Una... catarsi, mio signore? - chiese La Corneille.
- Lascia perdere. L'importante  che le cose procedano verso il loro necessario epilogo. E noi saremo pronti -. Laplace non accennava a rallentare. - Ascoltami bene. Devi cercare gente in gamba e determinata, che creda nella causa di una Francia nuovamente monarchica. Gente che non si faccia scrupolo di fare ci che andr fatto. E che siano pochi. Per ora.
La Corneille aveva il fiato grosso e le guance da grigie erano diventate gialle.
- Sissignore.
- Guardali negli occhi e leggici la tua stessa disperazione. Sar la nostra migliore alleata. Offri loro una speranza. Meglio: un'idea.
- Una sola, mio signore?
- Una  pi che sufficiente, se  quella giusta, - sentenzi Laplace.
La Corneille ansim, tossi, ma non smise di seguirlo.
- Quale idea?
Laplace si decise a rallentare.
- Vendetta.
Un ghigno che ra un misto di stanchezza e soddisfazione storpi la faccia mutilata di La Corneille.
- Vorranno sapere chi siete... e cosa dovranno fare.
- A suo tempo, - rispose Laplace. - Per ora dovranno limitarsi a osservare. Ogni dettaglio potr tornare utile, anche la cosa meno importante. Che esercitino la vista e la pazienza.  questa la devozione. Allontana i frettolosi -. Afferr La Corneille per il bordo del cappotto. - Scegli bene. Non cerco filosofi, ma soldati.
- Fidatevi di me, signore.
Laplace lo lasci.
- Va', ora.
Rimasto solo, acceler il passo e riprese a contare i giri del cortile, mentre lo sguardo si spostava verso l'alto, al secondo piano dell'edificio sul lato nord, dov'era lo studio di Pinel.
Gli piacque immaginare che il direttore lo stesse guardando e potesse leggere la sfida nei suoi occhi.

Estratto da
MEMORIE PER SERVIRE ALLA STORIA
E ALLO STABILIMENTO DEL MAGNETISMO ANIMALE
di Armand-Marie-Jacques de Chastenet de Puysgur (1784)

La scorsa primavera, il mio trattamento si faceva attorno a un albero: il movimento vegetale, allora, aggiungeva una forza in pi all'elettricit animale, e da questa azione combinata risultavano effetti pi dolci e pi soddisfacenti per chi vi si sottometteva: nessuna convulsione; oppure, se capitava che alcuni malati, alla prima esperienza, provassero dei tremori, era sufficiente un leggero tocco da parte mia, per liberarli una volta per tutte.
Parlando del mio trattamento magnetico-vegetale, non posso esimermi dal menzionare il sig. Bertholon, dell'accademia di Montpellier, che ha cos ben trattato l'elettricit dei vegetali e ci ha fornito istruzioni assai ingegnose per trarre l'aria deflogisticata dalla traspirazione di foglie fresche esposte al sole. Se avesse fatto un passo in pi, avrebbe visto che quest'aria deflogisticata  precisamente quella parte del fluido universale che viene modificata dai vegetali per formare e nutrire il loro organismo; & che in questo consiste la sola causa dell'effetto salutare che egli sentiva, con tanta precisione, risultare dalla loro comunicazione con gli animali.
Riconoscendo che quest'aria deflogisticata  il principio dell'aria respirabile, che le acque che ne contengono sono le pi salubri, che senza quest'aria non ci sarebbe n combustione n calore, n vegetazione e nemmeno vita nella natura; come pu essere accaduto che gli studiosi non abbiano concluso che esiste un fluido universale? Con un po' meno d'amor proprio, uomini di cotanto genio non avrebbero potuto esimersi dal riconoscere che il sig. Mesmer aveva messo loro davanti agli occhi la sola caus degli effetti da essi cos giustamente riconosciuti.

SCENA TREDICESIMA.
...
.
...
Jean del Bosco.
...
Fine estate 1793
...
I.
...
"Torniamo a Parigi", aveva detto Radoub, e D'Amblanc si era mangiato ogni obiezione.
Fosse stato solo per le fitte che lo tormentavano, avrebbe stretto i denti e portato a termine l'indagine, ma la combinazione tra i suoi mali e quelli dell'Alvernia rendeva la permanenza troppo pericolosa. Restare significava mettere a repentaglio la vita di sei persone. Feyfeux e lo Sfregiato, per di pi, dovevano rientrare a San Martino entro la fine della settimana, "in tempo per la raccolta delle castagne", avevano dichiarato, ma a giudicare dal colore acerbo dei ricci sugli alberi, ben altre preoccupazioni li spronavano verso casa.
Viaggiarono per due giorni sotto una pioggia ininterrotta, cercando riparo solo per dormire e consumare i pasti. In quelle rare occasioni, D'Amblanc tirava fuori dalla bisaccia il suo taccuino, rileggeva gli appunti, e con un mozzicone di matita tracciava la bozza della sua relazione a Chauvelin.
Nole Chalaphy. di anni diciannove, residente a Manorba, sottoposta in tenera et alle cure magnetiche del cavaliere d'Yvers, per via di un malessere definito dalla madre: "vuoti di memoria". Una volta cresciuta, diventa sonnambula e un prete costituzionale abusa di lei.
Il terreno allagato costrinse il drappello a lunghe deviazioni. Ruscelli e pantani si mangiavano sentieri, vigne e bocconi di foresta. Valanghe di fango scendevano dalle montagne come predoni all'assalto. Giunti al fiume Allier, dovettero sganciare una cifra esorbitante per convincere il traghettatore ad affrontare la piena.
Sotto gli abiti fradici, D'Amblanc sentiva il corpo farsi sempre pi rigido, la pelle tesa come sopra un tamburo, eppure il dolore sembrava essersi attenuato, lavato via da quell'acqua di temporale, che forse conteneva l'elettricit del fulmine.
Tuliette Tourlan, di anni ventotto, residente a Malacarne, sottoposta dalTYvers a esperimenti di sonnambulismo per ragioni non meglio chiarite. Parlano di Dio. La donna rimane incinta di "un angelo", che forse  il medesimo Yvers. La figlia, Margot Tourlan, di anni sette, viene a sua volta posta nello stato di sonno indotto dalla stessa madre, che le suggerisce visioni e profezie. La bambina sostiene di parlare con la "Signora Bianca" e i compaesani si convincono che veda la Vergine Maria. Su istigazione della Vergine, gli abitanti del villaggio uccidono il sindaco e il parroco nominato dalla Repubblica. Madre e figlia sono verosimilmente decedute nel cannoneggiamento del villaggio di Malacarne da parte del battaglione del generale Nanterre.
D'Amblanc si domandava se quei pochi elementi avrebbero soddisfatto l'appetito di Chauvelin. Un viaggio di tre mesi, tre uomini di scorta, centocinquanta leghe da Parigi. Una cartella con tre fascicoli, tre casi sospetti, il presentimento di un abuso della credulit popolare per scopi reazionari. E come unico risultato, due conferme di scarsa utilit: si, due casi su tre nascondevano in effetti l'attivit di un magnetista, il signore d'Yvers. E si, in un caso su tre il magnetismo aveva contribuito ad allontanare il popolo dalla fedelt alla Repubblica, ma la minuscola controrivoluzione era terminata sotto le macerie di Malacarne, e una fitta foresta l'aveva tenuta isolata dal resto della regione.
Inoltre, era davvero colpa del magnetismo, per quanto mal praticato e sviato? Per dispiegarsi, la controrivoluzione non aveva certo bisogno di streghe e profetesse. D'Amblanc continu a scrivere.
La situazione politica della regione  talmente esplosiva che un agente straniero o della nobilt non avrebbe alcun bisogno di ricorrere al magnetismo per diffondere credenze stravaganti e superstizioni, che a loro volta istighino il popolo contro la Repubblica. L'eloquio di un avvocato di provincia ha radunato migliaia di uomini sotto le insegne dell'esercito cristiano del Mezzogiorno. Qualunque sermone di un prete refrattario pu ottenere, in queste terre, risultati preoccupanti e sollevamenti reazionari. Dunque, mi domando, perch utilizzare metodi occulti, quando si possono raggiungere gli stessi risultati con minore fatica? Ho l'impressione che, in Alvernia, le pratiche magnetiche dei controrivoluzionari siano davvero l'ultimo dei problemi.
Tir una riga storta su quelle poche frasi. Non spettava a lui trarre conclusioni sul senso della missione. Non sul senso che questa poteva avere per la Francia o per il comitato di sicurezza. Tutt'al pi poteva sforzarsi di comprendere quale significato avesse per i suoi studi.
Padre Clment, Juliette Tourlan e sua figlia Margot erano morti. Il cavaliere d'Yvers aveva lasciato l'Alvernia nell'89 e nessun tribunale avrebbe potuto accollargli gli eventi di quattro anni dopo. D'Amblanc avrebbe fatto volentieri due chiacchiere con l'ideatore di quegli irresponsabili esperimenti. Che aveva fatto - o non fatto - perch avessero conseguenze simili?
Sulla scorta del marchese di Puysgur, D'Amblanc aveva sempre ritenuto impossibile magnetizzare un individuo contro il suo libero arbitrio e senza la sua collaborazione. Ma il discorso cambiava per bambine piccole com'erano state Nole e Juliette: un bambino  facilmente suggestionabile anche senza ricorrere al magnetismo. Con l'aggiunta di quest'ultimo, diviene creta nelle mani di un vasaio. Magnetizzando quelle bambine, il cavaliere d'Yvers aveva soltanto malpraticato, agito senza criterio, o aveva inteso fare il male?
In ogni caso, un individuo del genere sarebbe stato meglio in prigione. A piede libero, poteva rovinare la vita di molte altre persone.
Tuttavia, le preoccupazioni di D'Amblanc non erano certo le stesse del comitato di sicurezza generale. Chauvelin non avrebbe avuto n sobillatori n pericolosi intrighi da presentare ai superiori come brillanti prodotti dell'indagine alverniate.


2.

Il pomeriggio del terzo giorno il diluvio termin. Il sole asciug l'umidit e le fitte tornarono a farsi sentire, come se la schiena avesse dovuto scaricare di colpo la tensione accumulata. Brividi di febbre si aggiunsero ai tremori che martoriavano il corpo di D'Amblanc.
Radoub scrut il cielo e domand allo Sfregiato quanto poteva mancare prima del villaggio di Clignat.
- Almeno cinque ore, - fu la risposta, e subito il sergente cominci a guardarsi attorno in cerca di una radura dove passare la notte.
La trov all'ombra di un faggio secolare, coperto di muschio e grossi nodi, un antico pachiderma con mille occhi e la pelliccia verde. Nessuno si lament per la sosta all'addiaccio: dopo l'incubo di Malacarne, la prospettiva di dormire al coperto non era pi cos allettante.
Poulidor prepar a D'Amblanc un giaciglio comodo e lo aiut a sdraiarsi, come se avesse per le mani una statua di porcellana. Thuillant accese il fuoco, mentre lo Sfregiato accumulava una catasta di legna asciutta.
Radoub e Feyfeux stesero le mani in direzione delle fiamme, per scaldarle a dovere prima di massaggiare il malato.
Le loro cure, per quanto goffe, riuscivano a infondergli un certo sollievo, e i risultati miglioravano con la pratica, giorno dopo giorno.
D'Amblanc punt gli occhi alle stelle, oltre i rami del faggio. Riconobbe la costellazione di Cassiopea, ma c'erano molte pi luci di quelle che aveva imparato a congiungere. Astri di terza e quarta grandezza, che nel clima umido di Parigi nessuno era in grado di vedere. L'aria era tersa, e il vento aveva spinto le nubi sopra i crinali delle montagne. Dalla sua posizione, D'Amblanc ne scorgeva le cime, disposte a ferro di cavallo di fronte a s. L'intero paesaggio sembrava la scenografia per un'apparizione divina, col faggio colossale a fare da catalizzatore. Decine di alberi come quello, in tutta la Francia, partorivano ogni anno santi, madonne, demoni e fate.
- Siete pronto per il vostro massaggio? - la voce di Radoub distolse D'Amblanc dalla contemplazione, ma la domanda non ottenne risposta. Quel che ottenne, invece, fu di suggerire al dottore una strana coppia di idee: la terapia magnetica e l'albero della vita.
La coppia, a dire il vero, non gli suonava n strana n nuova, e D'Amblanc ricord subito dove l'aveva incontrata: nelle memorie scientifiche di Puysgur.
Il marchese raccontava di aver usato il grande olmo nella piazza di Buzancy per magnetizzare una folla di centoventi persone. Aveva attaccato ai rami lunghe funi di canapa e i pazienti le avevano afferrate, formando catene umane. Quindi Puysgur aveva caricato di fluido il tronco dell'albero, trattandolo come un individuo in carne e ossa. I partecipanti all'esperimento ne avevano tratto un grande benessere, e l'albero era rimasto attivo per un'intera settimana, durante la quale chiunque vi si appoggiasse per una decina di minuti ne ricavava benefici duraturi.
- Oggi vorrei tentare un metodo nuovo, - disse infine D'Amblanc, e prese a istruire gli uomini su come attrezzare la scena, sforzandosi di ricordare bene le parole di Puysgur. La pratica del magnetismo vegetale, infatti, gli era nota soltanto per via indiretta, attraverso gli scritti e le spiegazioni del maestro. A Parigi, dove il marchese incontrava i suoi discepoli, non c'erano alberi adatti per tentare l'esperimento, e le risate dei curiosi avrebbero interferito con il passaggio del fluido. Puysgur aveva promesso a D'Amblanc di mostrargli "l'albero della vita" in occasione di una visita a Buzancy che alla fine, per un motivo o per l'altro, non s'era mai organizzata. Poi la rivoluzione aveva trasformato l'olmo di Puysgur in un "albero della libert" e da quel momento, sotto i suoi rami, si erano tenute assemblee di popolo e non pi terapie collettive.
D'Amblanc si alz in piedi e controll che il faggio fosse attrezzato a dovere. Poulidor era salito sulle spalle di Thuillant e stava legando a un ramo l'ultimo tratto di corda. Nessuno degli uomini sembrava sorpreso dal rituale che andavano allestendo. Mesi di viaggio con un medico mesmerista li avevano abituati a quel genere di stranezze. Il fatto poi che il medico fosse anche sofferente e sottoponesse alle cure prima di tutto s stesso aumentava la considerazione che avevano di lui. Come novelli Cristofori portavano in missione un Cristo laico, guaritore e martire al tempo stesso.
D'Amblanc estrasse dalla bisaccia due barre di rame e ordin a Feyfeux di conficcarle nel tronco dell'albero, in corrispondenza di nodi o crepe della corteccia. Quindi gli mostr come afferrarne le estremit e lo invit a concentrarsi, a immaginare un flusso di energia benefica che dalle sue mani si trasferiva al faggio. Dopo giorni di convivenza, D'Amblanc aveva scoperto che l'alverniate era il pi predisposto alla terapia magnetica. Non aveva soltanto un'ottima salute e un fluido in perfetto equilibrio, ma quando lo si coinvolgeva nella cura, eseguiva con grande naturalezza anche gli ordini pi bizzarri, quasi avesse un'innata consuetudine con certe pratiche mediche.
Appena Feyfeux prese posizione, D'Amblanc afferr un capo di corda e se lo annod stretto intorno alla vita. Quindi preg gli altri quattro, a coppie, di afferrare due funi e di sistemarsi opposti rispetto al tronco.
- Ora chiudete gli occhi, - disse, - e immaginate di guarirmi dal male con la sola forza della vostra volont. Dovete volere il mio bene e credere che questo possa farmi stare meglio.
Detto questo, anche D'Amblanc chiuse gli occhi e disegn con la mente l'immagine dell'albero che si caricava di un fluido verde, caldo e buono, e attraverso la corda glielo iniettava nella schiena. Avverti i sintomi del sonnambulismo artificiale farsi strada nelle membra, e ne assecond la spinta. Un'onda spumeggiante di energia vitale lo trascin lontano, come in un dolce naufragio.

Fu la voce di Feyfeux a ridestarlo dal sonno.
- Mi dispiace interrompere, dottore, ma vi dovete svegliare.
D'Amblanc apr gli occhi. Non aveva idea di quanto tempo fosse passato, ma intanto la luna era sorta e spiccava alta nel cielo.
Di fronte a lui, a una decina di passi, sei uomini di et molto diverse lo fissavano in silenzio, torce in una mano  schioppi a tracolla.
- Gli altri non si svegliano, - sussurr Feyfeux, indicando Radoub e Poulidor che dormivano tenendosi per mano.
D'Amblanc gli ordin di sciogliere le corde, quindi si mise in piedi. Solo allora uno dei nuovi arrivati si stacc dal gruppo e avanz verso di lui.
Nel mentre, D'Amblanc cercava le parole pi giuste per far capire a quella gente che quanto avevano visto non era stregoneria.
L'uomo per stese la mano, si present come Michel Eglizot, e parl in un misto di francese e alverniate.
- Abbiamo veduto il fugo, e sem ven a controlla, - disse, quindi tocc a D'Amblanc fare le presentazioni e mostrare le credenziali del comitato di sicurezza.
Michel Eglizot rimase piuttosto impressionato nel vedere il documento col sigillo della Repubblica. Ci pass sopra il dito e lo studi con deferenza alla luce della fiamma.
- Abitiamo a dusento passi, - disse alla fine, - e abbiamo el granaro da sistemare per vossia. I  aiga nel pozzo e una stabla per le bestie. Qui non  tanto bene dormire.
Prima di valutare la proposta, D'Amblanc domand quale pericolo ci fosse.
- Pericolo no, ma forse fastidi. Jean del Bosco viene magari a flirtarvi le cose, disturba i cavalli, ve tiene tutti desvegli. Ma no  cattivo, solo selvatico, comprend?
D'Amblanc rispose che no, non ci aveva capito gran che, e l'uomo spieg che il bosco era la dimora di questo Jean, un ragazzo selvaggio che disturbava gli intrusi.
I volti di Radoub e Poulidor emersero dal buio alla luce della torcia. Avevano gli occhi acquosi di chi ha visto in sogno una terra di latte e miele. D'Amblanc li mise al corrente della situazione e il sergente disse che per gli animali, dopo tutta la pioggia degli ultimi giorni, una stalla calda, fieno e ferri nuovi erano manna dal cielo, la garanzia di una migliore tenuta per le tappe a venire. Allora ringrazi per l'offerta e and a preparare il bagaglio.
Nel piegarsi a terra per raccogliere la coperta, senti la schiena assecondare il movimento come non gli accadeva da settimane, e decise di appuntarsi quanto prima i dettagli della terapia che aveva appena sperimentato.
Una volta a Parigi, avrebbe scritto a Puysgur, per illustrargli i risultati e le circostanze della sua prima magnetizzazione vegetale.


3.

Il mattino seguente, dopo un'abbondante colazione, D'Amblanc era intento a scrivere sul taccuino, mentre gli uomini della scorta preparavano i cavalli. Stava seduto su una panca contro il muro della stalla, quando Michel Eglizot usc dall'edificio principale e gli and incontro attraverso la corte, accompagnando per mano un ragazzo sulla quindicina.
- Voi me dovete scus, - disse l'uomo levandosi il cappello, - ma avante che and via, ve debbo dimand un favore.
D'Amblanc alz gli occhi dal taccuino e se lo chiuse sulle ginocchia.
- Dite pure.
- Questo me fiolo, - disse indicando il ragazzo, - soffre di un male al petto, terribile. Sem and fino a Riom, dal medico, ma no i sta nen da f. Allora ve volea dimand se voi gli potete f una delle vostre cure, come iersera.
D'Amblanc stava per domandare ragguagli sui sintomi del male, ma di colpo si ferm, strinse gli occhi e pose un'altra questione.
- Voi come sapete che quanto avete visto ieri  una pratica terapeutica?
- Una che?
- Si, insomma, una cura, un modo per guarire la gente.
Michel Eglizot parve stupito dello stupore di D'Amblanc.
- Me anca ho fat una cura ins, per via de un mal de cistoma. Me durava da tutt'un anno e il signore me l'ha arsan in una smana.
- Il signore? Quale signore? - domand D'Amblanc, ma gi immaginava la risposta.
- Adesso lo si deve nomin "cittadino", ma allora l'era il signor d'Yvers. La me familha travagliava per lui, come taglialegna e guardacaccia. E tra tutte le cose buone che ha fat la revolusi, questa  propi l'unica che ci angustia, che quando il re ha riunito gli stati generali, el cavaliere l' 'nd via, e noialtri avem pardu quello che ci sanava i mali.
D'Amblanc aveva riaperto il taccuino e si era rimesso a scrivere, frenetico, mentre il ricordo del cavaliere sembrava infondere a Eglizot una gran voglia di parlare.
- L'era un brav'om, il cittadino Yvers. Qua sem tutti per la Repubblica, badate, e sem ben contenti che adesso il bosco l' de noialtri e no del cavaliere, per se come nobile l'era un mal'om, come om l'era un bon om, e oltre che sanarci faceva pure altre cose buone, ci imparava a leggere, a scrivere e si prendeva cura degli orfanelli, che da quando l' and via lui, no ci pensa pi persouna, e alcuni son morti, altri son scappati, altri vivono per i campi e per i boschi, come il povero Jean.
- Jean del Bosco? - domand D'Amblanc. - Quello che fa gli scherzi agli intrusi?
- Propi lui, avreste dovuto vederlo. L'aveva come adottato, lo teneva nel castello. Gli aveva imparato tutto: le buone maniere, il francese dei libri, e anca a suon la spinetta. In pochi mesi. Lo portava a cavallo, sempre vestito elegante...
D'Amblanc domand come mai un bambino educato da nobile si fosse trasformato in un ragazzo selvaggio.
Con l'aria contrita di chi racconta una disgrazia, Michel Eglizot spieg che il cavaliere se n'era andato a Parigi per gli stati generali, affidando il bambino al custode del castello. Ma il giorno successivo alla partenza di Yvers, il ragazzo era impazzito, aveva spaccato mobili e suppellettili e si era nascosto nel bosco. Per qualche settimana, il custode lo aveva cercato, finch le guardie non avevano trovato lui: era finito in galera con l'accusa di essere una spia. Cosi Jean aveva continuato a vivere nei boschi, si era inselvatichito, e di certo sarebbe morto, se non fosse stato per il cibo che la famiglia Eglizot gli lasciava in una ciotola.
- Lui viene qui a mangiare?
- Tutte le sere, - rispose Eglizot, e un attimo dopo D'Amblanc era girato verso i suoi, per ordinare che interrompessero i preparativi.
La partenza era rimandata all'indomani.


4.

Poco prima del tramonto, Michel Eglizot usc di casa con un ciotola di legno.
La ciotola conteneva due fette di pane, un pezzo di formaggio e una patata bollita.
L'uomo gir intorno al granaio e and a depositarla sul retro, vicino ai sostegni per la vite che stavano impilati contro un castagno. Quindi torn sui suoi passi, imbocc una scala e raggiunse D'Amblanc al piano superiore dell'edificio.
Il dottore era affacciato a una finestrella che di solito serviva per calare di sotto i sacchi di frumento. Da li, sorvegliava lo spiazzo dove ogni sera Jean del Bosco andava a rifocillarsi.
- Vedrete che no tarder, - disse il taglialegna, e and a inginocchiarsi di fianco al dottore.
Di li a poco, nella luce del crepuscolo, una figura minuta usc dai cespugli e scivol sotto lo steccato che delimitava la fattoria degli Eglizot. Camminava curva e a tratti si aiutava con le mani per avanzare pi svelta. Aveva il torso nudo, un paio di pantaloni e una massa di capelli scarmigliati, come erbacce scure sulla riva di un fosso. Raggiunse la ciotola con l'andatura di un segugio e prese a cibarsi con le mani a grandi bocconi.
Eglizot fece segno a D'Amblanc di seguirlo e i due scesero i gradini che portavano di sotto, sforzandosi di non farli scricchiolare.
Il taglialegna usc allo scoperto, mentre D'Amblanc rimase a spiarne le mosse dietro un grosso pilastro di mattoni, che sorreggeva il deposito delle granaglie.
- Bounser, Jean, - disse Eglizot dopo aver mosso tre passi.
Il ragazzo drizz la testa, scatt all'indietro col corpo e si acquatt, pronto a fuggire come un randagio impaurito.
- Ti ho portato del miele, t'an voi? Miele con le ninsole. Ecco qua -. Eglizot fece un passo avanti e mostr un vasetto d'argilla. - Tutto per te. Vedi?
Altri due passi. Il ragazzo non si muoveva, ma i muscoli ora sembravano rilassati. Invece di starsene rannicchiato sul chi vive, doveva essersi messo a sedere sui talloni.
- Allora, senti. Fasem insi. Me te leisso il miele, ma te avante hai da incontr un me amigo, el va ben?
Il ragazzo scroll il capo con la furia di un cane pulcioso.
-  un amigo, un bon om. L'ha sanato el me fiol, Roland, te l'soveni?
Eglizot apr il vaso di miele, ci tuff dentro un dito e lo porse al ragazzo.
- Gusta com' buono!
A quattro zampe, Jean del Bosco avanz verso il taglialegna e con gesti circospetti prese a leccare il dolce lavoro delle api.
- Venite pure, dottor D'Amblanc, - disse allora Eglizot, e il ragazzo schizz dietro una carriola con la rapidit di un rospo. L'ultima luce del sole aveva ormai abbandonato quello spicchio di terra, e a occidente si accendevano le prime stelle.
Il taglialegna indic a D'Amblanc un ceppo di quercia e lo invit a sedere. Intinse di nuovo il dito nel miele e spron il ragazzo selvatico ad assaggiarne ancora. Ma poich quello non veniva, port l'indice alle labbra e se lo succhi, decantando a gran voce la qualit del prodotto.
- Bene, dottore, - disse alla fine. - Me spiace, ma pare che questo miele dovremo mangiarlo noi due.
Si volt con innaturale lentezza e come da copione il muso di Jean fece capolino oltre la carriola, seguito dalle spalle, dal busto e dal resto del corpo. Si avvicin carponi e, arrivato di fronte a Eglizot e D'Amblanc, attese accucciato la . ricompensa.
- Questo dopo, - sentenzi il taglialegna richiudendo il vasetto. - Avante hai da scolt quel che te dice el me amigo.
Con un gesto morbido e gentile, D'Amblanc stese la mano destra sopra il capo del ragazzo, che subito si raggomitol, lev gli occhi in alto e quando vide che la mano era vuota, aperta, e abbastanza lontana da non toccarlo, riacquist pian piano una postura rilassata.
Allora D'Amblanc prese a pronunciare come una nenia le parole che usava sempre per iniziare il trattamento.
Chiudi gli occhi, riposa, lasciati andare, io voglio il tuo bene, sono qui per curarti, abbandonati a me, chiudi gli occhi, riposa, lasciati andare...
Dopo una decina di minuti, quando senti il respiro del ragazzo farsi regolare e profondo, D'Amblanc si alz in piedi e incominci a interrogarlo.
- Allora, Jean. Senti che ti faccio del bene?
- Si, signore, - rispose il ragazzo, e il dottore non ebbe bisogno di guardare Eglizot per sapere che l'uomo era a bocca aperta. Quel pomeriggio, dopo le cure magnetiche riservate al figlio, gli aveva sentito dire che Jean del Bosco non parlava pi da almeno tre anni.
- Hai qualche dolore dal quale vuoi essere curato?
- No, signore. Voi, piuttosto, sembrate sofferente.
- Hai ragione, ma non  questo il motivo della nostra chiacchierata. Mi piacerebbe invece sapere com' successo che hai iniziato a vivere nei boschi.
Il ragazzo rimase in silenzio. Poi, nell'attimo in cui D'Amblanc stava per ripetergli la domanda, riprese a parlare.
- Nei boschi, dite? Io non so.
- Cosa non sai?
- Non so com' successo, perch, vedete, io non vivo nei boschi. Abito nella dimora del cavaliere d'Yvers.
Per quanto fosse abituato a udire dai pazienti le risposte pi strampalate, D'Amblanc si lasci cogliere impreparato dalla risposta e dal nome che conteneva. Perse il contatto magnetico con il ragazzo, prov a ristabilirlo, ma quello aveva gi aperto gli occhi e con un salto si era impossessato del vasetto di miele, strappandolo dalle mani di Eglizot.
E prima che i due uomini avessero il tempo di fare alcunch, era scivolato sotto lo staccionata e aveva raggiunto i cespugli.


5.

Quella notte, Orphe d'Amblanc non riusci a chiudere occhio. Le notizie raccolte in quella giornata convulsa si rincorrevano nel buio, mentre un sabba di immagini si agitava sotto le palpebre.
Si gir sul pagliericcio, annus l'odore di polvere e legno, e prov a ripetere il ragionamento per l'ennesima volta.
Primo: Jean del Bosco, da sonnambulo, non ricordava nulla della sua condizione attuale.
Secondo: Jean del Bosco, da sonnambulo, pensava di vivere ancora nella dimora del signor d'Yvers.
Di solito, per, amnesie di quel tipo colpivano al risveglio chi era stato indotto al sonno magnetico, non viceversa. In sostanza, Jean non ricordava, da sonnambulo, un lungo pezzo della sua vita da sveglio, mentre i sonnambuli, da svegli, non ricordano quel che hanno fatto da sonnambuli.
Si poteva ipotizzare, allora, che la condizione selvatica di Jean del Bosco fosse una sorta di sonnambulismo indotto?
- Ammettiamo di si, - disse D'Amblanc a mezza voce, prima di girarsi verso la parete.
Ma allora perch, da sonnambulo, Jean non ricordava la parte selvatica della sua vita?
Quello era lo scoglio, e le riflessioni di D'Amblanc ci si frantumavano ogni volta.
Come poteva aggirarlo?
Suppose che il bambino fosse stato sottoposto a due differenti condizionamenti magnetici.
Il primo, per trasformarlo in un perfetto rampollo della nobilt.
"Gli avevano imparato tutto, - aveva detto Eglizot. - Le buone maniere, il francese dei libri... In pochi mesi".
Il secondo, per renderlo selvaggio.
Quindi, con la magnetizzazione di quel pomeriggio, D'Amblanc aveva riportato il ragazzo al livello della sua prima esperienza di sonnambulo. Pertanto, egli ricordava quella e non ricordava la seconda.
Era solo un'ipotesi, e senza prove ulteriori lo sarebbe rimasta.
Inoltre, come ogni buona ipotesi, generava altre domande.
Primo: perch? Perch Yvers aveva trasformato Jean in due individui tanto diversi? A quale scopo?
Secondo: se il primo sonnambulismo era certo rivolto a fare il bene del ragazzo, il secondo, quello che lo aveva inselvatichito, sembrava chiaramente rivolto a fame il male. E allora come mai aveva funzionato?
Puysgur sosteneva che si pu agire sul fluido magnetico solamente rispettando la volont del paziente e per un fine che non gli arrecasse danno. Un magnetizzato non poteva essere rivolto contro s stesso; al contrario, avvertiva subito se l'intenzione del terapeuta era benevola o malevola. Persino l'uomo-cinghiale, Jaranton, doveva averlo avvertito, in qualche recesso della mente e nel mezzo delle sue convulsioni.
Ma se un ragazzo colto ed educato poteva essere indotto a diventare una bestia, allora quel principio ammetteva una grave deroga. E se era cos, la teoria del sonnambulismo era da rivedere, e la pratica terapeutica da rifondare.
D'Amblanc non poteva far altro che magnetizzare Jean del Bosco una seconda volta, ma non era affatto sicuro di essere all'altezza del compito. Non solo per via dei dolori, che avevano messo in crisi il suo equilibrio magnetico, ma molto di pi per una questione di esperienza.
Un caso del genere meritava di essere sottoposto a Puysgur in persona.


6.

Di nuovo il tramonto, di nuovo Eglizot con la ciotola in mano.
Pane, cipolla, una fetta di frittata.
D'Amblanc spiava la scena dalla finestrella del granaio, domandandosi se la notte gli avesse portato il consiglio giusto.
La ciotola di fianco ai sostegni per la vite, addossati al castagno.
Ne aveva parlato con Eglizot, e l'uomo, per quanto semplice, sembrava aver capito le sue buone intenzioni.
"El dotu set vu", gli aveva risposto.
E infatti era stupido cercare di condividere una responsabilit che era soltanto sua.
Radoub non aveva espresso nulla in contrario, purch si rispettasse la condicio sine qua non.
"Torniamo a Parigi. E per la via pi breve".
I cespugli cominciarono a fremere molto pi tardi rispetto al giorno prima.
Ormai era quasi buio. Jean doveva essersi chiesto a lungo se cedere alla fame oppure no.
Quando usc allo scoperto, D'Amblanc trattenne il fiato.
II ragazzo afferr una fetta di pane, la port alla bocca.
Dall'alto del castagno, Feyfeux gli lasci cadere addosso una rete da uccellatori. Poi lui stesso, insieme allo Sfregiato, salt gi dai rami per bloccare la fuga di Jean del Bosco.
D'Amblanc si precipit gi dalle scale, gridando di stare attenti a non far male al ragazzo.
Jean scalciava e ringhiava, in un delirio ferino che ricordava l'uomo-cinghiale, il primo caso di quel lungo, mirabolante viaggio alverniate.
Poulidor e Radoub giunsero a dare rinforzi, mentre l'intera famiglia Eglizot si radunava sullo spiazzo per assistere alla scena.
- Calmati, adesso. Ora basta, - intim D'Amblanc mentre appoggiava le mani sul corpo del ragazzo, oltre la rete da fringuelli. - Sono io, il dottore di ieri sera, ricordi? Tu vivi nella casa del signor d'Yvers. Tu sai suonare la spinetta, non sei una bestia. Rilassati, lo dico per il tuo bene.
Ma il ragazzo selvaggio non accennava a calmarsi e le maglie della rete gli graffiavano la pelle in pi punti.
D'Amblanc si fece portare le barre di rame e decise di procedere come con Jaranton. In fondo, anche in quel caso aveva agito contro la volont del paziente, che avrebbe preferito masturbarsi come un ossesso. In quella circostanza, per, era anche sicuro di agire per il bene del malato. Nella presente, invece, non gli era chiaro quale fosse quel bene, e di certo erano altri i motivi che lo spingevano.
"Non cercate giustizia, ma la conferma di un'ipotesi", gli aveva detto padre Ledoux.
Scacci quel ricordo e diede istruzioni agli adulti della famiglia Eglizot perch formassero una catena, tenendosi per mano. Al capofila consegn la barra di rame e gliela fece applicare sull'addome del ragazzo, mentre procedeva a strofinargli i piedi e la testa.
- Calmati, Jean. Ricorda chi sei. Il signore d'Yvers vuole vederti, dobbiamo andare a Parigi. Rilassati. Chiudi gli occhi. Ecco, bravo, cos. Domani si parte. Domani si va a Parigi.


7.

- Siete sicuro di voler partire stamane, mous? Avete una pessima mina, restate ancora qualche giorno.
D'Amblanc avrebbe voluto rispondere che no, non era affatto sicuro di voler partire e che non s'era mai sentito tanto stanco in vita sua. Aveva passato l'intera notte a magnetizzare Jean del Bosco, per riportarlo a essere Jean del Castello. Ci era riuscito, il cambiamento sembrava stabile, e lo aveva pure convinto che alla fine del viaggio, a Parigi, avrebbe incontrato il suo buon mentore. Lo aveva ingannato e si sforzava di credere che fosse per il suo bene. D'altra parte, se il condizionamento magnetico era riuscito... No, inutile fingere ancora di credere al dogma di Puysgur. Non dopo quel viaggio in Alvernia. Ormai ne era convinto: il magnetismo funzionava anche a fin di male.
Il ragazzo dormiva, spossato, la testa appoggiata sulla schiena di Radoub, in sella al cavallo strigliato di fresco. D'Amblanc avrebbe dato un sacco d'oro per poter fare altrettanto, invece gli toccava stare sveglio.
Il sole era appena spuntato dietro le montagne, l'aria era ancora fresca, pi fresca del solito, un chiaro annuncio di fine estate. Li attendeva l'autunno, grigio e scontroso, della capitale. E centocinquanta leghe a cavallo dentro il cuore della Francia.
D'Amblanc fiss la strada, bianca, spalancata di fronte a loro, e prov a leggere nelle sue curve un accenno di speranza. Ma era fin troppo facile vedercela scritta prima di partire, in un mattino limpido. Difficile sarebbe stato ritrovarla una volta arrivati.
- Grazie, cittadino, - disse porgendo la pano. - Grazie per il vino, le provviste, i cavalli. Siete stato un ospite squisito e vorrei potermi trattenere ancora, ma davvero non  possibile. Entro la met del mese dobbiamo essere di ritorno a Parigi, e siamo gi in ritardo. Vi far avere notizie del vostro Jean, non dubitate. Addio, Eglizot, e viva la Repubblica.

 Atto terzo 
Terrore
 

Estratto dal rapporto
fatto in nome del comitato di salute pubblica
dal cittadino SAINT-JUST
sulla necessit di proclamare il governo rivoluzionario
della Francia fino alla pace

10 ottobre 1793

 tempo di annunciare una verit che non deve pi uscire dalla testa di coloro che governano: la Repubblica non sar fondata fin quando la volont del popolo sovrano non comprimer la minoranza monarchica e regner su di essa per diritto di conquista.
Non si pu sperare in alcuna prosperit finch avr respiro l'ultimo nemico della libert. Voi non dovete punire soltanto i traditori, ma pure gli indifferenti. Perch, da quando il popolo francese ha manifestato la sua volont, tutto ci che gli si oppone  fuori dalla sovranit, e tutto ci che  fuori dalla sovranit gli  nemico. Ma tra il popolo e i suoi nemici non vi  nulla di comune, se non la spada.
Un popolo non ha che un nemico davvero pericoloso: il suo governo. Invano, voi vi consumate in questo luogo per fare delle leggi, mentre tutto cospira contro di voi. Voi avete fatto leggi contro gli accaparratori: coloro che dovrebbero farle rispettare, accaparrano.
Nelle circostanze in cui si trova la Repubblica, la costituzione non pu essere adottata: essa sarebbe la causa della sua stessa rovina. Diventerebbe la garanzia degli attentati contro la libert, perch le mancherebbe la violenza necessaria per reprimerli.  impossibile applicare leggi rivoluzionarie, se il governo non  costituito rivoluzionariamente.

 SCENA PRIMA
 Nuovi attriti
Primi giorni di ottobre 1793


I.

"Cittadino, cittadino", poi il padrone si teneva le mance, tutte o la met, a seconda di quale piede aveva messo gi dal letto quella mattina.
Per ottenere un trattamento simile, pensava Lo, uno poteva starsene in Italia, a Bologna come a Napoli, o chennes, a Guastalla. Bella roba, esser salito sul vasto palcoscenico rivoluzionario della Francia, per poi finire a farsi grattare le mance da un padrone. E poi, mica t'andava sempre cos bene da servire ai tavoli, al ristorante L'Aurora di Palazzo Egualit: spesso si trattava solo di fare lo sguattero, le mani nell'acqua per ore, a scrostar piatti e posate.
Zitadn... Zitadn 'sti due maroni!, pens Lo, mentre con un orecchio registrava i lazzi e gli scherni di un gruppo di avventori.
- Pa'ola mia,  inc'edibile. Gua'date quel ga'zone, quello alto una spanna pi di 'stocazzo! Mise'abile individuo, nevve'o?
- Tu hai le mille 'agioni, ca'o. Pa'ola mia, non basta la nost'a feccia, ed ecco che spunta quella italiana.
Per un attimo, si disse Lo. Piangersi addosso  il balsamo degli inetti. Un uomo di genio, ancorch sconfitto, non veste mai i panni della vittima. Troppo banale. Il vero artista sa guardare oltre le meschine apparenze. Se si vede costretto a fare lo sguattero, egli sa benissimo di non essere uno sguattero, almeno fintanto che la tortura del risciacquo non lo persuade del contrario. E se lo chiamano "italiano", egli ride. Gli Italiani esistono solo fuori dall'Italia, per chi non ci vive.
- Ehi, fo'estie'o! Italiano!
Sentendosi chiamato in causa, Lo pos su un tavolo i piatti sporchi che stava portando in cucina e guard il gruppetto con freddezza.
- Pe'ch sei italiano, newe'o?
- Non pi di quanto sia sguattero, - rispose.
Dopo un lampo di sorpresa, il tizio prese un tono severo, come quando si parla a un servo o si istruisce un cane.
- La tua appa'enza mise'evole mi distu'ba l'eupepsia, -disse agitando il bastone. - Vedi di p'esentarti al nost'o cospetto acconciato come si deve. Il tuo disgustoso appa'ato  un'offesa ai danni di tutto l'Egualit.
Lo si controll a stento. Odiava sentirsi prendere per il culo da quei debosciati che parlavano senza pronunciare la erre. Deglut un bolo di saliva amarissima, sistem i piatti sul braccio destro, in precario equilibrio, e si allontan verso la cucina, seguito dalle risate e da un torsolo di mela che lo manc di un soffio.

- Li chiamano muschiatini, - gli spieg Andria, un cameriere baffuto di origine corsa, pi vecchio di lui di almeno vent'anni, - per via che gli piace mettersi quel profumo al muschio da invertiti. Alcuni li chiamano anche ine'edibili. E pa'ola mia, - disse imitandoli, - non so davve'o pe'ch pa'lino in questo modo.
Lo domand come poteva essere che la cagnaccia non avesse nulla da ridire sui loro modi e sui loro vestiti, che imitavano quelli dei nobili dell'Ancien Rgime.
- Fuori di qui stanno pi bassi, - fu la risposta, - ma Palazzo Egualit  il loro territorio. Con tutte 'ste botteghe, gioiellerie, ristoranti per damerini... Finch Saint-Just non avr fatto piazza pulita, questo rimarr il loro pisciatoio.
Lo ringrazi per il chiarimento e si riaffacci sul giardino.
I muschiatini facevano capannello intorno all'uomo che teneva sempre un fazzoletto sulla bocca e sul naso, a mo' di sciarpa. Lo lo aveva gi notato, era uno dei custodi del palazzo. Ancora non aveva capito che genere di affari intrattenesse con quella feccia vestita in modo bislacco. Comunque era circondato dal massimo rispetto, e spesso quelle merde profumate di muschio sembravano aspettarlo.
Lo non ricevette pi le attenzioni del gruppo per il resto della giornata.
Dopo la chiusura, ammucchi le tovaglie nel cesto della roba sporca, spazz la cucina e avvolse in un strofinaccio tre tozzi di pane secco, per mangiarseli all'indomani, ammollati in due dita di brodo. Quindi spost il tavolo contro la parete e alline sul pavimento tre sacchi di riso da mezzo quintale l'uno. Ci stese sopra due coperte, si accoccol su quelle, se ne tir una terza fin sotto il mento e scivol nel sonno.

Nei giorni seguenti, provocazioni, sberleffi e lanci di croste si sprecarono. Di tutti i locali di Palazzo Egualit, i muschiatini avevano eletto a luogo di ritrovo proprio quel ristorante. Dove trovassero i soldi per cenare li tutte le sere, Lo lo ignorava. Posavano da ricchi, ma l'appetito li tradiva: si avventavano sul cibo con la foga di chi ha saltato il pranzo. Intascavano di straforo scarti e ossi di pollo. Lanciavano nella schiena dei camerieri solo le bucce pi indigeste. Lo sopportava e sopportava, e si chiedeva spesso chi glielo facesse fare. Non solo le angherie degli inc'edibili, ma anche, forse soprattutto, il fatto stesso di esser costretto a servire. Gi, perch li, a dispetto della rivoluzione, di Madama Ghigliottina, della fraternit eccetera, lo trattavano da servo. Proprio da servo, s.
La sghessa, si rispondeva. La fame, ecco chi me lo fa fare.
Il tizio col fazzoletto sul volto compariva spesso. Teneva conciliaboli. Lo si accorse di passaggi di denaro. Questo spiegava gli abiti e tutto il resto: per certo gli stronzi erano dentro losche faccende, pa'ola mia.
Una sera, Lo si accorse che il tizio era sfigurato. Il fazzoletto era scivolato, ma i muschiatini non avevano fatto una piega. Quindi dovevano esserci abituati, perch quella faccia, la prima volta che la vedevi, poteva impaurire o ripugnare.
L'uomo senza naso salut e prese la porta. I muschiatini parlottarono tra loro, gesticolando in modo affettato.

All'ora di chiusura, il padrone era solito spostare i tavoli cos che vi fosse abbastanza spazio, al centro della sala, per una ventina di persone. Lo finiva relegato in cucina a sguatterare, mentre i muschiatini si esercitavano alla scherma col bastone. Le sale d'armi erano state chiuse d'imperio perch retaggio dell'antico regime, e molti maestri facevano la fame. La gente per voleva ancora imparare a difendersi. Lo spiava dalla fessura tra porta e stipite, per vedere che cosa insegnassero i maestri d'arme francesi e paragonare le loro tecniche con quelle della buonanima di Mingozzi.
La scherma francese col bastone era meno tecnica di quella italiana, ma bisognava ammettere che andava dritta al sodo.
A mani nude, raramente i Francesi tiravano pugni, preferivano le mani aperte.
Anche secondo Mingozzi la mano non era fatta per picchiare, le nocche men che meno. Prendila a pugni tu, la zucca di un modenese!
I Francesi, o meglio i parigini, adottavano uno stile di lotta stradaiola fatto di schiaffi, testate, sbilanciamenti e, soprattutto, calci bassi, subdoli, simili a quelli che si tirano nella scherma da guerra. Pugni e legature no, non erano il loro forte. Chiamavano quella lotta savate, ciabatta, zavata, e i maestri ufficialmente la disprezzavano, perch veniva dai foborghi, ma poi la imparavano e te la insegnavano pure, se avevi da pagarli.
Ogni sera, mentre lavava piatti su piatti in compagnia di una vecchia sorda che non s'accorgeva di nulla, Lo provava i movimenti che aveva spiato, quelli nuovi e interessanti. E pi tardi, bench stanco morto, non mancava di provare e riprovare quei gesti e quelli appresi a Bologna, per metterli a confronto e immaginare, sotto i colpi, le facce di culo dei suoi angariatori.


2.

Due colpi alla porta e la luce del crepuscolo erano il segnale dell'ora di cena.
I furiosi ricevevano il pasto attraverso lo spioncino, e spesso il piatto si rovesciava nel passaggio, provocando ustioni e bestemmie. I pacifici, dopo i due colpi d'ordinanza, sapevano che il cibo li attendeva dietro l'uscio.
Laplace aveva imparato a riconoscere gli inservienti dal modo di bussare.
Abbass la maniglia, la tir a s e come previsto si trov davanti il naso a patata del buon Maurel.
Da quando il dottor Pinel aveva trasferito Malaprez in un altro padiglione, Laplace aveva interrotto ogni rapporto con gli altri alienati, e tra i sani che frequentavano San Prisco, rivolgeva la parola soltanto a Maurel. Non grandi conversazioni, ma abbastanza per accorgersi che l'uomo era il meno rozzo dei colleghi, e l'unico che credesse davvero nei metodi di Pussin. Inoltre, da come camminava, era evidente che soffriva di un dolore ai muscoli o alle ossa.
Laplace prese la scodella di zuppa e la appoggi sul tavolino senza nemmeno guardarla. Il menu di Bictre era fisso e invariabile ogni settimana. Per sapere che giorno fosse, bastava dare un'occhiata alla sbobba: lunedi piselli, marted cavolo, mercoled zucca... Ma Laplace non ne aveva bisogno: in nove mesi di permanenza li dentro, non aveva mai smarrito il filo del calendario e cos sapeva sempre in anticipo cosa si sarebbe ritrovato nel piatto.
- Notizie di Malaprez? - domand prima che l'inserviente si allontanasse.
- Sta bene, mangia. E quando non mangia, urla fino a perdere la voce.
- Maledizione! - esclam Laplace stringendo i pugni.
- Dovreste trovarvi un altro amico, - disse Maurel, - non starvene tutto il tempo chiuso qui dentro a pensare.
Laplace scroll il capo.
- Quello che il dottor Pinel non capisce,  che guarire Malaprez mi faceva star bene. Anzi, era l'unico modo che avessi trovato per guarire anche me stesso.
- Dicono che voi non lo avete guarito, - puntualizz l'inserviente.
-  l'invidia che li fa parlare, - fremette Laplace, - e anche il pregiudizio. Scommetto che tutto l'ospizio si fa beffe delle mie capacit.
-  vero che siete pratico del metodo di Mesmer?
- Non esattamente. Io...
Maurel fece il gesto di scacciare una mosca.
- Dicono che nemmeno quello guarisce davvero. Anni fa, per via del mal di schiena, un mio nipote m'aveva consigliato il dottor D'Amblanc, l'unico mesmerista che curasse anche i poveracci. Ma poi s' saputo che era tutta una buffonata, e sono stato ben contento di essermi tenuto i soldi.
- E il mal di schiena? - indag Laplace. - Vi siete tenuto anche quello?
- Peggio di prima. Ci sono giorni che non mi riesco a piegare.
Laplace allung le braccia di scatto e strinse la mano dell'inserviente fra le sue.
- Io posso sconfiggere il vostro dolore, - disse cercando di dosare l'entusiasmo al punto giusto: abbastanza eccitato da sedurre, ma non cos invasato da spaventare. - Fatemi provare e non ve ne pentirete.
Maurel si riprese la mano e fece un passo indietro.
- Tranquillo, - continu Laplace, cercando a fatica una voce mielosa. - Basta che vi sediate qui, che mi diate la mano, e in dieci minuti vi avr liberato da ogni fastidio. Ho fatto parlare Malaprez: figuratevi se non posso curarvi un mal di schiena.
- Dieci minuti? E se invece non funziona?
- Per voi non c' nessun rischio, come bere un bicchier d'acqua. Ma per me, il solo fatto della vostra fiducia... non potete capire quanto bene mi farebbe.
- Adesso ho fretta, Laplace, - tagli corto l'uomo. - Devo distribuire la cena. Ma vi prometto che ci penser, d'accordo? Buonanotte.
- Buonanotte, Maurel.

Passarono due giorni. Poi un pomeriggio, mentre Laplace meditava sulla resurrezione di Cristo...
Toc, toc. Toc, toc.
Quattro colpi, dati con le nocche, leggeri ma in rapida successione, come piccole martellate sulla testa di un chiodo.
Maurel.
Laplace corse ad aprirgli e dovette trattenere l'esultanza, quando vide che l'uomo si teneva una mano sul dorso e stringeva i denti dal dolore.
- Cinque minuti vi bastano? Ho da fare, e gi gli altri mi dicono che perdo troppo tempo a parlare con voi.
- Cinque minuti saranno sufficienti, - sogghign Laplace indicando la sedia. - Rilassatevi, chiudete gli occhi, cercate di estinguere i pensieri. Sentite il calore della mia mano sulla fronte? Io voglio guarirvi.

Pi tardi, i colpi alla porta furono solo due, come per la cena, ma ormai il crepuscolo aveva affidato il cielo alla luna.
Due colpi vibrati con incertezza, come di nascosto. Le campane di San Saturnino li riecheggiarono in lontananza. Don, don.
Laplace scese dalla branda e infil gli zoccoli.
Dopo le nove di sera, anche la sua stanza veniva sprangata fino al mattino seguente.
Maurel gir la chiave nel lucchetto e spalanc l'uscio. Reggeva una lanterna, e alla luce della fiamma i suoi occhi erano fissi e spenti.
- Venite, mio signore, - disse con un mezzo inchino, quindi volt le spalle e si avvi.
Laplace lo segui. Stese una mano sopra la sua testa e si concentr, giusto per rafforzare il comando magnetico che gli aveva impartito nel pomeriggio.
Questa notte, alle due, verrai a prendermi nel mio alloggio.
Attraversarono il padiglione, sfilando di fronte alle celle degli alienati. Oltre le porte si sentiva russare, pregare, parlare a vanvera di rivoluzione.
Mi accompagnerai al dormitorio comune. Se qualcuno dovesse incontrarci, dirai che mi stai portando a prendere aria, perch ho avuto un attacco di mal di chiuso.
Nella corte centrale, una famiglia di topi tagli loro la strada.
C'era nebbia fitta, di quella che si infila sotto i pastrani e rende il freddo ancora pi freddo. Laplace ne fu certo: nessuno avrebbe potuto scorgerli, anche affacciandosi a una finestra in quel preciso momento. Si compliment con s stesso per aver scelto la notte ideale. La fontana gorgogliava invisibile oltre lo stormire dei platani.
Una volta arrivati, mi aprirai la porta e mi lascerai dentro fino a che non ti ordiner di riaccompagnarmi alla stanza.
Maurel studi il mazzo di chiavi. Al terzo tentativo trov quella giusta per far scattare la serratura. Il dormitorio comune si apr di fronte a Laplace.
- Aspettami qui, - disse all'inserviente. - Interverrai solo se ti dovessi chiamare.
- Come volete, mio signore, - rispose quello mentre gli consegnava la lanterna.
Laplace entr, vincendo un conato per via del fetore. Gli alienati erano tutti nei loro letti, tranne uno, che a giudicare dalla postura stava pisciando in un angolo dello stanzone. Degli altri, la maggioranza si rigirava senza prendere sonno, alcuni dormivano, altri erano seduti, le ginocchia al petto, intenti a masturbarsi o a fissare il muro. Per il momento, nessuno si era accorto di lui.
Laplace strinse i pugni e fece appello a tutte le sue forze. Liber la mente, ne affil la volont.


3.

Marie rientr in casa a mani vuote e senza preoccuparsi di non fare rumore. Non si tolse gli zoccoli, n accost la porta abbassando la maniglia. Bastien era comunque gi sveglio e si alz a sedere sul letto. La osserv muoversi nella stanza, preparare la colazione con il pane secco del giorno prima. Not i capelli scarmigliati sotto la cuffia, la faccia pesta.
- Chi ti ha fatto l'occhio nero? - le chiese.
- In fila per il pane... un'altra zuffa.
Marie pens alle parole di Amandine, una che nemmeno alle quattro del mattino davanti al fornaio perdeva il gusto per la provocazione. "Come fa a stare ancora in piedi, quella li, dopo che  stata in giro tutta la notte..." Sophie le aveva retto bordone ed era finita che si erano appiccicate. Marie se n'era presa una di troppo sopra lo zigomo e si sentiva spezzata, ma non per la sberla. Tutto le appariva sbagliato.
Vers il latte nelle tazze e ci tuff il pane secco. Sedettero al tavolo e mangiarono in silenzio. I movimenti di Marie si fecero via via pi lenti, finch non si ferm e alz la testa.
- Quando hai finito, raccogli i tuoi vestiti e mettili in un sacco.
Il ragazzino pos il cucchiaio e la fiss con aria stranita.
- Perch? Andiamo via?
Marie non rispose. Si alz e and a prendere una vecchia borsa di cuoio appesa dietro la porta d'ingresso. Ci ficc dentro un cambio di vestiti per s e le scarpe.
- Io qui non ci voglio pi stare e tu non puoi starci da solo. Un padre non ce l'hai mai avuto, ma visto che te ne sei scelto uno, va' a stare da lui. Stai con Treignac tutto il tempo, tanto vale che ti prenda a casa sua.
- E tu? - domand Bastien con voce spenta.
- Da una mia amica.
Il ragazzino si guard attorno, come se si aspettasse di vedere qualcosa di insolito. Ma era la stessa stanza di sempre, le stesse cose, i pochi mobili, gli oggetti, i ferri e i gomitoli.
- Quella l? - azzard.
- Non sono affari tuoi, - disse Marie mentre chiudeva la borsa. Quindi sedette sulla sponda del letto, non ancora invasa dalla luce del giorno che entrava dalla finestra. - Hai quasi undici anni, - disse. - E ora che sai chi era tuo padre. Era il mio padrone. Un nobilardo, gi al paese. Facevo la serva in casa sua e un giorno mi ha presa con la forza. Sono rimasta gravida e lui mi ha cacciata via. Ecco di chi sei figlio. Ricordatelo sempre, gli aristocchi fanno cos: prendono quello che vogliono e non pagano mai. La rivoluzione  proprio questo: fare pagare tutti, senza pi privilegi. La stessa giustizia per il ricco e lo straccione.
Le parole rimasero sospese nella stanza, finch Bastien trov il coraggio di parlare.
- Come si chiamava?
Marie scroll le spalle e rispose con voce stanca.
- Non te lo dico, per evitarti guai. Il resto me lo sono dimenticato. Ci ho sparso sopra la brace e la cenere.
Nelle sue parole suonava ancora l'eco dell'antica rabbia.
- Davvero ti ha mandata via? - chiese Bastien.
Marie guard il ragazzino come per soppesarne la maturit. Avrebbe capito? Decise lo stesso di dirgli tutto, prima di lasciarlo al suo destino.
- Quando la pancia ha incominciato a crescere, il padrone mi ha mandata qui a Parigi, in un convento di suore. Da sola, chiusa l dentro, ho pianto tutte le lacrime che avevo. Ho odiato chi mi aveva ridotta cos e ho maledetto te, che mi crescevi dentro. Ogni volta che mi guardavo la pancia mi tornava in mente quello che mi aveva fatto il padrone. Pensavo a come poteva essere dopo, crescere un garzolo con la sua faccia. Un giorno che ero disperata, ho confessato a una suora che stavo pensando come ucciderti dentro la mia pancia. Suor Bonaventure, si chiamava.  quella  corsa dritta filata a riferirlo alla madre superiora. Mi hanno punita per quel pensiero. Mi hanno impedito di uscire dalla cella per un mese e poi non hanno smesso di controllarmi. Alle suore hanno ordinato di non rivolgermi la parola. Credevo di impazzire Marie sospir e fece un gesto con la mano, come per scacciare mosche invisibili. - Quando sei nato, - riprese, - volevo lasciarti li. Ma all'ultimo momento non me la sono sentita. Che ne sanno quelle megere della vita? La vita vera, della gente vera. Quelle mangiano invidia e bugie a pranzo e a cena. Spose di Cristo, le chiamano. Povero Cristo! Che colpa avevi tu da lasciarti a loro? Sbrisga. Ho deciso di portarti via con me e me la sono svignata. Se ho fatto una cosa buona nella vita,  quella -. Si alz e raccolse la borsa. - Adesso lo sai, com' andata. Raccogli la tua roba e chiudi la porta quando esci. Buona fortuna, Bastien. Ci vediamo.
Fece per raggiungere la porta, quando la voce del figlio la blocc.
- Mamma... Non l'ho fatta la spiata su quella donna che ha dormito qui. Sono andato a chiamare Treignac perch pensavo che Georgette e le altre ti conciavano...
Tacque, indeciso su cos'altro aggiungere.
Marie stir un sorriso.
- Non importa.
Usc in strada e si incammin verso il centro. A mano a mano che si lasciava il foborgo alle spalle, sentiva il corpo tremare e al tempo stesso si sentiva leggera. Qualcheduno si voltava a guardarla. Forse per via della sua faccia, o per il modo di camminare. Arriv alla Porta e mentre passava davanti allo spiazzo della Bastiglia senti una voce che la chiamava.
Si volt e vide Georgette che le faceva segno di aspettare. Per un attimo rimase indecisa se tirare dritto, ma alla fine lasci che la raggiungesse. Non aveva l'aria ostile, non pi del solito.
- Mi hai fatto venire il fiatone, accidenti a te! Sono venuta a cercarti e tuo figlio mi ha detto che te n'eri appena andata. Lo molli cos?
- Star con Treignac. Meglio per tutti.
Le due donne si fronteggiarono in silenzio. Marie sapeva che Georgette era andata a casa sua per via della rissa alla fila del pane: non le stava bene e voleva chiarire la cosa.
Marie la osserv mettersi le mani ai fianchi e gonfiare il petto.
- Ho parlato io con le altre. Nessuno ti toccher pi. Avrai il pane e la tua parte di sgobbo, come tutte.
Marie affett la voce.
- Troppo buona, Georgette. Preferisco cambiare aria.
L'altra strinse la mandibola ed espir tra i denti.
- Hai la merda nella zucca, Marie? Vai a stare con le puttane di Ledere? Non ti basta fare societ con loro? Quelle non sono come me e te...
Marie rispose con rabbia.
- Si battono per le cose giuste, proprio come noi. E gli scaldasedie spargono balle sul loro conto. Se permetti, so ancora con chi stare, tra una rivoluzionaria repubblicana e un gianfotti delle Tegolerie.
Si aspettava che Georgette attaccasse a testa bassa, coprendola di insulti, proprio come l'ultima volta che si erano viste, quando aveva cercato di riservarle la cura Mricourt. Invece l'altra annu.
- Hai detto bene. Noi con gli scaldasedie non c'entriamo sbrisga, e non possiamo nemmeno scambiarci di posto. Loro sono loro e noi siamo noi. Le tue repubblicane rivoluzionarie non lo vogliono capire, ma  cos!
Marie le indirizz un gesto come a cancellarla dalla vista.
- Senza le donne la rivoluzione manco incominciava, -disse.
- Negoddio, c'ero anch'io alla marcia su Versailles, fianco a fianco con te! - sbott Georgette. - E pure in Campo di Marte, a farmi sparare addosso! Ma non si pu tirare troppo la corda. Finisce che si spezza e ti resta in mano.
Marie si accorse che nello sguardo di Georgette l'odio aveva lasciato il posto a una preoccupazione sincera.
Fece un passo verso di lei, guardandola bene in faccia perch riportasse al foborgo le parole precise.
- Se non tiriamo adesso... Se non cambiamo tutto, dopo  tardi, non capita un'altra volta di poterlo fare.
Georgette sospir e scosse la testa.
- Non  la tua strada. Te ne accorgerai.
- Forse, - ammise Marie. - Ma io indietro non ci torno, Georgette.
Vide la delusione dell'altra magliaia. Doveva rassegnarsi a non comprendere.
- Addio, - le disse.
Marie riprese il cammino.


4.

Gli editti sui muri, le giornalaie che strillavano in mezzo alla via, l'andirivieni di muratori, lavandaie, garzoni, le grida degli ambulanti. Parigi era come prima, ma il cielo aveva una tonalit diversa, di un blu metallico, come sa essere soltanto alla fine dell'estate, solcato da nuvole basse, ansiose di proseguire. Gli edifici parevano volersi toccare all'altezza dei tetti, collassare uno sull'altro. L'aria traboccava di fluido magnetico. I corpi che si sfioravano nelle strade avrebbero potuto mandare scintille, pervasi da una consapevolezza nuova, un senso di smarrimento che per paradosso annullava le distanze e rendeva gli esseri umani pi simili, perch alla deriva nella stessa burrasca. Erano parte di un'impresa condivisa, in cui ognuno aveva un ruolo - ai remi, alle vele, al timone - e mai come in quel momento D'Amblanc si sentiva prossimo a scoprire il proprio. Non era pi fuori luogo, ma precisamente l dove doveva essere.
Eppure faticava a immaginare qualcuno pi smarrito di s stesso. Forse giusto il ragazzino che lo seguiva dappresso, talmente timoroso di perdersi da pestargli i talloni. Jean l'alverniate non aveva mai visto una citt in vita sua, e met di quella vita l'aveva trascorsa nei boschi. Si guardava attorno incredulo, la bocca chiusa e gli occhi spalancati. Dopo il taglio di capelli, un buon bagno e i vestiti nuovi, aveva ripreso la mina di quel che era stato: il piccolo protetto di un aristocratico. Senonch gli aristocratici non esistevano pi e l'unica protezione gliela forniva un medico repubblicano che lo aveva tratto a Parigi con un sotterfugio.
La scoperta fatta in Alvernia ribaltava i principi che avevano ispirato l'agire di D'Amblanc negli ultimi dieci anni e inverava ogni sospetto e timore nutrito fino ad allora. Sapeva di essere giunto alle soglie di un Altrove i cui confini non era dato vedere. Doveva decidere, e questo gli metteva paura.
La sera precedente, al momento di congedarsi, il sergente Radoub gli aveva parlato con la consueta sincerit.
"Non sono sicuro che vi far bene trovare quello che state cercando, dottore. Quindi non vi auguro buona fortuna, ma buona salute. Che Dio vi protegga".
Gi, la salute. D'Amblanc le aveva dedicato la vita, convinto che tra quella dell'individuo e quella del corpo sociale vi fosse uno stretto legame. La Repubblica  nulla senza uguaglianza, e l'uguaglianza  nulla senza un rimedio universale contro la malattia. Una terapia capace di guarire tutti allo stesso modo, senza distinguere il nobile dal poveraccio. Una terapia capace di trasformare ogni uomo in medico, di s stesso come di chiunque altro. Le intuizioni di Puysgur avevano additato la via per una simile cura, ma ora il percorso appariva interrotto: la volont del terapeuta si stagliava nel mezzo, come una forza nuova e imprevedibile.
In piazza della Grava incrociarono un drappello di miliziani in berretto frigio e coccarda tricolore che scortava un uomo in ceppi. Il prigioniero indossava una camicia da notte lunga fino ai polpacci. La stoffa bianca spiccava in mezzo alla macchia scura della scorta. Ai piedi calzava pantofole in stile orientale e camminava con estrema cautela per non inzaccherarle nel fango. Quando incroci lo sguardo di D'Amblanc, il volto si apr in un largo sorriso.
Il dottore si domand se avesse mai visto prima quell'uomo, ma gli parve di no.
- Buongiorno, cittadino! - disse quello ad alta voce. - E buonasera, visto che io di questo giorno non vedr la fine. Quindi, salutatemi il domani!

Il sorriso dell'uomo era ancora impresso nella mente di D'Amblanc, quando arriv insieme a Jean davanti a Palazzo Brionne, imponente vestigia del tempo antico, morto e sepolto. La guardia, dopo avere controllato le credenziali, li accompagn su per lo scalone.
Giunti alla porta della stanza, D'Amblanc fece segno al ragazzino di rimanere seduto sulla panca li fuori. Quindi entr, annunciato dalla guardia.
Chauvelin lo accolse con un sorriso e una stretta di mano che tradiva apprensione. Possibile che fosse stato davvero in pensiero per lui, si domand D'Amblanc?
- Prego, sedetevi, dottore. Quando siete arrivato?
- Giusto ieri sera.
D'Amblanc rifiut la frutta che riempiva un vassoio al margine del tavolo e si accomod sulla sedia di fronte all'agente del comitato di sicurezza generale. Dietro la grande scrivania dai piedi leonini, con l'alto schienale alle spalle, le mani giunte sullo stomaco, Chauvelin appariva come un antico sacerdote, dispensatore di giustizia. Davanti a lui, sull'ampia superficie liscia, le cause da trattare: vite e destini in forma di carta.
- Voi avevate ragione e io torto, - esordi D'Amblanc senza mezzi termini.
In un certo senso, pens, non c'era poi molto da aggiungere. L'Alvernia sarebbe potuta sprofondare sommersa dai suoi vulcani, e quella verit sarebbe rimasta incontrovertibile. La prova? L'aveva portata con s, proprio li dietro la porta: un ragazzino di nome Jean. Jean del Bosco.
Dopo avere ascoltato in silenzio il racconto di D'Amblanc, Chauvelin volle vedere il fanciullo. Lo fecero entrare e Chauvelin gli rivolse un paio di domande. Jean rispose in buon francese, ricordando i giorni in compagnia del cavaliere d'Yvers. Quindi gli ordinarono di uscire di nuovo.
- Molto bene, dottore, - disse Chauvelin. - La vostra scoperta  spaventosa e rassicurante al tempo stesso. Infatti, se  vero che il cavaliere d'Yvers ha plasmato la mente di alcuni contadini,  altrettanto vero che costui agiva per capriccio e non certo contro la Repubblica, dal momento che i suoi... esperimenti si svolsero quando la Repubblica, e addirittura la rivoluzione, erano ancora di l da venire. Inoltre egli  un individuo isolato, senza complici, a quanto mi dite.
- Questo vi rassicura? - chiese D'Amblanc.
Chauvelin lo guard con aria innocente.
- Non dovrebbe? Un uomo solo, del quale conosciamo persino nome, titolo, provenienza... Preferisco un pericolo del genere, chiaro e circoscritto, alle mille cospirazioni che ammorbano Parigi. I monarchici organizzano evasioni di Maria Antonietta come un tempo organizzavano banchetti nei loro palazzi. Pare che il barone di Grche abbia offerto un milione per chi riuscir a liberarla. Poche settimane fa un gendarme della guardianeria ha fermato la prigioniera all'ultimo cancello prima della strada. Lui stesso era stato corrotto, ma per evitare la ghigliottina ha fatto i nomi...
- Voi non capite, - lo interruppe D'Amblanc scuotendo il capo.
Il tono di Chauvelin si fece pi impaziente.
- Capisco che il magnetismo  una dottrina pericolosa, come molti sospettavano, e sono lieto che siate giunto a convenirne con me.
- No, maledizione, non capite! - ribatt D'Amblanc.
- Una volta vi dissi che non esistono i magnetisti, solo il fluido magnetico. Grazie a esso, tutti possono diventare terapeuti, se lo vogliono. Ma da quel che ho visto in Alvernia, c' una cosa che alcuni sono in grado di fare, sempre grazie al fluido: limitare la libert degli individui, forzarne la volont, spingersi oltre le loro difese naturali, fino a dove non sappiamo.
Si accorse di avere alzato la voce e di essere balzato in piedi. Sistem le pieghe della giacca e si ricompose sulla sedia. Chauvelin gli mostr il palmo delle mani in un gesto d ' accondiscendenza.
- D'accordo, - disse. - Ma io sono un agente della sicurezza generale, e per quanto riguarda la sicurezza generale, in questo momento ci sono altre priorit. Non posso impiegare uomini, tempo, denaro della Repubblica per correre dietro a una sorta di stregone per reati non politici di molti anni fa. Il resto  una storia di pretonzoli lubrichi e ragazzini che hanno subito angherie, al pari di migliaia di altri bambini di Francia sotto il vecchio regime.
D'Amblanc si rese conto che l'agente Chauvelin non si era mai aspettato gran che dall'indagine alverniate. Essa era stata solo un buon pretesto per allontanarlo da Parigi in un momento di grande pericolo. Per proteggerlo, e forse anche per qualche altro motivo.
- Nel frattempo, - stava continuando Chauvelin, - voi rimarrete al servizio di questo comitato. Abbiamo ancora bisogno dei vostri servigi.
D'Amblanc sollev la testa.
- I miei pazienti...
- La Francia  il vostro paziente. Lo  per tutti noi. Siete un uomo di grande intelligenza e capite quanto sia importante che ognuno faccia la propria parte.
D'Amblanc lo capiva, ma non era convinto che la sua parte fosse quella che l'altro immaginava.
- Che intendete farne del ragazzino? - chiese Chauvelin.
- Fossi in voi lo affiderei all'autorit pubblica. Gli troveranno una famiglia.
- La sua mente  sconvolta, - obiett D'Amblanc. - No, non credo che lo abbandoner. La sorte lo ha messo sulla mia strada e penso che me ne prender cura. Inoltre,  la prova vivente del delitto, se mai qualcuno vorr perseguire chi l'ha compiuto.
Chauvelin sospir, senza raccogliere la provocazione.
- Come credete. Purch questo non limiti il vostro lavoro -. Fece una pausa per valutare l'impatto di ci che stava per dire. - Ho un nuovo incarico per voi -. Registr il silenzio attento del dottore e prosegui. - Maria Antonietta  malata, e come vi dicevo, i complotti per liberarla ci succhiano energie preziose. Pertanto, si  deciso di processarla in tempi rapidi. L'accusa ha mosso svariati capi d'imputazione ed  necessario esaminare Luigi Carlo Capeto. Occorre scoprire se l'austriaca non  in qualche modo venuta meno ai suoi doveri di madre...
Tacque, schiacciato dal peso delle proprie parole.
- Volete che sonnambulizzi il delfino di Francia? - domand incredulo D'Amblanc. - Volete che estorca delle informazioni. ..
Chauvelin si irrigid e lo fiss con freddezza.
- Estorcere? Chi ha parlato di estorcere? Ci interessa solo la verit. Ascoltate: il delfino non vede pi la madre dal luglio scorso.  affidato alle cure del consigliere Simon e della moglie, affinch lo crescano come un buon repubblicano. I due per si sono accorti che il bambino manifesta gravi segni di disagio: catatonia, indolenza, delirio notturno. Si tratta di scoprire cosa si cela dietro questi disturbi. Il timore  che abbia potuto subire violenze nell'ambiente domestico o di corte. Voi padroneggiate il metodo magnetico. Dunque vi si chiede di visitare il bambino com' vostra abitudine, lasciando che sia lui stesso a fare la diagnosi mentre  sonnambulo. Tutto qui.
D'Amblanc non seppe cosa rispondere. Le scoperte fatte in Alvernia lo stavano ossessionando: non riusciva pi a concepire il magnetismo come una pratica innocua. Prima dell'estate, la precisazione di Chauvelin lo avrebbe tranquillizzato: si trattava soltanto di curare un bambino. Ora per non poteva fare a meno di scorgervi un secondo fine. La volont degli adulti contro la libert di un individuo pi debole. Si chiese se non l'avessero mandato in Alvernia sperando in una conferma anzich in una smentita dei timori che scuotevano il comitato. Gli aspetti pi inquietanti del fluido magnetico potevano tornare utili anche alla Repubblica.
Per chiss quale nesso, ripens al prigioniero in camicia da notte che gli sorrideva e gli augurava buonasera di primo mattino.
Si alz di nuovo in piedi, ma Chauvelin gli indic la sedia.
- Sedete, vi prego, dottore.
D'Amblanc si lasci convincere, ma rimase rigido, senza appoggiarsi allo schienale.
- Siamo sull'orlo di un baratro, - riprese Chauvelin. - Si tratta di costruire un ponte abbastanza solido per attraversarlo. Se non ci riusciremo, la Francia sprofonder. Maria Antonietta  colpevole, s'intende, non meno di quanto lo fosse Luigi. Eventuali misfatti commessi contro il figlio non sarebbero decisivi per la sua condanna. Ma certo, se ve ne fosse la prova, il popolo avrebbe diritto di saperlo, per farsi un'idea pili chiara di cosa fu la monarchia.
Chauvelin tacque e rimase in attesa di una risposta.
Dopo un lungo silenzio, dall'altra parte del tavolo giunse invece una domanda.
- Avete notizie della signora Girard? - chiese D'Amblanc.
Lo sguardo di Chauvelin si fece cupo, indagatore, come a sondare l'intenzione dietro le parole.
- So che ha lasciato Parigi. Nient'altro. Non  stata coinvolta nella rovina del marito e tanto basta. La sorte dei brissotini  segnata, attendono solo la sentenza.
D'Amblanc annu, chiedendosi se Chauvelin avesse avuto parte nella fuoriuscita della donna. Di nuovo, senti riecheggiare le parole dell'uomo in camicia da notte.
"Salutatemi il domani!"
- Le vostre emicranie? - chiese per cambiare ancora argomento.
Chauvelin stir un sorriso.
- Mettono alla prova il mio spirito di abnegazione.
D'Amblanc si alz per prendere congedo, ma quando allung la mano sopra il tavolo per incontrare quella di Chauvelin, si ritrov fra le dita un foglietto.
- Vi ho segnato l'appuntamento. Il 12 ottobre alle cinque di fronte alla prigione del Tempio. Ci sar anch'io con il procuratore Hbert.
Quando ebbe richiuso la porta alle proprie spalle, D'Amblanc impieg qualche secondo a rendersi conto della presenza li accanto.
- Quando incontriamo il cavaliere, signore? - domand smarrito il ragazzo.
D'Amblanc gli poggi una mano sulla spalla per confortarlo.
- Presto, Jean. Adesso vieni, andiamo a casa.

CONVENZIONE NAZIONALE
Estratto dal verbale del 15 brumaio
anno II della Repubblica francese
una e indivisibile
(gioved 6 novembre 1793, vecchio stile)

Presidenza di Mose Bayle

Si ammette alla barra una deputazione di quattro cittadine, che si annunciano come portatrici di una petizione molto importante e di oggetto urgente, in rappresentanza di svariate sezioni.

UNA DI ESSE Cittadini, la societ delle repubblicane rivoluzionarie, questa societ composta per la maggior parte da madri di famiglia, mogli dei difensori della patria, non esiste pi. Una legge, a voi estorta con un falso rapporto, ci impedisce di riunirci...
DIVERSE VOCI Basta! Buttatele fuori! L'ordine del giorno! [Urla e risate].

La Convenzione decide all'unanimit di tornare all'ordine del giorno.
Le donne abbandonano la barra a precipizio, senza attendere la risposta del presidente. La sala riecheggia di applausi.

 SCENA SECONDA
 Marea
Ottobre-novembre 1793


I.

Sedevano uno di fronte all'altro. Il bambino lo fissava indifferente, i capelli biondi tosati corti, come il pelo di un bracco, il muso arrossato dal freddo.
Portava abiti di taglia troppo piccola: i polsi spuntavano di mezza spanna fuori dalle maniche, le brache stringevano le cosce.
Il custode Simon disse che con i soldi che gli davano era difficile rinnovare il guardaroba.
- Il grosso se ne va per la cibaria.
In effetti, pens D'Amblanc, tutto si poteva dire del prigioniero, tranne che fosse denutrito. Del resto Simon, sua moglie e il delfino mangiavano alla stessa tavola, e si vede che il guardiano amava farsela imbandire dal cuoco del Tempio, il famoso Gagni, che un tempo era stato in servizio alla reggia di Versailles. L'esistenza di Luigi Carlo, per di pi, era molto sedentaria. I rapporti sulla sua vita di recluso parlavano di una passeggiata giornaliera sul cammino di ronda e di rare uscite nel giardino, stretto fra la Gran Torre e il muro che la cingeva.
Simon seguit a parlare restando accanto al medico e fissando il bambino, come se volesse mettersi nei panni del terapeuta.
- Abbiamo dovuto togliergli di dosso la patina da principino, vedrete che alla fine ne verr fuori un buon repubblicano. Uno del popolo. Gli ho insegnato a bere il vino e a parlare sciolto, senza tanti salamelecchi. E dato che sa gi leggere, mia moglie lo fa esercitare sul "Pap Duchesne".
L'uomo appariva soddisfatto del proprio lavoro.
- I sintomi, cittadino Simon.
Era la voce di Chauvelin. Proveniva dalla parete in ombra, in fondo alla stanza. Il funzionario era in piedi, appoggiato alla scrivania dell'ultimo re di Francia.
- Certo, - bofonchi il custode. - In buona sostanza si sveglia di notte, urla, trema come una foglia, a volte si piscia e si caca sotto, con rispetto parlando... - Si gratt la testa in cerca di qualcosa che sentiva di avere tralasciato, finch non la ricord: - Fa il muto.
- Intendete che  taciturno? O volete dire che non risponde a segno? - chiese D'Amblanc.
Il custode scroll le spalle, come non cogliesse la differenza tra le due cose.
- Dico che a volte se ne sta anche un giorno intero senza spiccicare parola, - tagli corto.
- E questo atteggiamento da quanto va avanti?
- Io l'ho sempre visto cos, - rispose Simon.' - Cio da quando l'hanno preso via dal piano di sotto, dove stava sua madre, e l'hanno portato qui con me, nell'appartamento del Capeto. Si vede che 'sta stanza gli ricorda la capoccia di suo padre...
- Grazie, cittadino, - lo interruppe D'Amblanc. - Vogliate lasciarci, adesso.
Simon parve interdetto, poi consult con lo sguardo Chauvelin e l'altra figura accanto a lui, un uomo dal viso affilato, i capelli lunghi fino alle spalle e un sorrisetto fiero che sembrava difficile togliergli dalla bocca.
Se Chauvelin era presente all'interrogatorio per conto del comitato, Jacques-Ren Hbert era li come sostituto procuratore del comune di Parigi, con l'incarico di imbastire il processo a Maria Antonietta. Il redattore del "Pap Duchesne", colui che appellava Ges "il primo sanculotto", era una vera autorit, fra le mura del Tempio.
Al cancello principale, il portiere lo aveva salutato come una vecchia conoscenza, e D'Amblanc non aveva nemmeno dovuto mostrare il lasciapassare del comune. Entrati nel cortile, un commissario li aveva raggiunti di corsa e li aveva scortati attraverso il Palazzo del Gran Priore dei Templari, trasformato in caserma della guardia nazionale. Hbert si era intrattenuto con un ufficiale in divisa, per domandare se vi fossero richieste, osservazioni sui turni di sorveglianza. Pi che il sostituto procuratore di Parigi sembrava il sindaco, quantomeno di quello spicchio di citt. Quindi avevano seguito il commissario nel secondo cortile, dominato dalla mole della Gran Torre, e anche per attraversarne il muro di cinta non erano servite grandi formalit.
Alla vista di Hbert, il secondino che stava nella garitta di qua dalla barriera si era attaccato al filo del campanello, per avvertire il compare dalla parte opposta. Il cancelletto pedonale, infatti, si apriva solo se i due infilavano le rispettive chiavi su entrambi i lati della serratura. Stessa sollecitudine, condita con citazioni delle ultime sparate del "Pap Duchesne", anche da parte delle sentinelle alla porta della Gran Torre, dei commissari nella sala del consiglio e infine di Antoine Simon, che li aveva accolti nell'anticamera del secondo piano, tra la stufa e il quadro con la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino.
D'Amblanc avrebbe preferito restare solo con il bambino, senza il peso di quelle presenze alle spalle. Non potendo ottenere tanto, aveva preteso che uscisse almeno Simon, dato che il prigioniero poteva lasciarsi condizionare dalla presenza del suo guardiano.
Dopo che Hbert, con un cenno del capo, conferm a Simon che poteva congedarsi, D'Amblanc inizi la magnetizzazione.
- Chiudete gli occhi, - ordin in tono calmo. - Come vi chiamate?
- Luigi Carlo Capeto.
Un lieve colpo di tosse alle spalle di D'Amblanc.
-  opportuno che usiate il "tu".
D'Amblanc si volt lentamente e inquadr Hbert, che aveva parlato, ma Chauvelin intervenne prima che potesse ribattere alcunch.
-  un infante. Si sentir pi in confidenza, non credete?
D'Amblanc decise di non aggiungere nulla. La novit di quei giorni era l'usanza di darsi del tu, per sottolineare l'uguaglianza tra cittadini e l'abolizione di ogni forma reverenziale, residuo dell'antico regime. Torn dunque al suo paziente, risoluto a dare del tu a colui che per molti era Luigi XVII, re di Francia e di Navarra, con tanto di ambasciatori in ogni corte d'Europa.
- Quanti anni hai?
- Ne ho compiuti otto il 27 di marzo.
D'Amblanc appoggi le dita sulla fronte del bambino. Pens che stava imponendo le mani sul corpo di un re guaritore, per chi ancora ci credeva. Eppure in lui non vedeva che un piccolo paziente, bisognoso d'essere guarito.
Prese le mani del bambino nelle sue e gli tenne i palmi verso l'alto, con un contatto leggero. Non poteva occorrere molto tempo per sonnambulizzare un soggetto cos vulnerabile e provato dagli eventi.
- Dormi, hai bisogno di riposo... - mormor. - Dormi.
Attese che il respiro si facesse lento e regolare e percep il fluido magnetico scorrere tra loro due.
- Cosa ti spaventa di notte?
Il bambino impieg qualche istante a rispondere.
- I brutti sogni.
- Che cosa sogni?
Silenzio. D'Amblanc si prepar a cambiare domanda, quando il ragazzino d'un tratto rispose.
- La merda.
D'Amblanc percep il sussulto alle proprie spalle. Quella parola stonava con la faccia d'angioletto miserabile del bambino.
- Chi ti ha insegnato questa parola? - chiese.
- Simon dice che si dice cos, - prosegui il bambino. - La merda esce dal gabinetto. Ha la forma di un uomo piccolo. Ci sono anche scarafaggi e topi, che gli strisciano dietro. Cammina nella stanza.
- Hai paura?
- Si. Quando viene buio lui esce dal gabinetto, l dietro, nella torretta d'angolo. Mi dice che devo morire.
D'Amblanc ripens alle parole di Simon: "Si caca sotto, con rispetto parlando".
-  per questo che non defechi nel gabinetto?
- Ho paura che mi prende e mi trascina gi.
Il dottore senti ancora scalpitare dietro di s. Poi la voce di Hbert, in un sussurro:
- Non ci interessano i suoi bisogni corporali. Dobbiamo chiedergli della madre. Chiedigli della relazione con la madre, cittadino D'Amblanc.
Chauvelin intervenne per mettere buono Hbert.
D'Amblanc scosse la testa.
- Sai dov' tua madre?
- No.
- Cosa facevate quando lei era qui?
- Avevo i capelli lunghi e lei me li pettinava. Giocavamo a dama. Mi faceva leggere vecchi libri di storie.
Lo sguardo di D'Amblanc scivol sulla chioma sudicia, uguale a quella di ogni ragazzino dei vicoli di Parigi.
- Che genere di storie?
- Storie di cavalieri e di principesse.
Il sibilo compiaciuto di Hbert attravers la stanza, seguito da quello di Chauvelin che lo redarguiva ancora sottovoce.
Il dottore strinse appena un poco di pi i polsi del bambino.
- Chiedigli come lo appella la madre... - sugger ancora Hbert.
Il medico rivolse la domanda al bambino, che rispose senza esitare.
- Luigi Carlo... - esit un istante, come se dovesse ricordare, poi aggiunse: - Altezza reale.
- Ti ha mai detto che sareste potuti andare via dal Tempio? - chiese D'Amblanc.
Le orecchie si tesero, niente sibili o suggerimenti ora. Silenzio e attesa.
- No.
Per qualche ragione quella semplice sillaba caric un peso enorme sulle spalle di D'Amblanc. Non che avesse sperato in un'altra risposta, com'era probabilmente per il pubblico accusatore. A schiacciarlo era l'assoluta rassegnazione che avvertiva nella risposta. Provava pena per l'essere che aveva davanti, derelitto, sporco e solo. Eppure lui e sua sorella, reclusa al piano di sopra, sarebbero stati forse gli unici della famiglia a salvarsi. Gli unici ad avere un futuro.
- Qual  stata l'ultima cosa che tua madre ti ha detto prima di lasciarti?
Pronunci la domanda senza sapere se stava conducendo l'interrogatorio che gli era stato commissionato o se non era piuttosto in cerca di una speranza per quel bambino.
- Ha detto che se non ci vedremo mai pi devo confidare in Nostro Signore.
- Chiedigli se mentre lo pettinava lo accarezzava... - sussurr Hbert.
D'Amblanc strinse i denti per non insultarlo. Non voleva rischiare di interrompere bruscamente la sonnambulizzazione. Finse di non aver udito, ma prima che potesse chiedere altro, il bambino parl, con gli occhi ancora chiusi e il respiro regolare di un dormiente.
- Mi accarezzava i capelli.
Sollev una mano e prese a passarsela sul capo, ravviando ciocche immaginarie.
D'Amblanc senti ancora nell'orecchio il bisbiglio fastidioso di Hbert.
- Chiedigli se sua madre lo ha mai toccato...
Questa volta D'Amblanc dovette raddoppiare gli sforzi per non esplodere. Strinse la mandibola, respirando a fondo, deciso a non aprire pi bocca.
Fu il bambino a parlare.
- Ho paura...
- Di cosa? - si affrett a chiedere D'Amblanc. - Del gabinetto?
Il bambino scosse la testa.
- Di voi... - Una mano si sollev a indicare il torace di D'Amblanc. Subito il medico ricord il gesto della piccola Margot e prov un brivido. - Del vostro male, - aggiunse il bambino. Poi l'indice si spost a indicare sopra la spalla di D'Amblanc: - Del suo male alla testa.
D'Amblanc sapeva che Chauvelin lo fissava dal fondo della stanza.
- E io? - intervenne Hbert avvicinandosi con tono sarcastico. - Non ho mal di testa, io?
Il bambino apr gli occhi di scatto e il procuratore trasal, come se quello sguardo azzurro gli avesse sbarrato la strada.
- Voi la testa la perderete.
- Ah! - sbott Hbert. - Che io sia dannato se quella puttana infida non mi preceder!
- Basta cos! - intervenne Chauvelin.
D'Amblanc si alz in piedi, scost Hbert con una spallata e prese la porta. Nell'anticamera lanci un addio all'indirizzo di Simon e spari nel corridoio che conduceva alla torretta con la scalinata a chiocciola. Sia la porta di legno che quella di ferro erano rimaste aperte. Scese i gradini di corsa, attravers la sala al pianoterra e usc di slancio.
Salut con sollievo l'aria fresca del giorno e respir a pieni polmoni la brezza autunnale che spirava tra gli alberi.
- D'Amblanc, aspettate!
Chauvelin lo raggiunse a passo spedito.
- Andate al diavolo, - disse D'Amblanc puntando il cancelletto nel muro di cinta.
Il poliziotto aggir un platano e si par davanti al medico impedendogli di proseguire.
- Esigo la vostra opinione professionale.
- La mia... - D'Amblanc scosse la testa incredulo. - Quel bambino  sporco, insonne e sconvolto. Cos'altro volete che vi dica?
Lasci ancora che l'aria secca e fredda gli riempisse il petto. Ebbe un capogiro. Appoggi la mano al tronco dell'albero, ne senti la scorza sotto i polpastrelli. Era qualcosa di concreto, di solido, veniva voglia di scorrerci sopra le dita, di grattare la corteccia e staccarne grosse placche grigie.
- Quel bambino ha vissuto sull'Olimpo da quando  venuto alla luce, - ribatt Chauvelin. - Deve soltanto abituarsi a vivere sulla terra, come tutti i mortali.
- Credete sia questo? - domand D'Amblanc ancora in tono scettico. - In pochi mesi ha perso il padre, lo hanno separato da sua madre e da qualunque persona conoscesse.  spaventato e triste.
La rabbia scav tra le sopracciglia di Chauvelin una ruga profonda, che pareva dovesse inghiottirgli l'intera fronte.
- Pensate davvero che rendere felice il rampollo del Capeto possa essere una nostra priorit? Avete idea di quanti sono i bambini francesi che soffrono?
D'Amblanc scosse il capo.
- Non  questo. Abbiamo scritto che lo scopo della societ  la felicit comune.
- La felicit comune implica l'infelicit dei nemici del popolo, - continu Chauvelin. - Grassatori, accaparratori, tiranni. Luigi Carlo Capeto era destinato a diventare il prossimo tiranno di Francia, invece sar un libero cittadino della Repubblica. Vi pare poca cosa?
- Mi pare che al momento sia tutt'altro che libero.
- Al momento. Perch se ora lo liberassimo, sarebbe schiavo del suo destino di re. Bisogna prima educarlo alla vera libert.
- Sar comunque un orfano, - disse D'Amblanc, senza pi voglia di litigare. Voleva soltanto andarsene, essere lasciato in pace.
- Sapete che a questo non c' alternativa, - ribatt Chauvelin. - La Francia  piena di orfani. Orfani di oppositori alla tirannide, orfani di oppositori della rivoluzione, orfani di guerra. La Repubblica si occuper di tutti loro.
- La Repubblica, si... - disse D'Amblanc. - Non c' niente che io possa fare per quel bambino. E non c' niente che possa fare per voi e per il vostro processo. Ho creduto che Parigi fosse il posto giusto. Non ne sono pi cos sicuro.
La ruga di Chauvelin si mosse come animata di vita propria.
- Volete mollare la presa, dottore? Credete di potervi nascondere dalla storia?
D'Amblanc fece per smarcarsi muovendo un passo di lato, poi si ferm.
- Ci sono modi di nascondersi anche rimanendo alla ribalta.
Chauvelin lo fiss, incerto su cosa volesse dire.
- Abbiate il coraggio di parlare chiaro, dottore, - lo sfid.
- Perch non cominciate voi? Che fine ha fatto la signora Girard? - chiese a bruciapelo D'Amblanc.
- Ve l'ho detto. Ha lasciato Parigi.
- Dov'?
Chauvelin rimase zitto. La sua reticenza fu pi esplicita di qualunque risposta.
- Torno ai miei pazienti, - disse D'Amblanc.
Mentre si allontanava senti alle spalle la voce di Chauvelin.
- Siete chiamato a qualcosa di pi alto che aiutare il vostro ragazzo selvaggio. Voi lo sapete, D'Amblanc.
Il dottore continu a camminare.


2.

 che al principio di quel mese, la rivoluzione ha cambiato pure il calendario. Il giorno prima era il 5 di ottobre 1793 e il giorno dopo era il 15 vendemmiaio dell'anno II. Sulle prime questa cosa di non contare pi gli anni dalla nascita di Cristo - che poi non si sa manco quand' ch' nato di preciso - a noialtri sanculotti garbava pure, perch voleva dire che mentre eravamo da vivi s'era passato un fatto pi importante di Gesummaria, cio che la Francia era diventata Repubblica. Quel che ci garb meno  che invece delle settimane adesso c'erano le decadi, e i giorni non si chiamavano pi lunedmarted, ma si doveva dire unid, dued... Embe'?, dirai tu, chissene del nome dei giorni, tanto per i poveracci  sempre merdod. E invece sbrisga, perch col sistema di prima c'erano sei merdod e poi domenica, e la domenica, come Dio comanda, anzi comandava, ci si riposava dallo sgobbo. Ma siccome che dello sgobbo di Domineddio durante la Creazione non se ne voleva pi sentir parlare, ecco che il giorno del riposo - chiamalo domenica o decad la ciccia  sempre quella - arrivava dopo nove giorni di travaglio, tre volte in un mese anzich quattro. Insomma questa storia del calendario  stata come azzannare una bella brioscia dorata e trovarci dentro uno stronzo.
Per almeno in quel mese di ottobre o vendemmiaio che dir si voglia, ci consolammo con altre cose. Per esempio la notizia che l'armata nostra, dopo sessanta giorni di cannonate, si era ripresa Lione, e s'era cominciata la resa dei conti con la Vandea del Sud. Poi l'affissione del maximum dei prezzi sui muri di Parigi (alla buon'ora!): un prezzo per ogni cibaria e chi sgarra paga in solido, di tasca o di crapa.
A consolarci infatti fu soprattutto la mucchia di teste spiccate, con in vetta la pi importante.
I delitti di Maria Antonietta, la vedova del Capeto, erano talmente schiari che il processo  durato solo due giorni. Aveva buttato i soldi dello stato per tenersi i suoi favoriti ben stretti tra le cosce. Austriaca e bagascia, che non si sa cosa sia peggio, aveva convinto il marito a tradire il popolo francese. E quando noialtri s' fatta giustizia e abbiamo mandato il Capeto a chieder l'ora al vasistas, la realtroia, per non darcela vinta, s' messa a trattare il figlio da Luigi XVII, l'ha aizzato contro la Repubblica, gli ha ficcato in testa il vecchio mondo peggio di prima, povero garzotto, tanto che s' dovuto separarli.
Davanti al tribunale rivoluzionario, Hbert l'ha accusata d'essersi infilata nel letto del figlio per monarchizzarlo a puntino, come a dirgli che ormai non era pi la sua mamma, perch lui era re e in quanto re aveva il sacrosanto diritto di fottersi una regina. Apriti cielo! Le donne del foborgo, solo a sentir parlare di una porcheria del genere, si sono sentite offese da Hbert come madri, hanno sgolato fuori che anche la peggior saloppa una roba del genere non la farebbe mai, e solo i padri sono capaci di sbavare dietro al culo delle figlie o di portarsele nel letto.
Cosi il buon Hbert ha finito per pisciare controvento, con grande sgagno dei suoi nemici, per primo Robespierre, che gli ha tirato le orecchie da farlo ragliare mentre che gli prendeva la misura del collo.
Epper amici e nemici si sono trovati d'accordo almeno su un fatto, e cio che la libert d'opinione  una gran bella cosa, ma le donne, quando stanno tra loro, la spendono subito per ficcare il naso in affari che non le riguardano, come andare ai processi a starnazzare o a fare rissa tra i banchi del mercato. Ecco perch, dopo l'ennesima bussata tra amazzoni e pesciarole, tutta la Convenzione ha votato per la chiusura dei club femminili, ch di donne che si accapigliano non se ne pu pi. Se passano il tempo in questa maniera, come fanno a fare lo sgobbo che devono?
Oramai s'era in brumaio, il mese della nebbia, anche se molti continuavano a chiamarlo novembre. Altre ventotto teste coronate erano cadute a terra, ma non con la ghigliottina. Quei re li hanno decapitati con una fune. Il boia tira la corda, li stacca dal loro mondo di pietra e li schianta sul pav di fronte a Nostra Dama. Altro che Luigi XVII monarchizzato da Maria Antonietta. Noi si voleva evitare che quelli come te, i cittadini del futuro, potessero alzare gli occhi ai portoni della cattedrale e dire: "Varda un po' gli antichi re, hai visto che maest, che regalit, che gloria, sta' a vedere che la Francia era meglio quando c'erano loro..."
Poi finalmente il io brumaio  arrivata l'ora di Brissot e degli altri girondini. Quelli che volevano salvare Luigi.
Quelli che hanno votato per fare la guerra, sperando che gli Austriachi arrivassero fino a Parigi. Quelli che il maximum  contro il libero commercio e la propriet privata. Quelli che con il federalismo si son provati di spaccare la Francia.
Sono andati al patibolo cantando La Marsigliese sotto una pioggia di scaracchi. Sono andati al patibolo solo in venti, perch Valaz ha pensato bene di pugnalarsi nell'aula del tribunale e risparmiare il disturbo al boia. E delle frasi sgolate al vento prima di perdere la testa, ce ne ricordiamo alcune. Quella di Girard, il gecco che aveva provato a scappare vestito da donna, che ha attaccato bene, sgolando forte, ma uno starnuto gli ha tagliato le parole e dopo era troppo tardi, stava gi con la testa nel buco, manco il tempo di dirgli salute, che gi non gli serviva pi.
Quella di Carra, che in vita  stato un giornalista mediocre, ma prima di tirare i cracchi ha fatto un bel motto senza battere ciglio: "Peccato. Avrei voluto vedere come andava a finire".
Tre giorni dopo hanno colto anche la zucca di Olympe de Gouges, quella dei diritti della donna e della cittadina, amicona di Brissot e compagnia bella. Il procuratore del comune, Pierre-Gaspard Chaumette, che per si fa chiamare Anassagora ed  un compare di Hbert, le ha scritto un bell'elogio funebre. Ha detto che finalmente ci toglievamo di torno la donnauomo che aveva fondato la prima societ di femmine per mettere becco negli affari della Repubblica invece di occuparsi dei figli. "Volete imitarla? No di sicuro. Voi sapete di essere interessanti e degne di apprezzamento solo quando siete ci che la natura ha voluto che foste". Altrimenti sbrisga, vaderetro nella fossa. Amen. Ecco, da lass in vetta, la bagascia brissotina ha blaterato: "Figli della patria, voi vendicherete la mia morte!"
Quante arie. Tutti a petto in fuori, a darsi un mucchio di importanza come fossero sul palco a teatro. Quando schiattiamo noialtri, di crepaculo o febbre da cavalli, si muore con un rutto o una scoreggia, tutt'al pi una preghiera masticata insieme a una bestemmia, ma non  che a noi faccia pi piacere. E di fosse ne riempiamo tutti i giorni. Quando invece fai il servizio a una dama o a uno scaldasedie della Convenzione tutti a prendere nota e a drizzare le orecchie per sentire le ultime parole famose.
Comunque sul carretto ne salirono molti altri.
Il 16 brumaio and alla ghigliottina Filippo Egualit, che era stato il duca di Orlans, e il 18 la signora Roland, che nel suo salotto aveva offerto il t dove inzuppare i biscotti dei brissotini, il 21 Bailly, che quando era stato sindaco ci aveva fatto sparare addosso in Campo di Marte, e il 25 Manuel, che aveva difeso il re, e il 27...


3.

Era un'onda che monta, travolge tutto e poi si ritira, portandosi via ogni cosa. Cosi si sentiva: derubata, come se le avessero tolto quello che aveva di pi importante. Pauline, una delle altre tre venute all'appuntamento, ci stava anche provando a convincerla che non tutto il male viene per nuocere, che saltavano le teste che dovevano saltare: l'austriaca impestata, i girondini, i traditori del popolo, gli infami. Certo, Marie lo capiva che pure la De Gouges doveva dire addio alla sua testaccia di brissotina, per... Per. Le parole per dirlo le si attorcigliavano in testa. Olympe era una bagascia da salotto, ma aveva scritto la dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Marie l'aveva letta appena una settimana prima, a casa di Claire. Marie aveva detto che a conti fatti le cose che scriveva la De Gouges non le suonavano affatto storte.
"Hai sempre detto che non te ne fai niente dei diritti se non hai da mangiare...", aveva commentato Claire. Poi aveva mutato tono ed espressione, quasi cercasse di contenere la rabbia.
"Forse la De Gouges scriveva cose giuste, si. Ma come pensava di metterle davvero in pratica? Sperava forse che lo facesse il suo amico Brissot, salvando i benefici dei ricchi? Non puoi affermare un diritto mentre conservi un privilegio".
Si era zittita, consapevole di dove la portava il proprio ragionamento, in base al quale Robespierre e Danton non apparivano diversi dagli altri: la costituzione che avevano scritto era un gioiello, ma non avrebbero fatto le leggi per metterla in pratica. Almeno finch durava la guerra.
Lo sapevano entrambe anche adesso, mentre guardavano ci che restava della societ delle cittadine repubblicane rivoluzionarie. Non era una coincidenza che avessero chiuso con un decreto tutti i club femminili e tre giorni dopo avessero tagliato la testa alla De Gouges.
L'onda si stava ritirando.
L'immagine che veniva in mente a Marie era quella di una donna con il culo esposto alla frusta. Una frusta impugnata da un'altra donna.
- E adesso che si fa? - chiese la quarta, Darcelle, la giovane adepta della societ che una sera era andata a cercare Marie per salvare Claire dalla prigione. - Mica possiamo andare in delegazione solo noi quattro. Perch non  venuta nessun'altra?
Non ottenne risposta. Ciascuna di loro scelse la propria in silenzio.
Claire inspir a fondo. Sfoggiava i vestiti da amazzone e per Marie non era mai stata cos bella.
- Io non resto zitta, - disse. - Vado a protestare l dentro. Se questa  la fine, che almeno sia a modo nostro.
Le altre tre fissarono il grande edificio che campeggiava oltre lo spiazzo. La Convenzione, la montagna pi alta, il tempio della Repubblica.
- Ci copriranno di sputi, lo sai, - disse Pauline. - Non aspettano altro.
Claire le guard tutte e quando Marie incroci il suo sguardo le apparve davvero come un'amazzone antica, come quelle scolpite dagli scultori o che si vedevano stampate sui giornali. Marie pens ancora che quella disperata determinazione la rendeva bellissima e terribile, da non toglierle gli occhi di dosso. Un lieve sorriso inclin la bocca a cuore di Claire.
- Si, lo faranno, - disse. Poi aggiunse: - Le altre hanno gi scelto. Voi non siete tenute a venire con me.
Marie fece un passo al suo fianco, con l'emozione che le inondava lo stomaco.
Il sorriso di Claire si fece appena pi marcato. Entrambe rimasero in attesa delle altre.
Pauline si mosse con una scrollata di spalle.
- Al diavolo. Siamo venute fin qui...
Darcelle, gli occhi inondati di lacrime che si sforzava di non far sgorgare sulle guance, appariva ancora pi giovane di quanto non fosse. L dentro l'avrebbero sbranata, pens Marie. Poi la vide muovere un passo incerto, ma nella direzione giusta.
Darcelle tir su col naso.
- Andiamo, - disse.
Si incamminarono una di fianco all'altra, percorrendo la distanza che le separava dalle Tegolerie. Alcuni passanti si voltavano a guardarle incuriositi da quella passeggiata a quattro; altri le ignoravano. Un gruppetto di ragazzini prese a seguirle, ridacchiando alle loro spalle, ma dato che le donne non reagivano alla provocazione lasci perdere in fretta.
Giunte davanti all'ingresso si fermarono a contemplarne l'imponenza, consapevoli che probabilmente era l'ultima volta che entravano l dentro.
- Sapete... - disse Claire in tono scanzonato, - la prima volta che ho esordito in una commedia  stata come sostituta della primattrice, che si era ammalata. Quando il pubblico ha visto me al posto suo, ha preso a insultarmi e a lanciare di tutto sul palco. Io sono andata avanti lo stesso fino alla fine del primo atto. Poi sono rientrata per il secondo atto, e non hanno pi lanciato niente.
Pauline si concesse una risatina per alleviare la tensione. Accanto a lei, Darcelle apparve un poco rincuorata dall'aneddoto.
- Vuoi dire che pu essere meno peggio di quello che pensiamo?
Marie le tocc una spalla.
- Vuole dire che bisogna tenere duro abbastanza per arrivare al secondo atto.
- Ammesso che ci sia un secondo atto, - concluse Pauline senza nascondere lo scetticismo.
Claire le pass di nuovo in rassegna.
- Pronte?
Annuirono.
Entrarono insieme nelle fauci della Convenzione.


4.

L'odore di arrosto era un rigagnolo sospeso tra le case. Scorreva silenzioso ad altezza d'uomo, sfiorava i davanzali delle prime finestre e il vento gelido lo spingeva lontano lungo la via. Bastien lo seguiva naso all'aria, come un cane da lepre. La colazione con mezza cipolla gli aveva solo rinnovato l'appetito. Non impieg molto tempo a scovare la sorgente del profumo: sgorgava dalla macelleria dei fratelli Napie.
Una fila di trenta persone orlava il muro dell'edificio, dall'ingresso fino all'angolo di un vicolo. Bastien si mise in coda, gli occhi bene aperti, dietro due massaie che leggevano "Il Pap Duchesne". Subito not che nella bottega entravano molti pi clienti di quanti non ne uscissero col cartoccio sottobraccio. Segno che tutti gli altri usavano un'uscita secondaria. Dunque avevano qualcosa da nascondere.
Attese il suo turno di varcare la soglia. L'odore di arrosto lo lasci a bocca aperta: pareva di potersi saziare anche solo girandoci dentro la lingua. La matrona davanti a lui aveva il culo grosso come un cuscino, e Bastien immagin di sprofondarvi la faccia e addentarle una chiappa. La donna cinguett col macellaio qualche frase incomprensibile. Quello, invece di servirla, la fece accomodare nel retrobottega.
- Carne ce n'? - domand allora Bastien, e riconobbe sul volto dell'uomo l'ombra di malcelata inquietudine che coglieva sempre i commercianti, quando si ritrovavano di fronte il garzo di Treignac.
- Finita, - rispose Napie. - L'ultimo pezzo con le gioie se lo sono gi preso. Adesso mi sono rimaste le gioie, ma senza la carne.
Il bottegaio fece un gesto col braccio, a indicare dietro di s, sul banco di legno, un mucchio di ossi, tendini e sfilacci di grasso. Bastien si sporse a guardare.
- Allora perch ci fai stare in fila, se non hai pi niente?
- Vedi, - sospir il macellaio, il tono mieloso da ti-spiego-come-va-il-mondo, - tanta gente compra gli ossi per farci il brodo.
Il ragazzo finse di prendere per buona la spiegazione, gir i tacchi e fil via senza nemmeno salutare. Conosceva bene lo stratagemma della carne cotta: visto che la legge fissava un prezzo massimo per la carne cruda, quelli te la vendevano arrosto, al doppio della cifra, poi dicevano che la differenza era per via del fuoco, della legna, del sale.
A passo svelto arriv alla bottega di Treignac e lo trov intento a risuolare un paio di stivali.
- Il macellaio Napie vende la carne cotta e fa uscire i clienti dal retro, - disse in un fiato.
Treignac annu, senza alzare gli occhi dal lavoro.
- Lo so.
- Se ci vai subito, lo becchi proprio con le mani nel sacco, - insistette il ragazzo.
- Ci vado stasera, - rispose Treignac ancora concentrato sulla cucitura della tomaia.
- Perch? - protest Bastien. -  adesso che sta imbrogliando!
Treignac appoggi lo stivale al banco da lavoro e pass le mani sul grembiale sozzo.
- Ascolta, qua  come dare la caccia alle mosche in un letamaio. Se arrestiamo tutti i commercianti che non rispettano le regole chi la vende la roba? Tu?
La fronte di Bastien disegn rughe molto esplicite. Il ragazzino punt l'indice contro un manifesto appeso alla parete.
- Allora che ci sta a fare la tabella dei prezzi?
Treignac sospir.
- Hai la stessa testa dura di tua madre. Il maximum  una cosa giusta, che impedisce ai prezzi di salire senza controllo. Per ci vuole pazienza, siamo in guerra col mondo intero, e allora per forza c' poco pane, e quel poco costa di pi, e se vuoi farlo pagare meno, va a finire che sparisce del tutto. Dobbiamo tenere i prezzi sotto controllo, ma dobbiamo anche lasciare che i negozianti ricavino il loro guadagno. Robespierre fa una legge dietro l'altra, per far viaggiare la farina, per andarsi a prendere quella imboscata, per piantare pi grano e raccoglierne di pi. Tutte cose che vogliono tempo. Magari gi quest'estate avremo il pane, la carne, i prezzi bassi e la pace, ma prima di allora  tanta grazia se non si crepa di fame.
Lo stomaco di Bastien rispose con un brontolio che valse pi di una replica. La cipolla della colazione era ormai un lontano ricordo. Treignac pesc una galletta da un involto di carta e la lanci al ragazzino che l'afferr al volo.
- Succhia, non mordere, o ti spezzi i denti dal gran che  dura.
Bastien port il cibo alle labbra con cautela.
Treignac lo guard di sottecchi.
- Sei venuto solo per dirmi di Napie?
Il ragazzo esit, concentrato a rosicchiare la galletta.
- Hai chiesto ai tuoi amici? - biascic.
- Si, - annu Treignac, che aspettava quella domanda.
- Pare che vive a casa di quell'attrice. Sta bene, comunque. Adesso che le societ femminili sono state sciolte avr meno occasioni di cacciarsi nei guai.
Riprese tra le mani lo stivale, ma prima di rimettersi al lavoro si rivolse ancora a Bastien.
-  gagliarda. Se la caver.
Il ragazzo non disse nulla. Mosse la mano in segno di saluto e spar fuori, in strada, con la galletta tra lingua e palato.

"L'AUDITORE NAZIONALE"
n. 436, pagina 2
Estratto dal resoconto
della seduta della Convenzione nazionale
11 frimaio, anno II (I dicembre 1793)

BOURDON (del dipartimento dell'Oise), a nome del comitato per l'agricoltura, propone alla discussione un decreto sul prosciugamento degli stagni. Egli fa notare che queste masse d'acqua furono create, in maggioranza, da monaci e beneficiari ecclesiastici, i quali, per avere bei pesci, sacrificarono i cantoni pi fertili delle nostre campagne. Dichiara inoltre che in tutte le contrade dove esistono questi stagni, i raccolti di grano vengono quasi sempre rovinati dal gittaione, una pianta tossica, e i paesi sono spesso preda di epidemie. Pertanto, il prosciugamento degli stagni produrrebbe due risultati assai vantaggiosi: l'aria pi salubre e la restituzione di cinquecentomila acri di terreno all'agricoltura.
DIVERSI MEMBRI domandano che si decreti solo il prosciugamento degli stagni nocivi per il raccolto e pericolosi per la salute.
Ma DANTON interviene: "Tutti noi appoggiamo la congiura contro le carpe e amiamo il regno dei montoni. Domando che il progetto venga messo ai voti".
Dopo un ulteriore dibattito, si decretano i due seguenti articoli:
Art. 1. Tutti gli stagni e i laghi della Repubblica che si usa svuotare per raccoglierne i pesci, quelli formati da dighe o chiuse, verranno prosciugati entro il prossimo 15 piovoso.
Art. 2. Il suolo degli stagni prosciugati verr seminato con grano marzolino, o con ortaggi commestibili per l'uomo.

Su proposta di un membro, la Convenzione nazionale incarica inoltre il suo comitato per l'agricoltura di presentare un progetto di decreto per la semina di quei parchi e giardini che fino a oggi sono stati consacrati solo al lusso e al superfluo.

 SCENA TERZA
 Fame a volont
Autunno-inverno 1793-94


I.

Peggio del freddo cagnardo c' soltanto la fame ladra e schifa, che ti fa azzannare le gambe dei tavoli per non mordere quelle dei commensali.
Avevamo avuto il maximum, ma i frodaioli spuntarono come funghi. Chi ti vendeva il vino finto, che era sidro colorato di rosso, chi il pane finto, impastato con la polvere di gesso. Per il vino si nominarono dei commissari "degustatori", come se non bastasse il nostro gusto a distinguere il piscio dal succo d'uva. Per il pane, si costrinsero i fornai a cuocere il pane dell'egualit e sbrisga, con tanto di timbro di garanzia. L'esercito lo mandarono di scorta ai carri dalla campagna, e gi che c'erano spedirono a travagliare nei campi le reclute e il canagliume delle galere.
Quel trappolalo di Danton se ne usc con la trovata di seccare gli stagni e coltivare pure quelli, per farci brucare le bestie da ciccia. "Dobbiamo appoggiare la congiura contro le carpe e sostenere il regno dei montoni", disse. Cosi si parlava allora alla Convenzione, coi denti grossi. E chissene che i regni non li voleva pi nessuno: quei nobilardi a quattro zampe dovevano riempirci la panza. E in effetti la pensata di andare a prendersi quegli altri, quelli bipedi, dalle prigioni, per sgranocchiarseli, qualcuno la fece anche, ma ci  mancato lo stomaco, che quindi  rimasto vuoto.
Il comitato di salute pubblica ordin di piantare patate in ogni striscia di terra: nelle aiuole delle Tegolerie, nei giardini del Lussemburgo, nei cortili, cos che gli ignorantoni smerdi come noialtri smettessero di darle ai porci e si rassegnassero a mangiarsele, ch rimpinzavano bene e soprattutto, al contrario degli zamponi, quelle ricrescevano. E allora dove che il giorno prima c'era un giardino, il giorno dopo era spuntato un orto di patate. Se c'era una zolla libera, certo come la mortazza che ci piantavano patate, quindi guai a vuotarci pitali o le budella. Ci uscivano dalle orecchie, le patate. Insieme alle aringhe secche, pure quelle, al posto della carne che ormai te la sognavi di notte e di giorno e ti saresti tagliato una fetta di culo, giusto un assaggino, tanto per gradire, se non ti fosse servito per sederti.
Insomma, quell'inverno si correva da un cantone all'altro della citt in cerca di briciole, come formiche. Tutto era razionato: zucchero, sapone, olio, e soprattutto il sale in zucca, ch di quello ce n'era davvero poco. Perch quando che hai fame, e questo chiss se tu lo puoi capire da l dove stai, la testa non funziona pi come prima, s'incaglia, ch non ti consola nemmeno avercela ancora sul collo, se non te ne fai pi niente.


2.

Era stato un inverno durissimo, e non accennava a mollare la presa. Poco da mangiare, poco guadagno, e la scena tenuta saldamente dalla primattrice, Nostra Dama Ghigliottina.
Lo continuava a sentirsi meno di una comparsa. E sentirsi cos nel mezzo di una rivoluzione era il modo peggiore di sentirsi. Certo, almeno aveva una sorta di giaciglio, sul retro del ristorante, e quindi anche un tetto sulla testa. Aveva persino una paga, ancorch scarsa, ma sufficiente a non morire di fame. A volte, nella solitudine della sua branda, mentre fuori il gelo notturno faceva scricchiolare il legno, ripensava alla sarta Marie. Il loro amplesso era uno dei ricordi che conservava con maggiore premura. Anche perch non aveva pi avuto un'altra donna dopo quel giorno, a casa sua. A ripensarci, era stato bello essere l'eroe del foborgo di Sant'Antonio, per un po' di tempo.
"Un uomo importante si riconosce dallo strascico di fighe che si porta dietro". Le parole del maestro Goldoni. La solitudine di Lo ne decretava dunque la mediocrit? Forse. Forse doveva arrendersi a quell'evidenza. Non era pi un attore, ma uno sguattero. Ed era povero. Ma Lo non si piangeva addosso: non ci voleva molto ad accorgersi che c'era chi stava peggio. Come Andria, il vecchio cameriere corso, preso di mira dai lazzi e dai dispetti dei muschiatini. Poich Lo non aveva reagito alle provocazioni, alla lunga quei finti damerini senza erre, lezzosi di muschio, che frequentavano la taverna, avevano deciso di lasciarlo perdere, per ripiegare su Andria. Erano dei marronari come gli altri, ma si atteggiavano a chi sta meglio e la sa pi lunga. E poi parlavano in quella maniera ridicola, consapevoli di irritare il prossimo. Uno dei loro passatempi era andare al mercato del pesce a sobillare le donne. Senza farsi vedere dalla cagnaccia, inteso. Quelli le odiavano le donne, era chiaro, volevano soltanto vederle combattere come cagne nell'arena e scommettere sulle une o le altre.
"Mio ca'o, p'op'io ie'i abbiamo assistito a un conf'onto ine'edibile... ine'edibile. Una lavandaia della 'ivagoscia cont'o una pescia'ola dei Me'cati. Da sganasciaci dal 'ide'e".
Andria si divertivano a sfotterlo. Gli attaccavano pezzi di cibo ai vestiti, gli facevano lo sgambetto quando passava tra i tavoli, oppure lo chiamavano in continuazione per il gusto di vederlo correre di qua e di l.
Lo non capiva. Non capiva perch, con tante teste che rotolavano sulla pubblica piazza, quei ceffi dovessero mantenere indisturbati la propria. Forse, si rispondeva, perch il boia aveva ben altri ceffi a cui pensare, pi pericolosi per la patria di quella ghenga di sfaticati. O forse perch erano molto bravi a non farsi notare, trascorrevano quasi tutto il tempo a Palazzo Egualit, e le imprese al mercato erano marachelle.
Dedicavano una risata a ogni inezia, pensavano soltanto a come divertirsi alle spalle di qualche disgraziato, mai una parola critica su come andavano le cose. Alcuni di loro portavano la coccarda. Anzi ne portavano anche tre o quattro sul bavero, ostentandole come se fossero oggetti ridicoli. Presenziavano a tutte le decapitazioni e scommettevano su chi sarebbe stato il prossimo a infilare la testa nel buco. Cosa avessero da confabulare con il tetro custode di Palazzo Egualit, l'uomo senza naso, Lo non avrebbe saputo dirlo. La faccia di teschio e i ridenti muschiati.
Finch, alla fine del merdoso inverno, in una di quelle notti insonni in cui non riusciva a placare i pensieri e cincischiava con una mano tra le gambe, indeciso se inseguire il ricordo della sartina o i ricordi di giovent a Villa Albergati, un'intuizione si fece strada nella sua mente e lo lasci di sasso.
I muschiatini non parlavano davvero di nulla. Andavano a omaggiare l'operato di Madama Ghigliottina solo per i pettegolezzi e le scommesse. Lo non li sentiva mai commentare gli avvenimenti se non per scherzarci sopra. Ecco, quegli uomini non esistevano. Non li, almeno. Era come se si trovassero altrove, come se nulla li riguardasse. Semplicemente, non vivevano la rivoluzione. Ogni loro gesto era frutto di una studiata retorica, atta a ignorare il mondo circostante. Come attori che recitassero senza un pubblico.
La mano di Lo si era allontanata dalle pudenda e lui si era ritrovato seduto sulla branda, in preda a un'idea schiacciante: i muschiatini odiavano la rivoluzione. E odiavano la Repubblica. Le odiavano a tal punto da... - Lo ebbe un sussulto - da cancellarne l'iniziale dal vocabolario!

Trascorse il resto della notte in un inutile dormiveglia e al mattino scatt in piedi rapido, pronto a mettere in atto il suo piano.
Dovette arrivare mezzogiorno, il momento in cui gli sfaccendati olezzosi si radunavano all'osteria in almeno sei o sette, a pasteggiare con una mezza forma di cacio e un fiasco di vino. C'era anche il pi odioso della banda, un gecco che portava un monocolo e si chiamava Jean-Dominic, per tutti Jean-Do. Lo lo aveva individuato come il capoccia dei bellimbusti. Attese che si mettessero di buona lena a provocare Andria.
Quando Jean-Do fece lo sgambetto al vecchio cameriere e quello cadde per terra in un rovinare di piatti e in uno scrosciare di risate, Lo fece ci che doveva.
Sali in piedi su un tavolo.
Quel semplice gesto attir su di lui l'attenzione di tutti. Lo sghignazzo cess e persino le chiacchiere. Il padrone non fece in tempo a girare intorno al banco per andare a maledirlo, che Lo aveva gi attaccato a parlare.
- ORs, cuoR-di-lepRe che vi tRastullate l'aRnese sotto lo scRanno mentRe ve la pRendete con i poveRi e angaRiate gli sventuRati per sentiRvi foRti e gagliaRdi! ORs, cRicca pRiva di veRgogna, che invece di difendeRe la FRancia tRascoRRe i gioRni in osteRia, gRattandosi le cRoste dal cRanio e Ridendo delle disgRazie altRui! ORs, gRumi di steRco Rinsecchito, che cRedete di copRiRe l'odoRe di meRda e putRefazione con il pRofumo di fioRi moRti! ORs, voi che paRlate come stRanieRi in patRia e tRovate incRedibile ogni stRonzata come io tRovo assuRdo il vostRo non esseRe ancoRa cRepati, tRafoRati dagli stRali della RRRivoluzione! ORsu, pRendete lo scRoscio che vi peRtiene!
Ci detto, Lo sbotton le brache, estrasse il membro e diresse il getto di piscio sui muschiatini, che si ritrassero disgustati, ancora esterrefatti e senza parole. E tali rimasero per alcuni momenti, quando Lo sgrull le ultime gocce.
Anche l'oste era ammutolito, e cos gli altri clienti.
Il primo a fare un passo avanti, spazzandosi la giacca bagnata, fu Jean-Do. Capelli biondi e denti fessi, monocolo, faccia da putto mal cresciuto.
Jean-Do si produsse in un lento applauso, greve e tetro.
- E bravo l'italiano. Non  da tutti firmare cos la propria rovina -. Improvvisamente ogni leziosit, ogni posa, era sparita. - Alla barriera dei combattimenti. Dopodomani, di primo mattino. Se hai il coraggio di farti vedere.
Detto questo lasci l'osteria a passi corti e posati, come stesse passeggiando lungo un viale, seguito dalla ghenga che lanciava occhiate all'intorno.
Quando furono usciti, Lo smont dal tavolo e si ritrov faccia a faccia con il padrone.
- Vattene. Prendi i tuoi stracci e sparisci.
Lo non obiett, non disse nulla. Sapeva che sarebbe stato uno spettacolo senza repliche.


3.

Quando senti bussare, il dottor Pinel interruppe la lettura.
- Avanti.
La faccia che comparve era quella di Pussin, ma sembrava invecchiata di anni.
- Cittadino, in cortile... Sta accadendo qualcosa.
Era il tono di chi ha appena assistito a un evento eccezionale e inspiegabile, come poteva essere un'eclissi per un uomo dei secoli bui, o un miraggio per un marinaio.
Pinel fu sul punto di chiedere spiegazioni, ma il volto terreo del governatore lo trattenne. Racchiudeva una richiesta d'aiuto essenziale, come a rimettere in ordine il cosmo.
Tolse dal naso le lenti a molla e le depose sul foglio. Si alz e segui Pussin fuori dallo studio, nel corridoio, gi per le scale, fino al cortile. La scena che gli apparve dinanzi lo blocc.
Gli inservienti erano schierati lungo il perimetro del cortile con in mano i bastoni.
I degenti allineati in file, a distanza di mezzo braccio l'uno dall'altro. Erano almeno una cinquantina e ognuno guardava davanti a s.
II dottor Pinel capi di avere la stessa espressione di Pussin. In mezzo agli alienati sparsi per lo spiazzo in gruppi di tre o quattro, oppure smarriti nella propria follia, si stagliava con ordine marziale quella schiera di corpi, immobile come un cubo di granito.
- Cosa significa?
Pussin allarg le braccia.
- Sono usciti e si sono disposti cos. Non so perch, nessuno ha detto niente, non sembra nemmeno che si siano parlati.
Il tono tradiva ansia, forse anche un accenno di paura sincera.
Pinel consult gli inservienti in capo, che confermarono la risposta.
- Avete ordinato loro di rientrare? - chiese il dottore.
Il capoinserviente annu ancora.
- Fate rientrare tutti gli altri.
Nel giro di pochi minuti, nel cortile erano rimasti soltanto gli uomini in file parallele. Pinel scese le scale senza timore e cammin davanti agli alienati. Erano le facce di sempre, quelle della miseria umana e della sofferenza, inespressive, spente. Ma gli occhi fissavano il vuoto.
Si ferm davanti a uno dei pi emaciati.
- Vi ordino di rientrare immediatamente.
Non accadde nulla. Pinel lo tocc su una spalla e percep una resistenza fisica inattesa, la forza d'inerzia di un corpo non disposto a muoversi di un passo.
Quegli uomini opponevano la loro presenza ordinata all'ordine dell'ospizio. Non appena questo pensiero ebbe attraversato la mente, Pinel si irrigidi. Una disposizione ordinata implica un ordine. E quell'ordine doveva provenire da qualcuno. Una volont si era imposta sulle altre.
Sollev lo sguardo verso una finestrella in alto, dietro la quale era certo si celasse un sorriso di compiacimento. Come quell'uomo avesse fatto, era una cosa che avrebbe scoperto in seguito, pens Pinel. Il problema immediato era come uscire da quella situazione.
Uno scacco matto.
Gli inservienti non aspettavano altro che l'ordine di bastonare quegli infelici e trascinarli dentro con la forza. Il suo avversario avrebbe goduto per una soluzione del genere: vederlo ricorrere alla forza bruta contro il potere della mente - perch si trattava di quello, Pinel ne era certo -sarebbe stata la migliore affermazione.
D'altra parte, anche se li avesse lasciati li, a consumarsi sotto le intemperie, l'altro avrebbe comunque avuto partita vinta.
Dunque, che fare?
- Cosa facciamo? - domand Pussin, come se avesse seguito il corso di quei pensieri.
Il dottore strinse i denti. Se era destinato a perdere, nemmeno il suo antagonista avrebbe vinto davvero.
- Riportateli dentro, - sentenzi.
Gir sui tacchi e si allontan verso l'edificio principale, raggiunto dai suoni secchi delle bastonate, come gocce di pioggia che si fanno via via pi fitte.
- Cittadino Pussin! - chiam. Il governatore lo raggiunse affrettando il passo.
Pinel lo ricondusse nel suo ufficio. Sedette allo scrittoio e verg alcune righe, in fondo alle quali appose il proprio timbro. Quindi consegn il foglio a Pussin.
- Da questo momento il degente Auguste Laplace non  pi un pensionante, ma un malato come gli altri. Deve essere rinchiuso e deve essergli negato il contatto con chiunque. Inservienti inclusi.
Pussin annu e si affrett a lasciare la stanza.
Rimasto solo, Pinel si alz e raggiunse la finestra. Guard di sotto, oltre il vetro. Gli inservienti erano alle prese con i ribelli. Non sembravano reagire alle bastonate. Alcuni, colpiti alla testa, sanguinavano, ma non facevano una piega. Qualcuno era a terra, privo di sensi, mentre chi riusciva a rimettersi in piedi guadagnava la posizione di prima, senza scomporsi. La fatica di Sisifo. Avrebbero dovuto sollevarli a uno a uno e portarli dentro di peso.
Pinel avverti un brivido dietro la nuca.


4.

Poco prima di mezzogiorno, sotto un sole tiepido, i due viaggiatori scesero dalla vettura all'imbocco di un lungo viale costeggiato sui lati da file di cipressi, alla maniera toscana.
Il cocchiere frust i cavalli e la carrozza riparti sollevando una nuvola di polvere giallastra.
D'Amblanc si spazz le maniche della giacca. Il ragazzino si era avvicinato a uno dei pilastri di mattoni che delimitavano l'ingresso alla tenuta. Lo stemma nobiliare era stato rimosso a colpi di scalpello.
- Dovr restare qui? - chiese il ragazzo.
D'Amblanc non seppe cosa rispondere.
- Non  un brutto posto, - bofonchi facendo qualche passo all'intorno.
Il viaggio era stato scomodo e noioso, in compagnia di un agente del comitato di salute pubblica in missione a Soissons e di un prete federato, secco come un chiodo, che non aveva mai alzato il naso dal breviario. Avevano attraversato una campagna monotona, villaggi popolati da contadini magri, gi in l con gli anni, e bambini che razzolavano in branchi e inseguivano la carrozza vociando, fino alla fine dell'abitato, prima di lasciarla filare via, lungo la strada polverosa.
D'Amblanc si senti in dovere di parlare ancora al ragazzo.
- Qui vive una persona che pu aiutarti a guarire.
- Sono malato, signore?
D'Amblanc guard Jean con condiscendenza.
- Non chiamarmi signore. I signori non esistono pi. E tu non sei malato, ma hai ugualmente bisogno d'aiuto. Siamo qui per questo.
In realt D'Amblanc sapeva di essere parte in causa, di volersi confrontare con qualcuno che parlasse la sua lingua. Da troppo tempo, dopo la diaspora dei mesmeristi, conduceva la sua attivit in solitudine. Ora che aveva con s la prova dell'inesattezza dell'assioma di Puysgur, doveva parlare con lui. Gli aveva soltanto accennato al problema, nella lettera che aveva inviato pochi giorni prima di partire, annunciando al vecchio mentore il suo imminente arrivo. De visu gli avrebbe detto dei due Jean che vivevano nello stesso corpo. Quello posato, che parlava come un damerino di prima della rivoluzione, e quello selvaggio, che si arrampicava sugli armadi ringhiando come un lupo, tanto che l'ultima volta c'era voluto del bello e del buono per tirarlo gi, sonnambulizzarlo e riportarlo alla vita civile.
Era inquietante pensare che entrambe quelle persone erano il prodotto di un intervento esterno: l'educazione e il suo contrario. Un orfano miserabile educato come un nobile sotto trattamento sonnambolico e poi fatto regredire a uno stadio bestiale attraverso la stessa pratica. D'Amblanc aveva quasi pudore a formulare quel pensiero. Chiunque avesse commesso il misfatto aveva agito come fosse un esperimento, un gioco, per dimostrare qualcosa a s stesso: il proprio potere assoluto su un inerme. Era un'idea orribile, che D'Amblanc teneva relegata in un angolo della mente, senza consentirle di dilagare e scatenare il malessere.
Per qualche ragione pens agli indiani che lo avevano torturato in America e comp il gesto usuale di toccarsi il costato. Per loro era del tutto diverso: torturare il prigioniero era un modo di omaggiare il suo coraggio, dandogli la possibilit di resistere al dolore e morire da uomo.
Tastandosi ud un rumore di carta stropicciata, nella tasca dove teneva il lasciapassare, quello che Chauvelin gli aveva fornito per l'Alvernia. Da quando era tornato, lo teneva sempre con s, come buona precauzione, anche se avrebbe dovuto restituirlo. Sulle prime si era sentito in colpa per quella piccola infrazione, ma dopo che l'uomo del comitato gli aveva chiesto di visitare il delfino, e di sopportare quell'invasato di Hbert, gli sembrava che il pezzo di carta fosse un giusto risarcimento.
D'Amblanc guard ancora il ragazzo e si domand che ne sarebbe stato di lui. Senz'altro, la capitale non era posto per Jean del Bosco. E forse non lo era pi nemmeno per Orphe d'Amblanc.
Raccolsero i bagagli e insieme si incamminarono verso la grande magione che sorgeva in fondo al viale, circondata da un boschetto di faggi, come un enorme animale accucciato nella tana.
D'Amblanc si meravigli di non incontrare un guardiano, n un giardiniere o un guardiacaccia. Proseguirono fino al boschetto e soltanto allora si imbatterono in una dozzina di persone, uomini e donne, che si tenevano per mano formando un cerchio intorno all'albero pi grosso, un vecchio faggio nodoso.
Tra loro e l'albero, un solo individuo, che D'Amblanc non ebbe difficolt a riconoscere. Indossava un pastrano di seta aperto sul davanti, e alti stivali da cavallerizzo. I capelli corti esaltavano il naso largo e schiacciato. Occhi chiari e vivaci.
- Lasciate scorrere il fluido, - stava dicendo il magnetista.
- Lasciate che scorra tra di voi. Nessuno spezzi la catena.
Si avvicin al tronco e vi appoggi sopra una mano a palmo aperto. Quindi con l'altra afferr le mani giunte dei due che gli erano pi prossimi e fu come se trasmettesse loro una scarica elettrica. Il cerchio prese a oscillare, scosso da un'onda. Qualcuno gett la testa all'indietro, qualcun altro inizi ad ansimare forte. Il magnetista rafforz la presa, gli occhi chiusi nella massima concentrazione. Torn il silenzio, i corpi si placarono. Ora parevano tutti addormentati.
- Michel, vuoi dirci qualcosa?
Un contadino basso e smunto parl con voce impastata.
- Il maldipanza non lo sento mica pi. Quando che sto qui con voi mi sento benone e non faccio aria darr.
Il magnetista annu.
- Jeanette...
Una ragazza dall'incarnato pallido e un visino minuto che quasi scompariva sotto la cuffia parl.
-  come se sento la forza dell'albero. La sua forza dentro di me, nella pancia. Mi fa bene, il sangue smette di scendermi da sotto.
Il magnetista si spost appena, volgendosi verso un vecchio che a stento teneva dritta la schiena.
- Maurice, parla tu.
Il vecchio non aveva pi denti in bocca, la sua parlata fu una sequela di sibili e dentali mancate.
- Dio benedica vossignoria e vi preservi inseculinculorumamen. La schiena non mi fa pi male. Domani piover. Cacher due volte. E mi verr anche duro. La vacca di Antoine sgraver.
- Bene, - disse il magnetista. - Molto bene.
Prosegui a interrogare i partecipanti uno per uno. Qualcuno, invece di citare i propri malanni, parlava di decisioni da prendere, dispute da dirimere, litigi.
- Ero in collera con i Renaud per la pulizia del bosco, ma ora capisco che possiamo farla noi e tenerci in cambio due terzi della legna.
- Devo vendere il porco a Meunier per la cifra che mi ha chiesto, come mi avevate suggerito.
- Mia moglie e Cortot sono amici d'infanzia, non mi devo preoccupare.
Solo quando tutti ebbero detto la loro, e dopo aver chiesto il loro permesso, il magnetista li risvegli. Li conged con una parola di conforto per tutti. Alcuni si incamminarono lungo il viale, evidentemente per tornare al villaggio di Buzancy. Altri entrarono invece nella villa, accolti dai domestici, come fossero pazienti di un ospedale.
Il magnetista si guard attorno soddisfatto e solo allora not i due nuovi arrivati. Un sorriso cordiale si allarg sulla sua faccia.
- Benvenuti, - disse andando loro incontro. - Benvenuto dottore.  un piacere rivedere un vecchio sodale.
Per un istante D'Amblanc si trov in imbarazzo, dato che prima della rivoluzione avrebbe dovuto inchinarsi al marchese di Puysgur, ma subito opt per stringere la mano al cittadino Chastenet.
-  un piacere ritrovare un maestro, - disse D'Amblanc. Indic le persone vicine all'albero e il capannello che si scioglieva. - Il vostro metodo vegetale mi ha salvato da uno dei miei attacchi, qualche mese fa. Non lo avevo mai provato, ma mi sono ricordato dei vostri scritti.
Chastenet annu soddisfatto.
- Io stesso l'ho riscoperto da poco. Per anni mi ero concentrato sulla terapia individuale, ma le sonnambulizzazioni collettive sono molto interessanti -. Gli brillavano gli occhi.
- Mentre curano il corpo del singolo, agiscono sulla salute del gruppo -. Lo sguardo scese su Jean. -  il ragazzo di cui mi parlavate nella vostra lettera?
- Precisamente, - rispose D'Amblanc.
Il ragazzino si inchin.
- Ebbene, venite, - disse il padrone di casa. - Lasciate qui i bagagli, manderemo a prenderli dopo -. Prese D'Amblanc sottobraccio e lasci che il ragazzino li seguisse dappresso.
- Caro dottore, sono felice di rivedervi. Spero che possiate fermarvi per un po' qui da noi.
- Lo spero anch'io, - soggiunse D'Amblanc.
- Ditemi, quali notizie da Parigi? Come va la rivoluzione? - chiese Chastenet.
La domanda colse D'Amblanc di sorpresa.
- Non saprei, davvero.
Chastenet annu, come a lasciare intendere che aveva capito senza bisogno di parole.
- Chiss che io non riesca ad appassionarvi alla mia. D'Amblanc rimase ancora pi stupito.
- La vostra rivoluzione?
Chastenet sorrise di nuovo e indic il parco all'intorno, fermando il gesto all'altezza del grande albero.
- La rivoluzione senza ghigliottina.

Estratto da
"IL PAP DUCHESNE"
n. 355 e ultimo
Data presunta: 21 ventoso, anno II (11 marzo 1794)

La gran collera di pap Duchesne, contro i moderati che ci mettono del verde e del secco per opporsi all'esecuzione dei decreti rivoluzionari e per salvare gli aristocrassi e i cospiratori. I suoi buoni consigli ai veri repubblicani affinch mettano tutti la testa in un berretto per far rispettare la legge del maximum e quella che confisca i beni degli uomini sospetti.

Ah, cazzarola, quanto  dura da uccidere, l'aristocrazia. Quando sarebbe pronta per il colpo di grazia, quella fa la morta, e quando sembra spacciata, si rivolta e si rianima tutta d'un colpo per tirare il suo veleno con ancora pi forza. Ogni giorno partorisce nuovi mostri per tormentare il popolo. Perch cazzo i patrioti si fermano sempre a met strada? Tutto sarebbe finito il 10 agosto se i bastardi indormentatori non avessero bloccato il braccio vendicatore del popolo; l'orco Capeto e la sua razza abominevole avrebbero perso il gusto del pane, e con un solo colpo di rete si sarebbero levati da Parigi tutti i foglianti, tutti i realisti, tutti gli aristocratici; ma al contrario, i sanculotti si lasciarono imbambolare dai gianfotti doppiafaccia e il moderatismo l'ebbe vinta; con che risultati, a fottere? I brissotini han fatto la pioggia e il bel tempo; il vecchio Roland, coi soldi che la Convenzione gli aveva affidato per acquistare vettovaglie, ha impastrugnato la controrivoluzione; quasi tutti i giornalisti, venduti a questa cricca infame, hanno avvelenato l'opinione e i migliori cittadini sono finiti nel fango. Marat venne dipinto come un lupo mannaro, l'hanno fatto passare per una bestia feroce, e in parecchi dipartimenti ci si domandava quanti bambini mangiasse per pranzo e quante pinte di sangue bevesse ogni giorno: eppure, cazzo, non c'era in tutta la Repubblica un uomo pi umano di lui.
La giornata del 31 maggio  servita da secondo atto alla tragedia del 10 agosto: ha salvato la Repubblica, ha portato al patibolo i principali capi della congiura, ma cazzarola, non li ha distrutti del tutto. Carra e Brissot sono resuscitati; le stesse infamie che svendevano in giro, vengono ripetute da altri leccaculo della loro razza.
I brissotini di nuova produzione, mentre spandono il veleno del moderatismo, osano condannare le misure rivoluzionarie che hanno salvato la libert. Essi minano il governo sottobanco, al fine di prenderselo. Cosi, proprio quando i nostri bravi guerrieri bruciano dall'impazienza di sterminare gli schiavi dei despoti, ecco che gli si mettono i bastoni tra le ruote.
Bravi sanculotti, non bisogna gettare il manico dopo l'ascia. Coloro che predicano il moderatismo sono i vostri peggiori nemici. Non c' pi spazio per indietreggiare, cazzo: la rivoluzione deve compiersi. La Convenzione ha rilasciato un nuovo decreto sul maximum, che sterminer gli accaparratori e riporter l'abbondanza. La legge che confisca i beni degli uomini sospetti, e che ordina la loro deportazione, toglier a tutti i nemici del popolo i mezzi per turbare la pace e purgher la Repubblica da tutti i mostri che l'avvelenano. Bisogna che tutti i veri repubblicani continuino a stringersi intorno alla Convenzione che lavora a strappapiede alla felicit del popolo. Che i sanculotti si riuniscano dunque per liberarla da tutti i traditori che cospirano contro la libert: il loro numero  ancora grande.
Non saprei ripeterlo pi di cos: la causa di tutti i disordini che ci agitano, viene dall'indulgenza che si  messa nel punire i traditori. Un solo passo indietro perder la Repubblica. Giuriamo dunque, a fottere, la morte dei moderati, come quella dei realisti e degli aristocrassi. Unione, coraggio, costanza e tutti i nostri nemici chiuderanno il becco per sempre.

 SCENA QUARTA
 Primavera
Aprile 1794 (germinale, anno II)


I.

Nel giro di pochi giorni, la primavera sembrava essersi decisa a conquistare la campagna intorno alla tenuta che era stata dei marchesi di Puysgur. Sugli alberi crescevano le ghiande, il verde dell'erba si faceva pi intenso, e persino il canto degli uccelli si era alzato di tono, in onore della rinascenza stagionale.
A D'Amblanc non sembrava affatto di trovarsi nel mezzo di una rivoluzione, in un paese in guerra con tutte le potenze d'Europa. Quel luogo era cos diverso e lontano dallo sconquasso parigino e ancora di pi dalla selvaggia asprezza d'Alvernia. Inoltre li poteva osservare all'opera il proprio mentore, dopo tanti anni discutere con lui, magnetizzare i suoi pazienti. Chastenet si dedicava a loro come un padre avrebbe fatto coi propri figli. Aveva una parola per tutti ed era ricambiato da un amore incondizionato. Il suo nome non veniva quasi mai pronunciato, forse per l'imbarazzo dei domestici e dei villici su come appellarlo: non pi marchese, non pi signore, e forse il semplice "cittadino" pareva loro irriverente. Dunque Chastenet era soltanto "Lui". E non c'erano dubbi sul fatto che Lui fosse il faro per le anime in pena squassate dallo scompenso magnetico che si radunavano alla sua piccola corte.
La Francia restava fuori dei cancelli.

- Fu ci che mi diceste anni fa, quando ci incontrammo a Parigi. Diceste che il bene avrebbe fatto la differenza. Che nessuno avrebbe potuto magnetizzare o sonnambulizzare qualcun altro senza il suo consenso, allo scopo di nuocergli. Lo dimostraste, ricordate? L'avvocato Bergasse intim a una dama in sonno magnetico di togliersi i vestiti e lei oppose un categorico rifiuto.
- Ricordo, si... - disse Chastenet, assumendo l'espressione vaga di chi si perde nel labirinto della memoria. - Che ne  stato di Bergasse?
D'Amblanc non si aspettava quella domanda, ma rispose senza esitare.
- Fuggiasco.
Chastenet annu in silenzio. Torn al presente e dedic al dottore il sorriso lieve di sempre.
- E ora voi sostenete che il ragazzo rappresenterebbe la prova che mi sbagliavo.
Guardarono entrambi il sonnambulo Jean, gli occhi socchiusi, seduto sul sof nello studio del terapista. Era pomeriggio, la luce entrava dalla portafinestra e illuminava gli oggetti sulla scrivania, rassicuranti nei loro contorni ben definiti. Un fermacarte, il calamaio, alcuni libri. Persino la sciabola appesa alla parete faticava a richiamare alla mente il caos della guerra e si sarebbe dato per certo che la lama avesse da tempo perso il filo.
Osservando Jean, per un istante D'Amblanc ebbe la visione del delfino, seduto nella stessa posizione, le mani sulle ginocchia, tanto composto quanto pi miserabile e stazzonato. Senti nuovamente la rabbia per l'ignobile pantomima di Hbert. Scacci l'immagine e poco manc che vi aggiungesse un gesto inquieto della mano. Si trattenne e fiss ancora Jean. Indossava persino una giacca, per l'occasione. Essere magnetizzati alla presenza di Chastenet non era cosa di tutti i giorni. D'Amblanc aveva indotto il sonnambulismo da pochi minuti. Non poteva negare a s stesso d'essere emozionato. Eccoli infine alla prova decisiva.
- Come intendete procedere? - chiese Chastenet.
D'Amblanc si schiari la voce.
- Finora, ogni volta che Jean del Bosco  tornato in superficie sono riuscito a tenerlo sotto controllo sonnambulizzandolo e appellandomi a Jean del Castello, il ragazzino mite che avete davanti.
- Ne parlate come se fossero due persone distinte, - osserv Chastenet.
- In effetti lo sono, - disse D'Amblanc. - Una scaccia l'altra. Ora vorrei tentare di fare il contrario: portare in superficie il ragazzo selvaggio -. D'Amblanc indirizz un lieve inchino del capo al padrone di casa e si posizion davanti al ragazzino. - Jean, puoi dirmi cosa causa i tuoi attacchi di rabbia? - chiese.
Jean impieg alcuni secondi prima di trovare le parole.
- La voce nella testa.
- Senti una voce? Di chi?
Silenzio.
- La voce del cavaliere d'Yvers?
Nel pronunciare quel nome, D'Amblanc ebbe un brivido. Rivide lo sguardo spiritato di Margot, la profetessa bambina, figlia dell'angelo che aveva messo incinta sua madre. Dovette respirare forte per impedire ai ricordi di alterare il suo stato d'animo.
- Si, - rispose Jean.
- Che cosa ti dice quella voce?
L'espressione di Jean mut, la faccia si contrasse.
-  come un verso... come un... cane.
Sollev le mani per proteggersi da colpi invisibili.
D'Amblanc e Chastenet scambiarono un'occhiata fugace. Jean si accucci, abbracciandosi la testa. Erano bastonate, non c'erano dubbi, e sembrava che le sentisse davvero. Inizi a guaire, e poco alla volta il verso divenne il ringhio di una bestia ferita, un misto di odio e paura. Finch il ragazzino non spalanc le braccia e latr il proprio furore.
Jean del Bosco era tornato.
D'Amblanc si rese conto di avere perso il controllo magnetico sul ragazzino, che salt in piedi sulla sedia e da lf sulla scrivania. Il calamaio si rovesci, lasciando colare fuori l'inchiostro nero.
- Mi credete ora? - disse D'Amblanc.
Chastenet appariva teso, l'espressione serafica era svanita.
D'Amblanc si avvicin al ragazzino, le mani tese in avanti, nel tentativo di ristabilire il contatto magnetico, ma lui balz sul mobile vicino alla parete.
- Potrebbe farsi del male, - disse Chastenet.
D'Amblanc annu.
-  sufficiente immobilizzarlo e ristabilire la catena magnetica, per richiamare Jean del Castello. L'ho fatto altre volte.
In quel momento accadde qualcosa che D'Amblanc non aveva previsto. Jean allung una mano e trov l'impugnatura della sciabola appesa alla parete. Brandi l'arma e digrign ancora i denti contro i due uomini.
Il dottore fece un altro passo avanti. Questa volta ud il sibilo dell'aria tagliata poco sopra l'orecchio.
- Credo sia meglio chiamare qualcuno a dare manforte, -sugger, e mentre lo diceva si accorse di riconoscere a stento la propria voce.
Chastenet non fiat. Si limit a girare sull'altro lato della stanza, raggiungendo la porta sul fondo. La socchiuse e grid un nome, finch un domestico accorse e ricevette un ordine.
Presto il domestico fu di ritorno e consegn al padrone di casa una cassa di legno senza coperchio. D'Amblanc vide che conteneva sei strane bottiglie. Su un lato, tenuta in posizione da due ganci, c'era un'asta d'ebano con l'impugnatura in cuoio e un grilletto che sembrava quello di un fucile. Chastenet la agguant. Due cavi la collegavano al contenuto della cassa, mentre all'estremit opposta aveva due punte metalliche, simili a chiodi.
- Un folgoratore? - chiese D'Amblanc incredulo.
L'altro non rispose e si avvicin a Jean. La scena era grottesca. Sciabola contro bastone. Il ragazzo dei boschi contro il grande magnetista.
- Che intendete fare? - domand D'Amblanc.
- Impedire che ci stacchi la testa, - fu la risposta secca.
Chastenet protese l'asta fino a toccare con la punta la lama della sciabola. Jean venne sbalzato all'indietro, sbatt contro la parete e cadde sul pavimento.
D'Amblanc si affrett a soccorrerlo. Era cosciente, gli occhi sbarrati. Tast il polso per controllare il battito. Quindi lo prese in braccio e lo depose sul divano.
- Jean? - chiese timoroso.
Il ragazzo strinse gli occhi.
- Si, signore...
D'Amblanc tir un sospiro di sollievo.
- Ti senti bene?
- Mi gira la testa, signore...
D'Amblanc gli pass una mano sulla fronte, poi si volse verso Chastenet che stava riponendo l'attrezzatura.
- Lo avete folgorato!
- A mali estremi, estremi rimedi. Un flusso elettrico improvviso pu spezzare quello magnetico. Finora lo avevo sperimentato solo sui polli, ma...
Il dottore si alz e si par davanti a Chastenet. Si sentiva spaesato.
- E se gli aveste fermato il cuore?
L'altro si sforz di recuperare l'espressione serafica.
- La carica delle bottiglie non era sufficiente, - sentenzi. - E poi io non volevo fargli del male.
- E dunque? Intendete dire che anche il fluido elettrico agisce secondo la volont?
- Intendo dire che la volont di fare il bene  la forza pi grande che vi sia nell'universo.
D'Amblanc scroll la testa, mentre il suo maestro raccoglieva la sciabola per appenderla di nuovo alla parete. Quindi Chastenet richiam il domestico e gli chiese di prendersi cura di Jean. L'uomo sollev il ragazzino e lo port fuori.
Rimasti soli, i due magnetisti tacquero per alcuni minuti, come dovessero raccogliere le idee dopo quanto avevano visto accadere sotto i loro occhi. D'Amblanc si massaggi a lungo il costato.
- La vostra vecchia ferita? - chiese Chastenet.
- Che ci crediate o no, in Alvernia una bambina sonnambula  riuscita a farmi contorcere dal dolore.
Chastenet sospir e fece alcuni passi per la stanza, prima di andarsi a sedere alla scrivania inondata d'inchiostro.
- Voi, dottore, date per scontate molte cose.
D'Amblanc s'irrigid.
- Il cavaliere d'Yvers ha magnetizzato Jean. Ha plasmato la sua personalit fino a farne un aristocratico, poi gli ha ordinato di soffocarla per lasciare spazio alla pi bestiale ferinit.  un abominio.
Il padrone di casa tampon la macchia d'inchiostro come meglio poteva, ma alla fine rinunci a rimediare al disastro e con aria rassegnata si appoggi allo schienale.
-  un'ipotesi. La vostra ipotesi, amico mio.
Nel tono di voce c'era una vena di scetticismo che irrit D'Amblanc.
- Ho visto con i miei occhi cosa ha fatto Yvers in Alvernia!
Chastenet alz una mano in segno di pace.
- Avremo tutto il tempo di capire meglio. Jean  al sicuro qui. E lo siete anche voi.
- Io? Io sono venuto per sottoporvi il caso, - obiett D'Amblanc.
- Certo. Ma siete anche molto stanco e scosso. Non negatelo, per favore -. Chastenet si alz e fece segno all'altro di precederlo. - Andiamo a informarci sulle condizioni del ragazzo, volete?
D'Amblanc esit, incerto sul proprio stato d'animo e su ci che avrebbe voluto dire. Infine annu rassegnato e si diresse verso la porta.


2.

Semisdraiata sul divano sfondato, Marie osservava il dipinto appoggiato sul pavimento, nel punto dove il soffitto era pi basso. Era appartenuto a Ledere, che certo non aveva pensato di portarselo dietro, ingombrante com'era. Al centro della scena, la Francia, o la libert, che  la medesima cosa, sembrava davvero imponente. Era vestita come una popolana, e lei s, aveva il cappello frigio. Perch era un'idea, e rappresentava tutti, pens Marie. Pens anche a quando Jacques era ancora con lei. Le venne alla mente il pomeriggio di una lontana domenica di tre anni prima, quando a naso in su lei e Jacques avevano assistito all'ascensione di un pallone. Sulla navicella era appeso un tricolore. Il semplice fatto di tenere lo sguardo in cielo li aveva resi felici. Ricordava bene quel sentimento, cos diverso da qualunque altro avesse mai provato prima: non essere pi sola, sentirsi parte di qualcosa di grande insieme all'uomo che amava. Quel giorno erano tornati a casa e avevano fatto l'amore, rimanendo poi sdraiati l'uno a fianco all'altra, senza parlare, soltanto ascoltando il proprio respiro. Il pensiero scivol sull'ultima volta che aveva stretto a s il corpo di un uomo, quell'italiano, Lo Modonnet, lo Scaramouche di Sant'Antonio. Si chiese che fine avesse fatto, trascinato via dalla risacca degli eventi, finito in fondo alla sentina o ancora a galla con la forza della disperazione.
Marie si scosse e cerc intorno a s, fino a incontrare la figura di Claire, di spalle, seduta allo scrittoio. Lei volse la testa e accenn un sorriso. Era bella anche con il viso smagrito.
- Pensi che potremmo tornare alla vita di prima?
Invece di rispondere, Claire si alz dallo scrittoio. La veste da camera, sdrucita e lisa, ricadde fino alle caviglie. Marie not che aveva piedi piccoli, come quelli di una ragazzina.
- Ho un ricordo di tanti anni fa. Doveva essere il 1775, di primavera. I forni di Lione erano stati assaltati da una folla di malcontenti, di agitatori, come li chiamavano allora, che protestavano per il prezzo del pane. Ne portarono due alla forca e il popolo li lasci appendere senza dire n fare nulla. Mentre li mandavano al patibolo, ricordo che quei due gridavano: "Vigliacchi! Noi moriamo per voi!"
Claire fece una pausa e Marie riconobbe in lei l'attrice.
- Per molti anni non ho capito il senso delle loro parole. Intendevano dire che era colpa della folla se li avevano condannati? Oppure che la colpa della folla era consentire che la sentenza venisse eseguita?
Claire sedette di fianco a Marie.
- Ora so che non si lamentavano di pagare per tutti, ma di vedere la gente a capo chino, dopo un brevissimo fuoco. Il pane non era che un pretesto.
Marie scosse il capo.
- Il pane non  mai un pretesto.
- Certo, lo ammetto, in quei giorni non avevo ancora provato la fame vera... Voglio leggerti una cosa.
Si alz dal divano, attravers la stanza e prese uno dei libri allineati su una mensola.
- Ecco, - schiar la voce. - "Il popolo  floscio, piccolo, nano; si vede bene, al primo colpo d'occhio, che non si tratta di repubblicani".
Marie si incup, poi comprese.
- Quando l'hanno scritto il libro?
- Nel 1783. E senti che dice qui: "A Parigi, la plebaglia si disperde davanti alla canna di un fucile". E anche questa: "I parigini, giammai profondamente asserviti, giammai liberi".
Marie ponder.
- Il libro  tutto sbagliato.
Claire lesse ancora.
- "Il popolaccio, liberato dal freno a cui  abituato, s'abbandonerebbe a violenze tanto pi crudeli che non si saprebbe dove si fermerebbe".
- Questo  giusto, dico, - soggiunse Marie. - Non si sa dove si fermer, il popolo.
Claire chiuse il libro e sbirci fuori dalla finestra.
- Ricordo bene quegli anni. Ci si lamentava che nulla accadeva, e si pensava impossibile che qualcosa accadesse. Eravamo ciechi. E la cecit continua a ottenebrare gli occhi di molti. Chi guida il popolo, chi dovrebbe rappresentarlo, lo svia. Non so quanto tempo ci vorr, Marie, perch noi si sia davvero libere. So solo che accadr, prima o poi.
Marie annu.
- Prima  meglio di poi. Che cosa faremo, Claire?
- Non lo so. Proveranno a farcela pagare in tutti i modi, Marie. In tutti i modi. Essere dentro le cose fino al collo accorcia la vista. Ci si lamentava che non accadeva nulla, in Francia, e si  messo il mondo sottosopra. A dispetto dei nostri casi, potrebbe essere prima, non poi.
Marie aveva alzato lo sguardo verso il soffitto.
- Mi piace qui, - disse.
Claire sorrise.
- Mi piace che tu sia qui, Marie.
Si abbracciarono. Marie senti il corpo smagrito dell'amica sotto la veste da camera, ne percep l'odore.
- Che cosa faremo? - chiese di nuovo.
- Andremo via, - disse Claire. - Lontano. Dall'altra parte del mondo.
Marie rest pensosa. Il sorriso di Claire si spense un po' alla volta e sfoci in un silenzio eloquente, che fu subito interrotto dal rumore di una raffica di tonfi sordi e di colpi pi netti sulla porta.
Marie scatt in piedi. Anche Claire si alz, ma torn a sedere subito, come se le gambe cedessero. Marie la guard, muta, mentre da fuori chiamavano Claire Lacombe per nome e cognome e intimavano di aprire. Lei inspir, poi si alz lisciando con le mani il tessuto della veste sul ventre. And alla porta e, con tutta semplicit, apr.
Gli sbirri si erano presentati in forze. I volti erano tesi, eccitati. Un funzionario, diversi agenti, un intero manipolo della guardia nazionale.
Il funzionario guard all'intorno, nella stanza, poi lesse a voce alta, con una inflessione non parigina, il mandato d'arresto per la cittadina Lacombe.
Claire, pallida ma presente a s stessa, chiese che le concedessero il tempo di vestirsi. Il funzionario replic che la donna era in stato d'arresto e, fino alla consegna alle autorit competenti, doveva essere tenuta sotto custodia. Quindi poteva vestirsi, ma non appartarsi e sottrarsi alla vista neanche per un istante. Alcuni degli sbirri ridacchiarono. Marie fu invasa da una rabbia cieca. Il funzionario se ne accorse e le intim di fornire le generalit e di mostrare la carta civica.
- Mi chiamo Marie Nozire.
Pass la carta al poliziotto con un gesto brusco, sgraziato.
- Marie Nozire, eh? Il tuo nome non  sulla lista, cittadina, a differenza dei tuoi sodali Pauline Lon e quel mestatore di Ledere. Torna a casa, prima che sia troppo tardi, e ritieniti fortunata.
La ramanzina fece avvampare Marie.
- Voi state arrestando una patriota colpevole solo di agire per il bene di tutte le cittadine francesi!
Claire intervenne.
- Non serve che ti faccia arrestare anche tu.
Il funzionario avanz verso Claire e la stratton per un braccio.
- Appunto. Forza, vestiti!
Claire prov a sottrarsi alla presa e lo sbirro la tir verso di s, mentre un altro brandiva gli schiavettoni. I ferri produssero un rumore metallico, limpido. Marie si scagli verso il funzionario che ancora teneva per il braccio Claire, ma prima che potesse raggiungerlo, un altro degli uomini della forza pubblica la spinse con un calcio nei glutei.
Marie rovin a terra fra le risate degli sgherri.
Scoppi a piangere per la rabbia e la frustrazione. Il funzionario alz la voce.
- Cittadini, siamo qui nell'interesse del popolo e per rendere un servizio alla patria. Basta cos, non c' nulla da ridere nell'arresto di un nemico della Repubblica -. Indic Claire.
- Questa donna  pericolosa, non c' motivo di ilarit -. Poi si rivolse a Marie, ancora seduta a terra, in lacrime. - Bada a te e alle compagnie che frequenti.
Claire chiese e ottenne che almeno gli altri agenti volgessero lo sguardo alla parete. Il funzionario di polizia invece tenne gli occhi su di lei, ligio alle consegne.
Marie si alz e aiut Claire a vestirsi. Sembr un tempo eterno. Dalla strada giungevano voci, andava formandosi un capannello di curiosi.
- Non piangere, - sussurr Claire. - E ricordati: prima o poi.
- Silenzio! Sbrigatevi, - intim il funzionario.
Marie si senti triste come in nessun altro momento della vita. La sua amica, la sua compagna, le veniva strappata. Fu certa che non l'avrebbe pi rivista, le avrebbero fatto fare la stessa fine della De Gouges, e dovette fare uno sforzo immane per trattenere altre lacrime. Sistem un foulard attorno al bel collo di Claire, come avrebbe fatto con una figlia. Claire aveva ripreso colore, e sembrava pi decisa, ora, pi serena.
- Eccomi pronta, cittadino, - disse allo sbirro. -  un abuso e un'ingiustizia, e tutti voi lo sapete. Fingere che non sia cos  un danno che fate soprattutto a voi stessi.
Il funzionario fece un gesto come un breve applauso.
- Gi. L'attrice Claire Lacombe. Vediamo come affronti il prossimo palcoscenico.
Claire usc attorniata dalle guardie. La gente presente all'arresto segu l'operazione in silenzio, a parte qualche commento l'uno all'orecchio dell'altro.
Il drappello e la prigioniera si avviarono. Marie li segui a qualche passo di distanza. Claire si volt e le parl a voce pi alta.
- Prima o poi, Marie Nozire. Prima o poi.
Allora Marie si ferm, e si prese la testa fra le mani.


3.

Non si pu dire che la sfida con l'olezzante-di-muschio occupasse tutti i suoi pensieri. In realt, a risuonare nel cranio erano pensieri a nastri, a ciocche, a ridde e tresconi, pensieri vari, mutevoli, triviali o elevati, cacofonia che mischiava stridori e angeliche melodie. Castelli di note sublimi, scivoloni fuori tonalit, brusii, rumori di fondo, immagini a pezzi e frammenti. La faccia di Jean-Do, prossimo avversario, ad attirare voti di vendetta, zirudle di scherno, freddi piani di battaglia.
Lo si era informato. Le mani nude erano il suo terreno favorito. La merda muschiata aveva preso lezioni da Bernard Macchia, uno dei maestri d'arme che sulla strada, dopo la chiusura delle sale ufficiali, aveva saputo attirare a s una variopinta congrega di teppisti. Macchia era di Marsiglia e aveva portato al Nord lo stile di combattimento dei marinai del Sud, basato sui calci alti, anche alla testa. Lo soprannominavano Bernard la Rana. Era un pericoloso, vecchio cane da combattimento. Si diceva che sarebbe stato presente alla disfida: gli piaceva scommettere.
Lo sai te cos' che capita a chi si sente troppo sicuro di s? Finisce con la faccia spaccata se gli va bene. Non sarai mica uno di quei maronari che gli piace sul serio fare a pacche?
Se avesse avuto dei baiocchi, Lo non avrebbe esitato a scommettere su s stesso. Se avesse avuto soldi veri, non assegnati. Ne sarebbero bastati pochi: l'entit del successo dipendeva da quanta gente avrebbe scommesso, non dalla posta iniziale, e Lo sapeva coinvolgere il pubblico.
Ascolta, bisogna che capisci bene che si alzan le mani solo per difendersi o per lavoro, come me quand'ero nei soldati.
In realt, non si curava del denaro. Il punto era l'onore. E, in fondo al cuore, l'odio per quella strana forma di vita che puzzava di finto profumo da ricchi.
Di nuovo, gli torn alla mente Mingozzi, la sua figura nodosa, i capelli bianchi corti, gli occhi grigi da cane, mani esageratamente grandi, le nocche in rilievo. Mingozzi amava bere e mangiare, ma solo in compagnia. Per il resto, era parco in misura estrema. Amava il pesce di fiume, le trote che venivano dai monti dietro Bologna.
Trote alla brace. Ne senti l'odore insieme a tutta la distanza che lo separava da casa.
Ma occorreva muoversi. Con gli assegnati che aveva, contava di procurarsi dell'acquavite e del vino. Nelle pause, specie se il combattimento andava per le lunghe, era buona cosa tracannare un buon sorso di vino e un sorsetto di distillato. Il vino per dissetarsi, l'acquavite per sentire meno le pacche.

Quando l'avevano cacciato dal ristorante, Lo era tornato a dormire sotto Pontenuovo, e per fortuna che la primavera avanzava. Un paio di notti all'addiaccio gli avevano gi messo la luna storta ben bene. La scritta "Vive la Trance" non c'era pi. Qualcuno doveva averla cancellata, o forse era stata un parto della sua immaginazione nutrita dalla fame.
"Nutrita dalla fame", mica male come frase. Anche meglio di "Vive la Trance".
Prima di risalire i gradini che portavano sul ponte, Lo estrasse dalla bisaccia mezzo pane nerastro, colloso. Il pane dell'uguaglianza era di grano (poco), avena (un po' di pi), gesso, calcinacci e segatura (in abbondanza). Si diceva che, tirato contro il muro, vi rimanesse appiccicato. Lo non ne aveva mai avuto esperienza diretta. Poco furbo tirare del pane contro un muro, ma era una cosa che si diceva accadesse. Il pane dell'uguaglianza faceva schifo, ma era quel che c'era.
Per l'incontro, gli avevano detto che doveva portarsi un secondo, ma Lo non aveva pi nessuno.
- S'tv ser bn sarv cmanda e p f t, - mormor, poi intraprese la salita.

Sul ponte incontr il bergamasco, Rota. Si portava ancora dietro il carretto dei libri, anche se dall'ultimo che aveva venduto era passato chiss quanto. Degli ambulanti, ormai era rimasto soltanto lui.
Lo ebbe l'intuizione.
- Va bene, bolognese, - disse il libraio. - Io ci sto, a venirti a vedere mentre fai a pugni. Solo che, con rispetto parlando, in due giorni ho mangiato una fetta di pane con una saracca sopra, sola, rinsecchita, sembrava piangesse di solitudine, chiedeva piet. Io non ne ho avuta, si intende. Quindi, io vengo, ma devo mettere qualcosa nella pancia. Sacco vuoto non sta in piedi. E bere pure qualcosa, cos mi metto allegro e mi godo le pacche.
Lo gli disse che era messo peggio di lui, ma in tasca serbava ancora qualche assegnato, poco pi che carta straccia. Di sicuro, alla barriera dei combattimenti avrebbero trovato qualcosa da mangiare.
- Dammi solo il tempo di portare il carretto in deposito,  a dieci minuti da qui.
Lo acconsenti e i due si avviarono lenti, l'ex attore davanti, lo zoppo dietro con la sua libreriola.

Mentre lo portavano via, l'uomo sulla lettiga inveiva e malediceva la sfortuna. Lo si stup della sua veemenza, perch era davvero conciato male. Sembrava passato attraverso una ruota di mulino. Tutta la pelle in vista, faccia e braccia e mezza gamba, era coperta di escoriazioni. Si allontanava dalla scena della battaglia che lo aveva visto transitorio protagonista, un decadi del mese di fiorile.
- Ecco uno che ci ha rimesso il valsente, - disse Rota.
Lo pens che il denaro, quello si,  un demone. Lo sfortunato combattente avrebbe fatto meglio a preoccuparsi d'altro. Avrebbe cagato sangue per giorni, dal gran che l'avevano pestato.
Lettiga, barellieri e infortunato passavano tra le ali di una piccola folla. Alle loro spalle, nei prati a ridosso delle mura, c'erano capannelli, accrocchi, brigate di uomini e donne. I volti e le taglie erano una dissonante Babele. Lo not individui di tetra bruttezza ed esseri che sembravano piovere da un altro cielo, spalla a spalla. La barriera dei combattimenti era un'occasione per sfogare le tensioni di una vita fatta di fame e incertezze.
Il cibo scarseggiava. Il popolo aveva idee contrastanti sulle cause della fame. La tipica risposta: "C' chi monopola, imbosca, lucra e si sazia!", sembrava sempre meno soddisfacente. Il popolo la sua legge contro i parassiti l'aveva avuta, ma la situazione non era migliorata. Gli odori che accolsero Lo non avevano alcuna parentela con il buon cibo. Odore di cavolo bollito. C'era un vinaio, attorniato da congreghe dall'aria trista, e un venditore di formaggio che puzzava di culo d'asino. Il formaggio. E anche il venditore.
Ci non imped a Rota di andare a bagnarsi il becco e prendersi un boccone, che desse compagnia alla saracca del giorno prima.
Il bouquiniste si ferm anche a dare un'occhiata oltre la piccola folla pronta ad assistere a una delle sfide, e prov a scommettere l'ultimo assegnato. A gesti, il tizio che raccoglieva le scommesse fece capire che no, si potevano puntare solo soldi veri. O roba, tipo gioielli, orologi, catenine. Il vecchio fece un dietrofront macchinoso, sventolando a mezz'aria la gamba sciancata in un movimento simile a quello di una porta che gira sui cardini.
Intanto Lo osservava, ascoltava. La gente era divisa in bande, per foborgo e quartiere, cio per ceto e dunque fazione politica. Le zuffe erano frequenti. I gecchi facevano il possibile per giungere sul teatro dei confronti agghindati al meglio. I vestiti avevano uno scopo e un senso. Se non li avevi ed eri coperto di stracci o quasi, la tua appartenenza era dubbia. Chiss se eri nato povero o se era stata la rivoluzione a impoverirti. Chiss a chi ti saresti venduto. Gente vestita di stracci, a parte i mendicanti, alla barriera non ce n'era.
Il corso dei pensieri fu interrotto dai sensi. Odore di muschio.
Man mano che l'odore si intensificava, mont il fitto chiacchiericcio di una congrega. I muschiatini di Palazzo Egualit in tutta la loro pacchiana, arrogante magnificenza.

Stavano al gran completo e nel miglior arnese possibile, le giacchette striminzite ridondanti di bottoni e brilli, l'andatura chiss perch curva in avanti, sulle punte delle scarpe, in testa tricorni assurdi che imitavano quelli di antica foggia, bastone da passeggio o randello alla mano. Si muovevano compatti, lanciando sfott e occhiate svagate.
La formazione dei muschiatini si apr, disponendosi in un bleso, vociante anfiteatro fetente di muschio. Lo ud la piccola folla che andava aggruppandosi attorno al campo della futura disfida mormorare i nomi dei muschiatini pi noti, o famigerati. Lo vide il suo avversario, gi a torso nudo. Jean-Dominic. Torso nudo e monocolo: Lo non aveva mai visto una tale combinazione.
Il muschiatino avanz di un passo, mentre il ventaglio dei suoi zittiva quasi di colpo.
Lo lo accolse con garbo.
- Puzzi come una troia.
Il muschiatino sorrise, mentre i suoi scoppiavano a ridere preventivamente. Quando la risata si plac, Jean-Do articol meglio che poteva la risposta.
- Ma  inc'edibile, mio ca'o, la coincidenza. Giungo o' o'a da casa tua. Tua mamma e tua so'ella dicono di non fa'ti del male.
Lo avvamp, non perch si chiamasse in causa la mamma (la povera ragazza Modonesi morta mettendolo al mondo), ma perch si era reso conto che la sua battuta aveva fatto acqua chiara, offrendo il gancio all'avversario per farne una migliore. Lo si maledisse. Si ripromise di farlo uscire dal campo in lettiga, lo stronzo.
Si tolse la giacca e la affid a Rota. Si guard intorno. La folla sente subito se c' aria di pacche serie. E il carisma di un buon attore zittisce le platee pi riottose. Non volava una mosca. Lo inspir profondamente. Era di nuovo sul palco.
La gente aveva gi cominciato a scommettere, utilizzando un codice di gesti che Lo conosceva appena. Qualcheduno prese a inveire contro i muschiatini, augurandosi giusta pena per le loro malefatte.
Lo not che tra i muschiatini c'era un tipo pi anziano. Sedeva su uno sgabello, ed era vestito come un garzone di bottega invecchiato, con assoluta noncuranza. Mangiava a morsi una cipolla e beveva della birra. Doveva essere Bernard la Rana. Lo si senti onorato. Prese l'acquavite e ne bevve a piccoli sorsi, guardando di sottecchi l'avversario. Il muschiatino, dopo un'esitazione, chiam il suo secondo e bevve a sua volta.
Lo sorrise. Jean-Do si tolse la lente dall'occhio e l'affid al suo secondo, poi si pieg sulle gambe e si risollev ponendo le braccia in posizione di guardia: testa indietro, peso sulla gamba posteriore. Era una di quelle guardie, busto arretrato e pugni chiusi portati in avanti, che Mingozzi chiamava "all'inglese", anche se non era mai stato in Inghilterra, no sicuro, e dalle parti della laida Bologna Inglesi se ne vedevano ben pochi.
Fu dato il via al combattimento.
Lo si avvicin piano, in guardia di tre quarti e braccia basse. Studi i lineamenti dell'avversario, incorniciati da capelli lunghi, radi, biondastri, inanellati. Tratti regolari, fin troppo, labbra carnose piegate in un'espressione di malessere e minaccia infantile. Gli occhi acquosi, blu, sporgenti, quasi da idropico.
Malauguratamente, uno divergeva.
Jean-Do era strabico. Lo non se n'era mai accorto prima, per via del monocolo. Bestemmi in silenzio, offendendo solo il foro, riunito, della propria coscienza.
E se on l  i c' strt, brisa guardrel!
Se l'occhio destro guarda in fuori, ti pu assestare un diretto destro.
Se guarda in dentro, occhio alla sventola e al manrovescio.
Se si mandano a fare in culo l'uno con l'altro, occhio al centro.
Se guardano la punta del naso, occhio ai lati.
t cap, marunr?
Lo fint un calcio basso. Jean-Do sollev la gamba, sottraendola all'indietro. L'olezzante individuo sorrise. Sudava gi, mandando odore di muschio fradicio. Con la stessa gamba lanci un calcio di mezza staffa, uno chass, come lo chiamavano. Era abile, movimenti precisi. Poi avanz a due mani, menando sventole e manrovesci che Lo riusc in gran parte a schivare. In gran parte. Mica tutti. Una sberla lo colp allo zigomo sinistro. Dolore. Ci voleva altra acquavite. I due si fermarono e si studiarono. Attorno, la gente scommetteva.
Dalla folla si alz un ululato di incitamento. Volevano il sangue. I combattimenti in punta di fioretto erano poco graditi da quando facevano andare Madama Ghigliottina come una spola da telaio. Anche Rota, contagiato dall'umore della plebe, incit Lo:
- Accoppalo!
La battaglia riprese. Il muschiatino prov una tecnica pi lunga, stendendo il braccio di scatto e cercando di ferire Lo agli occhi con la punta delle dita. Lo arretr di un pollice e il colpo torn indietro innocuo... ma non il successivo: la punta della scarpa destra, che Lo non aveva visto partire, raggiunse il torace, scuotendo le costole vicino allo sterno.
Il muschiatino ci aggiunse una manata larga, che colse Lo mentre stava arretrando, i polmoni svuotati dal calcio. Vacill ma si resse in piedi, fuori dal raggio dei colpi. Non andava affatto bene, pens.
Di nuovo uno di fronte all'altro. La gente, intorno, si azzitt o quasi. Si udiva solo un brusio. Scambiavano pareri all'orecchio, e poi scommettevano. Partirono insulti verso l'uno e l'altro dei contendenti - "Italiano di merda!", "Fammi una pompa, inve'tito!" - e allora la folla riprese a sgolarsi, come svegliatasi a un preciso segnale.
Jean-Do era in vantaggio ma aveva poca pazienza. Sentiva la pressione. Le ingiurie lo infastidivano. Si lanci all'assalto con un balzo, raggiungendo Lo al volto con un ceffone. Guardia inglese, ma niente pugni. I pugni erano rischiosi. Coi pugni si rompono le mani sulle ossa, in genere una zucca  pi dura delle nocche.
Ciapla te, coi pgn, la zoca d'un mudnais.
Vaffanculo, pens Lo. Con entrambe le braccia cinse Jean-Do sotto le ascelle, lo sollev e lo gett a terra. La folla urlava. Lo mont sopra il muschiatino, ginocchia sulla pancia, e prese a tempestarlo di colpi. Alcuni lo stronzo li deviava, li parava, li ammortizzava con le mani, ma molti lo raggiungevano. Lo senti le ossa della faccia sotto i pugni.
Capla te, la zoca d'un mudnais.
La folla incitava l'attore italiano.
Lo sorrise e alz lo sguardo, per bearsi di quell'approvazione. Jean-Do ne approfitt: dalla foresta di braccia emerse un colpo perfettamente verticale, che colse Lo in pieno mento e per poco non gli mozz la lingua. L'attore sput sangue. Il grido della folla sembr rimbalzare sulla volta del cielo e ricadere con rumore di grandine. Il muschiatino dette un colpo di reni, disarcion l'avversario e la situazione si capovolse. Tocc a Lo difendersi dai colpi che gli calavano sulla faccia.
Bravo, Leonida, bravo.
T' prpi un paz.
Lingua dolorante, fiato sempre pi corto, braccia pesanti, volto raggiunto sempre pi spesso dalle nocche e dal taglio della mano del muschiatino. Una mano dura come il marmo, come il travertino.
Ciapla te, coi pgn, la zoca d'un mudnais.
Lo chiam a raccolta ogni energia e sollev la testa all'improvviso. Dove un istante prima c'era la faccia, adesso c'era il cranio duro dell'italiano. Troppo tardi perch il muschiatino potesse fermare il poderoso destro che aveva appena caricato a tutta forza. Il pugno colp poco sopra la fronte. A denti stretti, Lo sostenne l'urto e il dolore, mentre si udiva un rumore al tempo stesso flebile e secco, come di un guscio d'uovo che va in frantumi. Jean-Do gemette forte.
La mano di travertino si era rotta sulla testa di Leonida, l'attore, il guitto.
Di nuovo la situazione si capovolse: Lo sopra, Giando sotto. L'azione, tuttavia, era pi lenta. Il muschiatino aveva una mano fuori uso, ed entrambi i lottatori erano stremati.
Di sottecchi, Lo vide che Bernard la Rana scuoteva il capo e rideva. Perch? I muschiatini si agitavano, inveivano, sollevavano i bastoni da passeggio.
Lo chiam a raccolta gli ultimi residui di vigore e cal sul volto dell'olezzante un paio di ganci terribili, sinistro-destro, che fece sussultare gli astanti come un sol uomo.
Jean-Do aveva perso conoscenza. Il combattimento era finito.
Nel silenzio, si ud solo la risata di Bernard la Rana.
Poi il grido di Rota:
- S!
Soltanto allora Lo si ricord che c'era anche lui.
Si lev in piedi, mezzo stordito, svuotato. I muschiatini ruggivano, la folla li spintonava, partirono alcune bastonate. Bernard la Rana url qualcosa, due uomini raccolsero Jean-Do e lo portarono chiss dove.
Bernard la Rana fini di contare i soldi, poi si alz e prese lo sgabello per una gamba. Aveva scommesso su di me, pens Lo. Incredibile.
Si accorse che molti, fra gli astanti, lo avevano riconosciuto. Gente di Sant'Antonio. Ricevette sguardi d'approvazione e di intesa. Ma ora, mentre il fiatone scemava, si accorse del dolore alle costole. Forte. Pieg le gambe, i palmi sulle ginocchia, e lasci cadere la testa tra le spalle prendendo fiato.
Senti una mano posarsi sulla spalla.
- Tutto bene, italiano? - chiese una voce dall'accento marsigliese.
- Sta peggio quell'altro, - rispose Lo, senza nemmeno rialzare il capo.
La Rana gracid da baritono. Era di ottimo umore.
- Sei un signor pugilatore, come ti chiami?
- Lo Modonnet.
- Io e te dobbiamo parlare.
- Perch no? - disse Lo mentre si rialzava in piedi.
- Benone. Vieni con me, andiamo a bere qualcosa che non sappia di merda.
Lo guard Rota, come per estendere l'invito, ma il libraio scosse la testa.
- Io torno a prendere il mio carretto. Qui mi son divertito, ma la panza brontola ancora. Devo provare a vendere i miei buchn, se ci riesco! - E rise di gusto. In bocca aveva solo tre o quattro denti. - Buona fortuna, bolognese.
- Grazie, bergamasco, spero di rivederti.
- Spera di no! Se mi rivedi, vuol dire che sei tornato a Pontenuovo.
Lo guard il vecchio allontanarsi, dondolante sulla sua gamba storpia.
- Dunque? - fece Bernard.
- Andiamo, - disse Lo, e insieme, muovendosi lenti, attraversarono lo spazio nuovamente invaso dai rumori della barriera dei combattimenti. Richiami intristiti di venditori, risate, invettive, grida di scommettitori, uno strillone che commentava le notizie sul giornale, frammenti di canzoni politiche, canzonacce... e canzoni che erano entrambe le cose.
Nel silenzio bucato dai rumori, Lo vide che il cielo era screziato di nubi a fiocchi, a stracci biancastri, a ricami, a viluppi.


4.

La fine dell'inverno non volle dire la fine della fame.
Il pane dell'egualit, gi te lo si  contato: se quello era pane, allora le bovarde sono budini al cacao, ma almeno era un masticone che ci potevi riempire la strozza, non ti stecchiva, e il mattino dopo, con la tua brava cartolina, andavi dal fornaio e avevi diritto a un'altra razione. C'erano delle femmine che per averne di pi, di quell'impiastro, si mettevano una padella disotto al vestito e dicevano d'essere incinte, e altre ancora che facevano le finte gravide per evitare le botte, ch ormai le code per accattare il mangiume erano i posti pi violenti dell'intera citt.
Poi a un certo momento  sparita la carne. Non ce n'era pi in tutta Parigi, manco a Palazzo Egualit. E gli operai, i carrettieri, i facchini - tutta la gente che fa uno sgobbo di fatica lontano dalla magione - han cominciato a dire che loro, senza un pranzo di carne, non avevano manco la forza di lavorare.
E intanto, sulla via di Vincennes, capitava spesso che la gente del foborgo fermava il carro di un villano e lo costringeva a vendere le uova hicetnunc, al prezzo massimo stabilito. E il villano ti ripeteva sempre la stessa manfrina, e cio che lui, la settimana prima, aveva venduto cento uova e ci aveva comprato trenta candele. Solo che adesso, con quella stessa cifra, di candele se ne compravano venti, e allora o si faceva il maximum generale totale - per i vestiti e per le scarpe, per il carbone e per la birra - oppure lui a Parigi non ci metteva pi piede.
E noi a dirgli si, quanto ci hai ragione, ma intanto che sei venuto, vendici le uova al prezzo che ti si dice e vedi pure di darti una smossa.
Tu ti chiederai perch stiamo a menarla adesso, ch la fame ormai la si  patita e se non ci s' ribellati al tempo giusto, non  il rimpianto di oggi che dar da mangiare ai noialtri di allora.
Ma c' dei momenti che la panza ti fa devoto di Santa Insurrezione, e dei momenti che no, perch lo capisci da solo che per quanto strilli, c' poco da cavarne: hai avuto il maximum, hai avuto la legge contro i monopolatori, hai il rasoio nazionale che spaventa i gianfotti come i fantocci per i passeri che beccano il grano, hai il giardino del Lussemburgo trasformato in orticello, che altro t'inventi per mettere insieme la cena? La fila dal macellaio, non quella davanti alle Tegolerie per mandare via certuni e farne venire certaltri che dicono d'essere pi bravi.
Ecco perch nessuno  andato dietro a Hbert, quando s' messo a dire e a scrivere che ci voleva una rivolta contro la Convenzione e che si aveva bisogno di un dittatore che riportasse l'abbondanza.
A dirla tutta, "Il Pap Duchesne" ci aveva pure un po' rotto il cazzo, e certe spesse volte, leggendo il giornale di quel suo gran nemico, "Il Vecchio Cordigliere" di Camillo Desmoulins, ci si scopriva a far di si con la testa, specie quando scriveva che per un sanculotto la vera rivoluzione non  rimanere sanculotto, cio senza brache, o portare gli zoccoli per risparmiare il cuoio e farci gli stivali da dare all'armata. La vera rivoluzione dovrebbe dire al popolo: vi ho trovato sanculotti e vi ho culottati. Invece Hbert, sul "Pap Duchesne", aveva passato almeno due mesi a contarci di quanto gli piaceva il sanculotto Ges, il primo giacobino della storia, uno che ai poveri ci voleva bene.
Cosi quando Hbert s' svegliato e ha chiamato la rivolta, s' ritrovato da solo con i suoi pochi amici. Li hanno arrestati, li hanno accusati, li hanno mandati a chiedere l'ora al vasistas, e nessuno ha mosso un muscolo, se non la lingua, per domandare notizie di come andava il processo e poi raccontarlo in giro.
S' detto che la carestia era colpa del barone di Grche, che pagava i villani per tenere la ciccia lontano da Parigi, e che il barone era d'accordo con "Il Pap Duchesne": io ti affamo il popolo e tu lo inciti ad abbattere la Convenzione e a mandare in vacca la Repubblica.
Hanno fatto pure una grossa inchiesta, per demascare il complotto, ma l'unica cosa che hanno scoperto  che di complotti non ce n'era uno soltanto, ce n'erano migliaia, migliaia di piccoli micmac di piccoli contadini e bottegai e sanculotti che non rispettavano la legge sul massimo, pi qualche profittatore che faceva i soldi con il mercato nero.
Allora s' detto che il barone aveva messo in piedi pure un altro complotto, quello della liquidazione della compagnia delle Indie, un brutto casino che non te lo stiamo a spiegare, ma insomma 'sto qua aveva corrotto alcuni deputati, apposta per infangare tutta la Convenzione, di modo che Hbert potesse incitare il popolo ad abbatterla e a mandare in vacca la Repubblica. Ma anche qui, non  che siano venute fuori delle prove schiaccevoli. E allora vaffanculo, niente barone, si son tolti la spina dal piede. Hanno accusato Hbert di aver incitato il popolo a rovesciare la Convenzione, e buonanotte all'orchestrina.
Fatto fuori lui, pareva che la battaglia l'avevano vinta san Giorgiacco Danton, il patrono dei bottegai, e l'amico suo fedele Camillo Desmoulins.
Invece fa tempo appena a passare una decade', ed ecco che Danton  sotto processo, Saint-Just lo accusa e Robespierre si domanda se la Francia sar bastante coraggiosa da abbattere un vecchio idolo, ch oramai dentro  tutto marcio e verminoso.
Anche lui lo tirano in mezzo a una faccenda di quattrini, dicono che ha preso i quibus della compagnia delle Indie e pure quelli di Luigino e degli Orlans. Ma a buon gatto, buon ratto: con la sua parlantina da legale, Danton restituisce colpo su colpo, pare un lottatore alla barriera dei combattimenti.
E va bene che i vermi e il marcio cominciavano a puzzare anche da fuori, va bene che Danton voleva far la pace con l'aristocrazia, ma per i noialtri di allora era pur sempre l'eroe del 10 agosto. Lascia stare che adesso dicono che lui manco c'era, per strada, il 10 agosto: non  una questione di giorni. La questione  che Danton significava la Repubblica, e a vederlo col collare Corday faceva davvero una brutta impressione.
Eppure, anche l, nessuno s' mosso. Il giorno dopo siamo tornati in fila dal macellaio, a dirci che oramai quel rotolare di teste ci aveva dato l'abitudine, e per farci venire la bocca tonda e il brivido gi per la schiena ci voleva qualcosa di pi grosso, qualcosa di enormissimo, tipo che pisciassero sulla tomba di Marat, o tagliassero la zucca a Robespierre.


5.

Scrutando con ansia il cortile interno, Philippe Pinel pens a quanto le cose possono cambiare nel volgere di brevi stagioni. Questo era vero prima del 1789, e lo era in misura ancora maggiore in quel duod dell'anno II. Eppure, mai si sarebbe aspettato di dover rivedere alcuni capisaldi delle proprie conoscenze a causa di una terapia come quella di Mesmer.
Per due lunghe settimane aveva consultato i testi pi aggiornati, in cerca di casi analoghi e ipotesi plausibili. Si era anche riletto la famosa relazione contro il fluido magnetico, stilata da illustri accademici quando la Francia non era ancora Repubblica. Suggestione, avevano decretato allora Lavoisier, Franklin e compagni. Il convincimento di essere guariti scambiato per vera guarigione. Ma la semplice suggestione non bastava a chiarire come un uomo possa convincere cinquanta alienati a eseguire il suo volere e a non desistere nemmeno sotto le percosse, come automi caricati da una molla, per di pi infrangibile.
Alla fine, si era dovuto arrendere: fra le mura di Bictre era accaduto un fatto nuovo. Un fatto che si poteva comprendere ricorrendo a una teoria caduta da tempo in disgrazia. Sempre che, al di l della voga dei salotti, il mesmerismo avesse mai convinto qualcuno.
Pinel si corresse. Quell'osservazione era imprecisa. Negli anni prima della rivoluzione, in effetti, il mesmerismo aveva sedotto fior di intelletti, non solo signore annoiate o isteriche. Bisognava ammetterlo. Uomini come Bergasse, come il conte D'Artois, come Lafayette. Nemmeno dopo il parere di quella commissione scientifica, nemmeno dopo che Mesmer se n'era tornato in patria portando con s il frutto in denaro sonante di cinque anni di traviamento collettivo, nemmeno allora il mesmerismo era sparito del tutto. Quell'epoca recente aveva prodotto lasciti, bisognava ammettere anche questo. Se i medici parigini sperimentavano l'uso terapeutico dell'elettricit, lo si doveva pi a Mesmer che a Luigi Galvani.
Cosi, eccolo allo scrittoio, davanti a un foglio bianco. La lettera che doveva scrivere era la richiesta di una consulenza. Meglio, era una richiesta d'aiuto.
La persona a cui si rivolgeva gli era nota, un dottore devoto alle dottrine di Mesmer. Orphe d'Amblanc, si chiamava. Avevano avuto una corrispondenza, anni prima, a proposito del cosiddetto magnetismo animale. Quell'uomo era riuscito a contrapporre al suo scetticismo alcune argomentazioni interessanti. Si augur che abitasse ancora allo stesso indirizzo e intinse la penna nel calamaio.

Stimato dottor D'Amblanc,
spero che questa lettera vi trovi in buona salute e in buona disposizione d'animo. Perdonatemi se non mi dilungo in formule di cortesia e vengo subito alla ragione per cui vi scrivo.
Ricorderete senz'altro lo scambio che intrattenemmo riguardo alla teoria del magnetismo animale, e rammenterete anche il mio scetticismo.
Da alcuni mesi svolgo l'incarico di medico dell'infermeria di Bictre. Ebbene, alcuni fatti accaduti tra queste mura mi spingono a riconsiderare la mia posizione di un tempo.
Uno dei convittori dell'ospedale si  dimostrato in grado di suggestionare gli alienati, anche pi d'uno alla volta, per sottometterli al suo volere e addirittura comandarli a distanza.
Vorrei fornirvi i dettagli di persona, perci vi invito a raggiungermi qui, per conferire con me ed esaminare il caso.
Le vostre conoscenze in questo campo superano di gran lunga le mie e quelle di tutte le persone che conosco.
Spero dunque di poter contare sulla vostra competenza e sul vostro aiuto.

Pinel rilesse con attenzione, scandendo a mezza voce alcuni passaggi. La missiva era concisa, diretta. Tra le righe, filtrava la preoccupazione che lo agitava da giorni. Non conosceva bene D'Amblanc, ma da ci che si diceva di lui e dai ricordi della loro antica frequentazione, non sembrava uomo da tirarsi indietro di fronte a una richiesta d'aiuto e a un'occasione di ricerca scientifica.
Pinel chiuse la lettera, vi appose un sigillo, si alz dallo scrittoio e torn a guardare fuori.
Il cortile era spazzato dal vento. Si alzavano nubi di polvere.


Osservazioni mosse al dipartimento dei Lavori pubblici dai cittadini GILLET, commissario di polizia della sezione sulla via di Montreuil; ALMAIN, della sezione dell'Indivisibilit; e PASSOUNAUD, della sezione di Quindici Venti, del foborgo di Sant'Antonio, dove dal 26 pratile, sulla piazza del Trono Rovesciato, si fanno le esecuzioni e inumazioni dei condannati dal tribunale rivoluzionario.

1. Sulla piazza dell'esecuzione si  scavato un buco di circa una tesa cuba, dove scola il sangue dei suppliziati e l'acqua con la quale si lava il posto. Questo buco  pressocch pieno e manda un odore pestifero del quale tutti coloro che abitano sottovento si lagnano grandemente. Conviene coprire questo buco e farne un altro accanto, pi profondo, fino a incontrare una terra capace di assorbire il sangue.
2. Dalla piazza dell'esecuzione al cimitero di Picpus non esiste altro che un percorso lungo il muro di cinta, il quale, non essendo pavimentato,  impraticabile, specie per il nuovo tipo di carri che trasportano i cadaveri; questi carri, avendo ruote troppo basse, si piantano nella sabbia e la terra smossa li blocca, a prescindere dal numero di cavalli che gli si pu attaccare. Converrebbe far pavimentare uno stretto cammino, lungo questo muro, per una lunghezza complessiva che pu essere valutata in duecento tese superficiali di pav.
3. Nel cimitero  del tutto impossibile verbalizzare, il pi delle volte di notte, all'aria aperta, alla pioggia o quando il vento impedisce di tener acceso un lume, Poich nel suddetto cimitero esiste una grotta, si tratterebbe di metterci giusto due infissi e di chiudere la detta grotta con una porta. Allora si potr redigere al coperto la lista esatta degli effetti personali del suppliziato; si potr lasciare l il registro, sopra un tavolino, e tenervi l'inchiostro, la penna e una luce. L'intera spesa di tale chiusura non arriver mai a cinquanta lire, mentre una sola redingote dimenticata pu diventare una perdita di cinquanta lire per la nazione, e quando piove o c' vento ne possono davvero scappare parecchie.

A Parigi, questo 21 messidoro, l'anno II della Repubblica francese, una, indivisibile e imperitura.

FIRMATO
Gillet
Almain
Passounaud detto Treignac

 SCENA QUINTA
 Il mondo si arbalta
Luglio 1794 (termidoro, anno II)


I.

Decade 1, giorno della mora, nonid di termidoro dell'anno II della Repubblica.
Che poi sarebbe il 27 luglio. Nove stronzid a travagliare in attesa del giorno di festa, e la sera non si fa in tempo a trarre il pi smerdo e smorto dei sospiri che ti giunge la novella:
- Hanno arrestato Robespierre!
- Robespierre chi? - domanda qualcheduno, che non ti viene in mente un quesito pi sdozzo, di quelli che si fan giusto per prendere tempo, ch certe notizie ti arrivano come un papagno sul mezzo del labbro, mica sei pronto subito, e allora va bene qualunque cosa per gagnare un minuto secondo, anche uno sbatter di ciglia potrebbe bastare, cos ti raccatti a fiatare la roba pi fessa del mondo, tipo (a labbro gonfio): "Prego?", e magari il papagno che segue lo pari, e lo ritorni doppia razione, e ci fai pure la porca figura. Ma una notizia cos  ben peggio di un papagno. E cos, la domanda sdozza cade male.
- Come sarebbe a dire, "Robespierre chi"? Robespierre Robespierre. Lui.
- L'Incorruttibile?
- Dura ancora molto? Cosa sei, un merlo indiano? Proprio lui, Massimiliano Robespierre. E suo fratello Agostino detto Bonbon. E anche Saint-Just.
- Saint-Just?
- Si, Saint-Just. Diteglielo anche voialtri, su!
-  vero, li hanno arrestati. E insieme a loro Couthon... Le Bas e Hanriot del comitato di sicurezza generale... Dumas...
- Dumas il presidente del tribunale rivoluzionario?!
- Proprio lui. Li han portati al Lussemburgo poco fa. Per ordine della Convenzione.
Per un po' ci s'azzittisce, e ciascheduno si domanda che ne sar d'ora innanzi della rivoluzione, nonch delle nostre povere budella.
Robespierre in prigione. Sembra ieri che lo festavamo alla processione per l'Ente Supremo, con lui che marciava nella sua marsina turchina, petto all'infuori, in capo alla delegazione di deputati, venti passi avanti a tutti, mezzo condottiero e mezzo papa. La rivoluzione, ha detto una volta Machand...
- E chi sarebbe?
- Un arrotino del Pantano. La rivoluzione, diceva,  come quei mazzi di carte da gioco dove re, dame e cavalieri son divisi a met, una diritta e l'altra rovesciata, testa ins e testa dabbasso, giri e rigiri la carta ma cambia un cazzo, il re che sta diritto  sempre insieme a quello capovolto, che  come se gli tirasse il ghignone, come se da sotto gli dicesse: "Io sono te che vai a finir male! Goditela finch puoi, perch il mondo si arbalta!" Quel giorno l, al Campo di Marte, sembrava che Robespierre se la godesse. Noialtri lo si  saputo solo pi avanti che, dadietro, dei deputati bofonchiavano e gli facevano mina grigia, tipo pissipissi ma in modo che gli giungesse alle recchie. Mentre passavano, qualcheduno di noi li ha sentiti, e pi tardi ci ha riferito. C'erano Thirion, Montaut, Ruamps... Gli dicevano robe tipo:
"Dittatore stracciaculo, ti ci rompi il becco, prima che poi".
"Cialtroncello, non ti credere che va sempre bene".
"Ricordati la fine del Capeto".
In pratica, gli han rovinato il tripudio. L'Incorruttibile faceva buon viso a cattivo sangue, ma  vidente che l'ha patita, perch dopo quel giorno han detto che s'era preso del raffreddume e non si  fatto vivo per due decadi.
- Fors'anche tre.
Pu essere che meditava sul da farsi. Solo che, quand' tornato, non  che si sia mosso proprio bene: ha tirato ben tanto la corda, anzi, pi d'una, ha tirato tante corde che alla fine ci si  trovato ingrovigliato. Ogni giorno un discorso per denunziare dieci complotti diversi, a sentir lui e Saint-Just eran tutti controrivoluzionari tranne loro. E non era tempo di scherzi: se uno era creduto un controrivoluzionario, dall'oggi al domani lo rivedevi scorciato. Intanto girava la cittadina Fame, certuni di noialtri sotto i calzoni avevano solo cotenna e ossa, e c'era chi diceva che la nazione doveva pensare a questo, non ai giochi di spie...
Alla fine una parte della Convenzione si  stufata di sentirli che minacciavano a destra e a manca.
- Soltanto a destra. Alla loro manca non restava pi nessuno.
- Esatto, e nessuno poteva pi difenderli dalla destra.
- Qualcuno ci ha provato: il comune  insorto.
Bastante vero. Quella sera di no vedi, non si fa in tempo a digerire la notizia degli arresti, che subito arriva la giravolta: il comune di Parigi ha liberato Robespierre e gli altri, e li ha portati al municipio. A quel punto sembra che ce l'ha Robespierre il mannarino dalla parte del manico...
- Lo ricordo bene, Hanriot ha fatto puntare mille cannoni contro le Tegolerie...
- Bum!
- Macch, alla fine non hanno sparato.
- "Bum" perch tu l'hai sparata. Dondecazzo li prendevano mille cannoni? Erano un centinaio di cannonieri.
Cheti, ch si perde il filo... A ogni modo, Robespierre e Saint-Just terginicchiano, parlaversano, fan passare le ore, e intanto i loro sostenitori radunati in piazza della Grava si nervosiscono, anche perch stanno a stomaco vuoto. Si guardano l'un l'altro, si chiedono che ci fan li, maledicono la puttana di mamma e di nonna perch non arriva un ordine che sia uno. Passata la mezzanotte arriva voce: Robespierre  dichiarato fuorilegge. Vuol dire che quando lo brancano, lo stangano senza processo, lui, Saint-Just e tutta la banda, e gi li si chiama traditori. La rivoluzione, diceva Trabant...
- Arrotino pure lui?
Maniscalco. Del foborgo San Germano. La rivoluzione, diceva,  un carnevale pi lungo del consueto, che si slunga fino a contenere la quaresima, la resurrezione, tutto quanto.
- Parecchio filosofi, i maniscalchi di San Germano.
Dopo il nunzio, i fedelissimi si dispargono.  la fine dell'insurrezione. La forza pubblica irrompe nel municipio. Le Bas si spara in testa e tinteggia di rosso una parete. Robespierre prova a imitarlo ma riesce solo a sfracellarsi una mascella. Lo trovano che ulula, stracciato dal dolore. Lo strattona via un gendarme che di cognome fa Merda.
- Merd?
Merd. Bonbon Robespierre si butta gi da una finestra ma riesce solo a spaccarsi una gamba. Couthon si finge stecchito ma non ci cascano. Hanriot rimane ferito nessuno ricorda pi come. Saint-Just non frappone resistenza, si fa arrestare a zucca alta, bel bello come un dio, il capello che fa l'onda.
Li scorciarono tutti il giorno dopo, primo decadi di termidoro, alle cinque della sera. Per una decade seguitarono a cadere zucche. Ottanta membri del comune incontrarono Madama Ghigliottina.
- Brutta storia. E dopo?
Eh, dopo. Dopo, fu tutta quaresima.
- Ne  valsa la pena?
Troverai sempre qualcheduno che dice di no, si tratti del senno di poscia (troppo facile) o del senno dei servi (pi facile ancora). Fosse per quelli cos, non si farebbe mai una sega. Noi abbiamo provato a costruire la torre, ricordi? La torre che permettesse di sguardare il mondo, e i tiranni del mondo cadere dabbasso. Per questo gli si  voluto bene a Robespierre e Saint-Just, anche quando stavano sul cazzo. Persino quando ribollivano come la zuppa di latte, e minacciavano di spiccarci la zucca, persino quando dicevano che noialtri non eravamo noi ma foresti venuti da fuori a sobillare noi stessi, persino quando sviavano in galera qualcheduno di sbagliato, si pu dire che noi, popolo sanculotto, gli si  voluto bene. Delle volte  in modo strano che si ama. In Campo di Marte abbiamo festato l'Incorruttibile, e poco tempo dopo lo han festato nell'altro modo.
A quel punto  cambiato tutto. Tempo al tempo, ch te lo si conta. C' mica da aver fretta.


2.

La fama di Bernard la Rana era conclamata e Lo non impieg molto a constatarlo. Nonostante apparisse un tipo schivo, Bernard conosceva tutti e tutti lo conoscevano. Le sue giornate trascorrevano dietro l'organizzazione di incontri, la raccolta delle scommesse, e l'immancabile partecipazione a qualunque manifestazione civica. Bernard non si perdeva nemmeno la pi piccola commemorazione, funerale patriottico o posa di corona d'alloro. Il motivo era presto detto: sapendo di essere suscettibile all'arresto per via delle scommesse clandestine, in questo modo non solo dava prova di impeccabile civismo, ma rendeva facile per chiunque rintracciarlo. Bastava scoprire quale fosse l'evento del giorno e cercare il patriota che cantava con pi fervore, ostentando la coccarda pi grande sul bavero della giacca.
Viveva modestamente, al pianoterra di un vecchio caseggiato, in un appartamento di tre stanze, insieme alla figlia, Adle, una ragazza di poco pi di vent'anni, sordomuta. La giovane teneva dietro alla casa, e rare volte si occupava anche di rattoppare graffi e contusioni dopo i combattimenti di Lo. Faccenda che di norma competeva a Bernard, che applicava sui lividi una pomata dall'odore nauseabondo ma in grado di fare miracoli. "Altro che le manine del re", diceva ogni volta che infilava le dita tozze nel barattolo.
Lo era ospitato nel sottoscala, in quello che un tempo doveva essere un deposito, e che dopo Pontenuovo gli sembrava una reggia. Il mobilio era scarso, ma l'ambiente confortevole. Adle era una brava cuoca, e per quanto possibile Bernard si premurava che Lo venisse nutrito con cibo buono.
Gli incontri che procurava si svolgevano di sera, ora che le giornate estive erano lunghe e faceva caldo anche dopo il tramonto. I luoghi prescelti erano i pi disparati, svuotati dalla carestia e dalla guerra: sale da ballo, scantinati, magazzini, granai. A ogni incontro i muschiatini accorrevano entusiasti. Jean-Do non c'era pi, girava voce che i pugni lo avessero scimunito. Gli olezzanti scommettevano poco, ma si sgolavano molto, soprattutto contro Lo. L'italiano era l'oggetto di quasi tutti i loro lazzi e degli insulti che piovevano nell'arena. A rodere il fegato non era tanto che avesse spacciato Jean-Do, ma il fatto che Bernard la Rana avesse preso proprio l'italiano sotto la sua ala. Bernard portava Lo agli incontri anche quando non toccava a lui combattere. Serviva a studiare le tattiche, diceva, a conoscere gli avversari, a scoprire nuovi colpi. Lo guardava quegli uomini darsele di santa ragione, vedeva la gente attorno, e pensava che anche quello era un modo di calcare la scena, di tenere il palcoscenico. Solo che le pacche erano vere.
Una sera fu tentato di scommettere anche lui. Un tizio nerboruto della rivagoscia affrontava il campione dei muschiatini, che se ne stavano tutti radunati dietro il suo angolo. Soncourt, si chiamava. Il tizio dei bassifondi era pi grosso di lui, e pareva pure pi agguerrito, ma dai primi scambi Lo si accorse che se avesse scommesso avrebbe buttato via i soldi. Soncourt infatti aveva pi tecnica ed era pi efficace nel portare i colpi, calci inclusi. Quello era un lottatore e un pugile tra i migliori che Lo avesse visto.
- Gecco cazzuto, - disse all'orecchio di Bernard.
L'altro annu.
- Apposta siamo venuti a occhiarlo.  il tuo prossimo avversario.
Un istante dopo furono assordati dal boato di trionfo dei muschiatini, davanti al crollo dell'energumeno della rivagoscia. Soncourt alz il braccio in segno di vittoria e se ne torn all'angolo ad asciugarsi il sudore, come avesse sbrigato una faccenda ordinaria.
- Perch hai preso l'incontro? - chiese Lo preoccupato.
Bernard gli fece segno di accompagnarlo fuori e i due si ritrovarono per strada.
- I senzaerre hanno lanciato la sfida. Ho una reputazione.
- E il prezzo della tua reputazione sono io, - si lament Lo.
Bernard gli gett un'occhiata indecifrabile e continu a camminare fino a casa, senza pi aggiungere nulla. La serata era magnifica, il cielo sopra Parigi era limpidissimo, talmente carico di stelle che parevano dover cadere sulla citt. E forse era cos, pens Lo. Forse il cielo sarebbe caduto gi. La Rana non era tipo da farsi scrupoli, alla barriera dei combattimenti Lo l'aveva visto puntare su di lui e incassare i soldi dei muschiatini senza battere ciglio.
- Pensi di scommettere contro di me? - chiese quando furono sulla soglia.
- Dimmelo tu. Sei tu che combatti, - rispose l'altro.
Lo rimase zitto e scese nel sottano con la mente affollata di pessimi presentimenti.

Il giorno dopo rimase a letto fino al pomeriggio, a rimuginare sull'incontro a cui aveva assistito e su quello che avrebbe dovuto sostenere la settimana successiva. Lo attendeva una grande prova d'attore, contro un rivale pi forte. Poteva anche essere la fine della sua terza carriera sulle scene.
A mezzogiorno senti bussare alla porta. Era Adle che gli portava il pranzo. Lo le chiese a gesti dove fosse suo padre, lei rispose che era uscito. Sarebbe tornato soltanto a sera, o almeno a Lo parve che la ragazza mimasse il calare del sole. Era piuttosto brutta e segaligna, ma quando prese a togliersi i vestiti fino a rimanere nuda, Lo non pot che constatare che era pur sempre una donna. E non stette a chiedersi i perch n i percome. Tantomeno avrebbe potuto chiederli a lei.

I clamori del pomeriggio lo raggiunsero stravaccato sulla branda, con il corpo della ragazza disteso sopra. Dalle finestre all'altezza del lastrico giungevano grida che rimbalzavano da una via all'altra. Lo si dest e si accost alla finestrella. Qualcuno, pochi metri pi in l stava gridando:
- Hanno arrestato Robespierre! Hanno arrestato Robespierre!
Lo si volse, esterrefatto, per informare Adle, ma quando se la trov di fronte, gi rivestita, con l'aria da cane bastonato di ogni giorno, si rese conto di non sapere come mimarglielo. Robespierre... Saint-Just... Come lo spieghi a una sordomuta? Ci rinunci e le diede invece una carezza, come fosse una bestiola, sentendosi invadere dalla pena e dall'imbarazzo.
Si rivesti e corse in strada, dietro le voci di Parigi che lo portarono fino al municipio. Parecchia gente si era radunata l attorno e discuteva fitto, condivideva notizie ed emozioni. Lo orecchi una magliara dire che Robespierre, Saint-Just, Couthon e Le Bas si erano barricati l dentro insieme ai partigiani del comune. Contemplando l'edificio si chiese cosa avrebbe potuto fare. Gironzol sul piazzale, raccogliendo notizie ai capannelli, e finendo per bivaccare davanti a uno dei fuochi che si accesero quando scese la notte.
Quando, all'alba del giorno seguente, si sollev da terra con le membra intorpidite, si rese subito conto che durante la notte non pochi baldanzosi della sera prima avevano pensato bene di tornarsene a casa. I parigini non avrebbero difeso l'Incorruttibile. Qualcuno aveva scritto per terra, col gesso: "Morte al tiranno!" Qualcun altro aveva vergato un'intera frase di Saint-Just: "Chi fa una rivoluzione a met non fa altro che scavarsi una tomba".
Ecco, si, pens Lo. Nell'alba fresca sulla quale incombevano i destini della Repubblica, quel palazzo, che era stato il simbolo dell'orgoglio del popolo parigino, adesso aveva tutta l'aria di una tetra tomba. Quando pi tardi, nella mattinata, la guardia nazionale irruppe sul piazzale, Lo scapp dalla carica e prese comunque un paio di bastonate, che riusc ad attutire malamente, sulla spalla. Le guardie circondarono il palazzo e in seguito trascinarono fuori i giacobini, ma a quel punto Lo era gi lontano, sulla via di casa, dove giunse stanco e malandato, dopo avere attraversato una citt in preda a una sorta di festoso smarrimento. Qualche poveraccio inneggiava all'abolizione del maximum sui salari. Poco pi in l, un bottegaio si spingeva a caldeggiare quella del maximum sui prezzi. Lo si domand se il rinculo della rivoluzione gli avrebbe portato pili guai o pi opportunit. Probabilmente gli uni e le altre.
Bernard lo stava aspettando seduto sull'uscio, sbucciando patate. Lo salut con un cenno, senza smettere di armeggiare con il coltello.
Lo percep la sua disapprovazione e nondimeno gli sedette accanto, sulle scale, massaggiandosi la spalla dolorante, in attesa di una lavata di testa, che invece non arriv. Era come se Bernard sapesse tutto, dove era stato, a fare che... Magari persino di lui e della figlia Adle.
Lo decise di chiedergli l'unica cosa che in quel momento avesse davvero rilevanza nelle loro vite.
- Come lo batto Soncourt?
- Non puoi, - disse la Rana. - Non se combatti di fino.
Lo riflett sul significato implicito di quelle parole.
- Vuoi che giochi sporco. Pensavo che fossi preoccupato della tua reputazione.
Bernard alz il serramanico e, per un istante, Lo temette che volesse ficcarglielo in pancia. Invece lo richiuse e lo infil in tasca.
- Da oggi vale tutto, - disse Bernard con un gesto vago che indicava la citt intorno a loro. Si alz per rientrare in casa, ma prima di varcare l'uscio aggiunse: - E vedi di buttarlo gi subito, perch se aspetti un minuto di troppo ti butta gi lui.


3.

Marie depose ago e filo per stropicciarsi gli occhi intorpiditi. La fila di donne intente a cucire lungo il bancale andava da un capo all'altro della sala. Davanti a ognuna, un mucchietto di bottoni e una pila di uniformi. Le teste oscillavano appena, accompagnando il ritmo dei gesti. Ogni tanto una di loro si alzava e copriva in pochi passi la distanza fino agli scaffali dove venivano disposti i capi, pronti per essere imballati e spediti alle guarnigioni. C'erano soprattutto donne molto giovani e anziane. Il fatto era che il padrone non consentiva di portarsi appresso i figli, perch, diceva, interrompevano il lavoro e disturbavano il silenzio operoso. Questo tagliava fuori le donne dell'et di Marie, che infatti erano poche.
L'odore della stoffa di poco prezzo mescolato all'afa saturava l'ambiente e, dopo dieci giorni li dentro, a Marie iniziava a dare il voltastomaco. Per fortuna era riuscita a farsi assegnare un posto presso la finestra e ogni tanto volgeva la faccia verso l'esterno per respirare aria fresca. Fuori non c'era niente da vedere, perch la finestra affacciava su un vicolo con dirimpetto un muro di mattoni. La luce per le operaie proveniva dai lucernari sul tetto. Marie respir il filo di brezza e le parve di cogliere come un brusio, voci lontane, provenienti dalla strada in fondo al vicolo.
- Qualcosa non va, cittadina Nozire?
Marie si volt e vide il padrone che la osservava con cipiglio dalla soglia della stanza accanto alla sala. Scroll le spalle e si rimise al lavoro, ma per un po' continu a sentire su di s lo sguardo dell'uomo. Lo stesso sguardo lascivo con cui l'aveva squadrata da capo a piedi quando si era presentata al bottonificio in cerca di lavoro. Si chiamava Duval. Era un tizio alto e magro, che portava il cappello anche al chiuso. Marie provava repulsione per lui, i suoi modi le ricordavano emozioni antiche, che con grande fatica aveva sepolto in un angolo della mente. Il lavoro per era sicuro, e se in estate si pativa quella clausura, il pensiero era andato facilmente all'inverno, quando avrebbe lavorato al riparo dal freddo.
Prese ad armeggiare con l'ago, a passarlo velocemente attraverso i fori nei bottoni, per assicurarli alla stoffa.
D'un tratto percep la presenza di qualcheduno fuori dalla finestra, nel vicolo, si volt di scatto e si trov davanti una faccia stravolta, una bocca aperta che non emetteva suono. Trasali. Poi la bocca parl.
- Hanno arrestato Robespierre e Saint-Just! Li hanno portati alla ghigliottina!
Prima che Marie potesse realizzare il senso di quelle parole, venne travolta dal trambusto delle esclamazioni di stupore e delle sedie spostate. Le donne erano in piedi, parlavano tutte insieme, qualcuna imprecava, altre si abbracciavano, difficile a dirsi se per sollievo o paura. Presero a sciamare verso l'uscita. Duval torn ad affacciarsi per reclamare ordine e silenzio, ma non pot fare nulla, solo guardare le operaie che abbandonavano in fretta i posti di lavoro.
Marie segui l'onda. Si ritrov presto in mezzo a un fiume di persone che camminavano lungo le strade senza sapere dove dirigersi, seguendo il passante pi vicino, trascinate da un'invisibile corrente, sulla quale galleggiava il nome dellTncorruttibile. Le facce apparivano sollevate e spaesate al tempo stesso. Era come se vedessero la citt per la prima volta, come se aspettassero che qualcheduno o qualcosa le svegliasse dal sonno.

Chi era, dov'era fino al giorno prima quella gente che ora percorreva le vie di Parigi, rumoreggiando come non si udiva da tempo, sospirando di ritrovata leggerezza? Non era, almeno in parte, lo stesso popolo che spediva a Robespierre lettere di ammirazione? Marie ne ricordava alcune frasi, pescate chiss come - forse inventate? - dalla voce della plebe e portate nei foborghi.
"Protettore dei patrioti, genio che tutto prevede e tutto smaschera..."
"Meraviglioso vessillifero della rivoluzione..."
"Voglio saziare i miei occhi e il mio cuore delle tue fattezze..."
Adesso che era morto, l'Incorruttibile era il Tiranno, il Traditore, il Terrorista. Certo, era impossibile che tutti lo pensassero, ma chi non lo pensava si teneva lontano dalle strade. E se gli toccava attraversarle, lo faceva adeguandosi all'umore che esibiva il suo prossimo. Il Terrore  finito, viva il Terrore contro il Terrore!
Marie si guard intorno: com'era diversa dai sanculotti del foborgo quella folla di estranei! Una folla lontana da tutte quelle che avevano riempito le strade dall'89 in avanti. Una folla... indistinta. Irriconoscibile. Pochissimi urlavano, not Marie. Non era una festa. In quel momento Marie si ferm, cos, all'improvviso, piantandosi in mezzo a quel goffo deambulare. I passanti la sorpassavano veloci, pi veloci della sera che andava rimpiazzando il giorno. Corpi e parole. Il tiranno... Adesso... Vedrai che la Convenzione... Torneremo a chiamarlo "agosto", come Dio comanda... Torneremo a chiamarlo "Dio", come...
La testa di Robespierre era rotolata nel cesto solo due ore prima.
Marat non era pi. Robespierre non era pi. Saint-Just non era pi. E prima Hbert, Danton, la De Gouges, Brissot, e prima ancora la regina, il re... Jacques.
La mancanza di Claire la invase, un senso di vuoto la pieg in due. Claire per non era morta, si forz di pensare Marie. Era rinchiusa in gattabuia, poteva ancora farcela.
Eppure non ci credeva. Qualcosa le diceva che nessuna di loro due ce l'avrebbe fatta.
Il cielo era scuro, la citt pi aliena che mai, le voci galleggiavano intorno. Marie senti gli occhi inumidirsi. Piangeva la morte di quello che era stato e di quello che sarebbe potuto essere. Piangeva per Claire e per s stessa. Per Bastien e per Parigi. Per tutti loro e per la Francia.


4.

L'uomo che non  pi Laplace piange calde lacrime.
Finiscono gli anni di Bictre.
 giunto il momento di andare.
La morte di Robespierre  pi che un segno,  direttamente un segnale che dice: "Via libera".
Ma andare non basta. Occorre farlo con giustizia. Chiudendo i conti, prima di varcare la soglia. Con un gesto abile, degno di essere ricordato.
Bussano alla porta, piano, con discrezione, come se la cella fosse un alloggio privato. Il flusso dei pensieri si arresta. Balena un'idea. Un'Idea, l'uomo lo sa,  come se venisse dall'altrove, rispetto al materiale bruto che troppo spesso affolla la mente. Un'idea talmente netta che ha i contorni di un piano, e delinea ineluttabilmente quella serie di scelte e gesti che compongono l'Azione.
La porta si apre.  l'inserviente Maurel. Crede che, ancora una volta, l'insolito recluso tratter con il fluido il mal di schiena che l'affligge. L'uomo che fu Laplace lo fa sedere. Mormora qualcosa, il volto appena pi vicino di quanto conviene alle buone maniere, e Maurel si leva in piedi, esce dalla cella in silenzio.
Fa ritorno in compagnia di Malaprez. Il biondo, mezzo bruto e mezzo uomo, porta con s una sacca. Non c' bisogno di mesmerizzare. L'uomo sa che Malaprez gli appartiene, oltre e al di l dell'azione del fluido. Incontrando lui, ha incontrato un destino.

Due ore dopo, ormai al crepuscolo, Philippe Pinel attraverser il grande cortile di Bictre coi suoi fogli sottobraccio. Giunger al cancello, si far riconoscere dalle guardie all'entrata e a passo svelto si avvier lungo la strada, forse in cerca di una carrozza.
Passer mezz'ora. Le guardie al cancello vedranno il dottor Pinel attraversare di nuovo il grande cortile e appropinquarsi soprappensiero alla loro garitta.
- Buonasera... cittadino... Dimenticato... qualcosa?
Pinel noter la cadenza strascicata della guardia, come di persona desta da poco.
- No, cittadino Hraclite. Perch me lo chiedi?
- Perch... sei uscito... mezz'ora fa... cittadino Pinel. Assieme a... a un inserviente. Non ricordi, cittadino? Abbiamo. .. parlato per... per cinque minuti buoni.
- Cinque minuti, dici? E di che abbiamo parlato?
La guardia rimarr in silenzio. Poi a voce pi bassa dir:
- Perbacco... Non ricordo...
Philippe Pinel guarder negli occhi Hraclite e il suo compagno.
In quegli occhi vedr qualcosa di sinistro.
Penser alla lettera che ha inviato a D'Amblanc.


5.

D'Amblanc non avrebbe saputo dire quando aveva perso il senso del tempo. A Buzancy i giorni diventavano settimane e le settimane mesi, a un ritmo regolato soltanto dallo studio e dalla pratica sui pazienti.
D'Amblanc era rapito. Di giorno magnetizzava insieme a Chastenet, riempiva quaderni di appunti, sonnambulizzava Jean. Niente poliziotti, niente politicanti n boia. Poteva prendersi cura di una giovane vittima, invece di torturarne una.
D'Amblanc impieg alcune settimane prima di ammetterlo a s stesso, ma alla fine dovette cedere: si sentiva libero. I dolori alle vecchie ferite erano scomparsi del tutto e lo sguardo sereno di Chastenet si rispecchiava nel suo, conteneva la soddisfazione di una profonda comunione d'intenti.
Soltanto al risveglio, nella manciata di minuti che precedeva l'inizio della giornata, D'Amblanc percepiva una vaga ansiet, come una leggera stretta allo stomaco che non avrebbe saputo a cosa attribuire. La sensazione svaniva non appena iniziava l'attivit quotidiana coi pazienti e diventava un remoto ricordo alla sera, per poi ripresentarsi puntuale all'alba. Domand a Chastenet di sonnambulizzarlo, e ne trasse giovamento. Tuttavia, l'ansia non scomparve del tutto.
Nel frattempo l'estate irrompeva nella tenuta: fiori e frutta e bagni nella grande vasca antistante la magione, e ancora lunghe sedute di magnetizzazione collettiva intorno al grande albero nel parco.
"Curare la gente  meglio che decapitarla". Era la massima che Chastenet ripeteva spesso e che avrebbe persino fatto incidere sulla facciata del suo palazzo, se non fosse suonata compromettente agli occhi dell'autorit repubblicana. D'Amblanc osservava il giovane Jean e si lasciava lusingare dall'idea di averlo tratto in salvo e portato li, in quel luogo di pace, dove niente avrebbe potuto nuocergli. Eppure sospettava che il malessere che tormentava i suoi risvegli avesse a che fare proprio con lui, con il suo destino e ci che rappresentava.
Una notte di fine luglio, poco prima dell'alba, D'Amblanc fu visitato da un sogno che in seguito non avrebbe saputo ricordare con precisione, fatta eccezione per le parole, la voce inconfondibile...

Also, mein Freund, alla fine del tour avete trovato ihren Platz... il vostro posto. An der rechten des guten Knigs... alla destra del buon re. Ein wunderttiger Knig... Un re taumaturgo che cura i suoi fedeli untertani. Cercavate una via e avete trovato einen Fhrer... una guida, si. Keine Wunden, kein Krieg, kein kranko.  questa la vostra Revolution? Non avevate bisogno di lasciarmi per trovare dasesto. Non c'era bisogno di tagliare la kopfa del re di Francia.

Il gall cant. Un trillo acuto e subito strozzato, lugubre. D'Amblanc si svegli di soprassalto, la stretta allo stomaco pi forte del solito, l'eco della voce di Mesmer ancora nella testa. And a sciacquare il viso nel catino, quindi si vesti in fretta e scese dabbasso, in cerca del padrone di casa, ignorando i domestici che confabulavano tra loro. Doveva essere accaduto qualcosa. La porta dello studio di Chastenet era aperta ed egli era in piedi, avvolto nella sua lunga veste orientale, accanto alla finestra, intento a leggere una lettera.
- Robespierre e Saint-Just sono stati giustiziati, - disse in tono grave.
D'Amblanc impieg alcuni istanti a immaginare la scena e accettarne la sostanza. Due uomini, uno dei quali molto giovane, in piedi accanto alla ghigliottina. Quindi i loro colli nel buco. La lama che cala. Le teste che rotolano nel cesto.
- Robespierre... - riusc a bofonchiare incredulo.
 questa la vostra Revolution?, ripet Mesmer nella sua testa.
Dovette sedersi. La notizia aveva appena infranto il muro delle sue intenzioni, che rimanevano li, ma come se fossero crollate a terra e dovessero essere raccolte.
- Com' possibile? - mormor.
Chastenet guard oltre il vetro.
- C'era da aspettarselo. Hanno tirato troppo la corda. Credo che in fondo fosse la fine che cercavano. L'unica che li mantenesse all'altezza dei loro ideali.
D'Amblanc dovette fare uno sforzo ulteriore per seguire quel ragionamento.
- Cosa intendete dire?
- Ora sono martiri della rivoluzione, - prosegui Chastenet. - Come Marat, Danton, Hbert...
D'Amblanc scacci quelle parole scrollando la testa.
- Devo tornare indietro, - riusc a dire.
Chastenet si volse verso di lui.
- Perch? Non c' pi nulla per voi a Parigi.
In quel momento D'Amblanc comprese di avere usato Jean per fuggire, per ritirarsi. Era giunto l con la prova vivente che le teorie di Chastenet si reggevano su un falso assioma e non ne aveva ancora tratto le conseguenze. Tantomeno Chastenet sembrava interessato a farlo. Dopo l'apparizione violenta di Jean del Bosco si erano concentrati esclusivamente sul recupero dell'equilibrio del ragazzino, nel tentativo di stabilizzarne la personalit.
Un re taumaturgo che cura i suoi fedeli sudditi.
- A voi non importa di Jean e di ci che rappresenta, -disse D'Amblanc.
Chastenet alz la mano in un gesto vago.
- Voglio curarlo, proprio come voi.
D'Amblanc parve non averlo nemmeno sentito.
- Fin dall'inizio non siete stato incuriosito dal suo caso. Voi lo sapevate gi. Voi sapevate che  possibile volgere il magnetismo al male. Non  cos?
Chastenet si appoggi alla cornice della finestra e fu avvolto dalla luce del mattino. Con la veste orientale, rosso vino, e i tratti del viso sfumati, poteva sembrare Mesmer in persona.
Per trovare questo non c'era bisogno di tagliare la testa del re di Francia.
E quella di Robespierre? Quanti anni aveva Saint-Just? Ventisette? I grandi uomini non muoiono nel loro letto. Era stato lui a scriverlo.
La voce di Chastenet fece evaporare i fantasmi.
- Il cavaliere d'Yvers mi scriveva. Avevamo una discreta corrispondenza, prima della rivoluzione. Mi raccontava i suoi esperimenti. O almeno alcuni di essi.
Si lasci cadere sulla poltrona e vi sprofond dentro, come se volesse farsi ingoiare.
- Mostratemi le lettere, - disse D'Amblanc.
- Le ho bruciate tanto tempo fa, - rispose l'altro. - Non gli credetti. E certo non mi interessava mettere alla prova quanto affermava. Uno scienziato, un terapeuta, deve avere un'etica al servizio dell'Uomo. Aiutare gli altri. Curare il corpo della nazione. Ritrovare l'armonia universale.
D'Amblanc senti una fitta al costato, ma riusci a stringere i denti e a non darlo a vedere.
- Yvers usava i contadini come Galvani le rane, - disse.
- E se questo  possibile, noi non possiamo tenerlo nascosto. Non possiamo seguitare a dire che in quanto facciamo non  insito un rischio;  proprio l'etica a imporcelo.
- Noi facciamo il bene e tanto basta, - disse ostinato Chastenet. La voce si era irrigidita, ma gli occhi erano sfuggenti.
- Noi? - insistette D'Amblanc. - Cosa siamo voi e io? Un tempo mi diceste che i magnetisti non esistono, esiste solo il magnetismo, e che chiunque pu essere terapeuta. Non  ci che vedo all'opera qui. I vostri pazienti sono guariti? Qualcuno di essi  mai tornato a vivere meglio? O non ha avuto sempre pi bisogno delle vostre magnetizzazioni, quindi di voi?
Chastenet parve accusare quelle parole.
-  cos brutto ci che vedete? - domand.
Sembrava non avere alcuna intenzione di difendersi, quanto piuttosto di evitare lo scontro.
- Nient'affatto, - rispose D'Amblanc. - Nondimeno, devo diffidarne.
Aveva perso la foga iniziale e sedeva ricurvo in avanti, le braccia conserte, come avesse paura di rompersi in tanti pezzi.
- Se tornate indietro adesso, presto o tardi finirete al patibolo anche voi, - disse Chastenet sconsolato. - Restate. Non siamo rimasti che noi due.
D'Amblanc si alz, ancora le braccia incrociate sullo stomaco.
- No. Ce n' almeno un altro -. D'Amblanc gli rivolse un mezzo inchino. - Abbiate cura di Jean.
Chastenet annu senza pi aggiungere nulla.

L'indomani, Chastenet mise a disposizione il proprio calesse, affinch D'Amblanc potesse raggiungere il villaggio per la prima corriera del mattino. Si present al commiato con l'aria pi serena che gli riuscisse, reggendo tra le braccia una cassetta avvolta in un telo.
- Permettetemi di aggiungere al vostro bagaglio un regalo d'addio.
Chastenet apr il fagotto e gliene mostr il contenuto.
- Il folgoratore? - domand sorpreso D'Amblanc.
- Non voglio usarlo di nuovo, - disse Chastenet e indic una cartella che faceva da coperchio alla scatola di legno.
- Questi sono i miei appunti sugli esperimenti che ho condotto con l'elettricit. Potete proseguirli, se vi sembrano interessanti, e magari scrivermi che cosa scoprite. Io preferisco dedicarmi al bene dei miei pazienti.
- Grazie, - disse D'Amblanc caricando la cassetta insieme ai suoi bagagli. - Vorrei prendere commiato da Jean, adesso.
Lo and a cercare nel parco e lo trov che stava aiutando il giardiniere a togliere le erbacce dal prato. L'attivit all'aria aperta era considerata salutare per tutti i pazienti di Chastenet.
- Addio, Jean. Sono venuto a salutarti. Devo tornare a Parigi. Qui starai bene. Scriver per avere tue notizie.
Gli rivolse un sorriso che avrebbe voluto essere rasserenante e che il ragazzino non ricambi. D'Amblanc si volse e fuggi l'imbarazzo incamminandosi verso il viale. Pochi passi e si senti tirare per la manica.
- Portatemi con voi, - disse Jean.
Lo aveva raggiunto e si era aggrappato alla sua giacca con la stessa foga di un naufrago che agguanta una gomena.
L'imbarazzo di D'Amblanc crebbe fino a farlo arrossire.
- Non posso. Parigi non  pi un posto sicuro, capisci?
Gli occhi del ragazzino erano lucidi, ma non scendeva una lacrima. La sua espressione sembrava covare pi rabbia che amarezza.
- Non lasciatemi qui, - implor.
D'Amblanc gli accarezz una guancia.
- Qui ti cureranno. Starai bene.
La risposta di Jean suon come una sentenza.
- Sar solo.
- Non  vero, c' chi si prender cura di te.
- Sar solo, - ripet Jean.
D'Amblanc liber la manica con quanto pi garbo pot e si forz a proseguire. Riusci a fare qualche altro passo, prima di fermarsi.
E io?, pens. Non sar solo?
Torn a volgersi verso Jean.
Il ragazzino era immobile in mezzo al prato, la testa appena inclinata verso il basso, le braccia lungo il corpo.

Il vetturino fece schioccare la frusta e il morello parti di buon trotto, lanciato verso la campagna verde e dorata della Piccardia. D'Amblanc lanci l'ultima occhiata alla grande magione dei Chastenet e a tutto ci che racchiudeva. Stava lasciando la vita che aveva sognato ed era certo che fosse la cosa giusta da fare. Non sapeva cosa avrebbe trovato a Parigi, ma, come aveva detto Carra prima di infilare il collo nel buco, voleva vedere come sarebbe andata a finire. Non se lo sarebbe perso per niente al mondo.
Sorrise a Jean, stretto fra lui e il vetturino, e questa volta venne ricambiato.

 Atto quarto
Termidoro
 
CONSIGLI AI SANCULOTTI
Parole di Jean-Etienne Despraux

Rivestiti, popolo francese
non ceder pi alle licenze accese
dai falsi patriotti.
Non creder pi che andare in giro nudo
sia un segno di virtudo.
Ors, rimettiti i culotti.

Distingui dunque l'uomo dabbene
dagli oziosi, dalle mille cancrene
e dai falsi patriotti.
Popolo onesto e indipendente
non mascherarti pi come un pezzente.
Ors, rimettiti i culotti.

Non giudicare dal vestito
dello stupido o dell'uomo istruito
n dei buoni patriotti.
Borghesi, possidenti, ricchi e mercanti
farebbero morire mille lavoranti
se andassero in giro senza culotti.

Non imitare pi di questi tempi
i popolari ciarlatani e malesempi
che saccheggiano i veri patriotti.
Dio fece l'industria e le mani
per fare vivere gli umani
e guadagnarsi i loro bei culotti.

Dell'uomo sostenete i diritti
ma senza offendere gli editti
siate buoni patriotti.
Concittadini, senza pi farvi pregare
celate ci che occorre celare
ors, rimettetevi i culotti.

 SCENA PRIMA
 Vale tutto
Agosto - settembre 1794 (fruttidoro, anno II)


I.

"Ci auguriamo che si difendano con ferocia".
Lo fin di leggere la frase e acciuff il manifesto per un angolo incollato male. Strapp via dal muro una striscia sottile e con essa la chiosa, quella che sempre concludeva gli annunci dei combattimenti.
"Ci auguriamo che si difendano con ferocia".
Lotte fra animali, non fra uomini. Doghi contro lupi contro cinghiali.
Il campione pi acclamato era un vecchio orso di nome Clodoveo, che si diceva avesse sconfitto persino una tigre.
I suoi incontri erano cos seguiti che si tenevano nell'arena di legno, quella per gli eventi pi grossi, da festa comandata, come le corse di tori alla maniera di Spagna.
Lo appallottol la carta con rabbia, la gett a terra e la spedi con un calcio a mollo in una pozza. Quindi sput l'acido che sentiva in gola, per scongiurare il malocchio di quelle parole scellerate.
"Ci auguriamo che si difendano con ferocia".
Deputati e consiglieri tuonavano a settimane alterne contro il circo alla barriera di Pantin, quella che tutti chiamavano "dei combattimenti". C'era chi si scandalizzava per un cane sventrato e chi si arrogava il compito di educare il popolo. A Lo fregava una cippa degli uni e degli altri, ma per certo, quel pomeriggio, non s'augurava che il suo avversario si difendesse con ferocia.

Il cortile era al numero 9, in via del Granaio alle Belle, proprio di fianco alla fattoria che dava il nome alla strada, poich da tempo ospitava non pi frumento, ma baldracche.
Era il campo delle grandi occasioni, per quanto gli incontri fra bipedi fossero meno popolari di quelli fra quadrupedi.
Gli spettatori erano gi in attesa: le prime due file in piedi, attorno a un quadrato approssimativo, disegnato per terra con un bastone e ribadto agli angoli da quattro sacchi di segatura. Subito dietro, appollaiati su carri e carretti, branchi di ragazzini, vagabondi e tutti quelli che non avevano soldi da scommettere. Alle finestre, le megere del palazzo, braccia incrociate sui davanzali, e in cima ai tetti altri bipedi, ma con le piume.
Un brusio crescente salut l'arrivo di Lo. Il pubblico dei combattimenti cominciava a riconoscerlo. La sua presenza era garanzia di spettacolo, buona tecnica e incontri prolungati, incerti, dove ci si poteva divertire ad aggiustare le puntate un minuto dopo l'altro. Bernard la Rana gli ordin di scaldarsi.
L'attenzione di Lo era rivolta alla dozzina di giovani dorati sul lato opposto al suo. Il loro lezzo appestava l'aria, ma i gecchi non s'erano vestiti col tipico sfarzo. Indossavano abiti pi comodi, meno vistosi, anche se il loro campione non aveva rinunciato alle nappe tricolori infiocchettate sotto il ginocchio, sull'orlo dei culotti biancomonarchici. Alcuni portavano sul bavero effigi di Robespierre rovesciate a testa in gi.
"Ci auguriamo che si difendano con ferocia", rimugin Lo, mentre Bernard la Rana andava a controllare che l'avversario fosse pulito da lame o altri arnesi, e i suoi secondi facevano lo stesso con lui.
Gli spettatori sollecitarono l'inizio della sfida con incitamenti, grida e qualche ritmico battimano.
Lo sciolse i muscoli di braccia e gambe di fronte a Bernard, che gli sibil poche parole:
- Sai cosa devi fare.
Lo alz la mano per segnalare che era pronto. Soncourt lo imit, scese un rapido silenzio.
- Andate! - grid una voce.
I due lottatori guadagnarono il centro del quadrato, agili sulle ginocchia, come compassi in cerca della giusta misura.
Appena l'altro gli arriv a tiro, Lo parti con un calcio basso alla tibia, ma di proposito non inclin il busto all'indietro. Soncourt, da bravo campione, par il colpo con la suola della scarpa e subito con l'altra gamba cerc il bersaglio che l'avversario gli offriva. La testa. Un calcio teso, ben portato. Lo riusc a contenerlo col braccio e ad agganciargli per un attimo la caviglia.
Giusto il tempo di replicare con una poderosa pedata nelle palle.
II pubblico grid sbigottito. La risposta canonica, in casi come quello, era uno sgambetto sul piede d'appoggio, per ridicolizzare l'avversario e inasprire la lotta. Ma Lo non aveva intenzione di inasprire alcunch. Agganci la testa di Soncourt, che si era piegato in avanti a stringersi l'inguine, e gli rifil una ginocchiata sul naso.
Soncourt gli si butt addosso con tutto il peso, rotolarono a terra. Lo si rialz. Soncourt rimase gi, le mani sui coglioni, il naso spiaccicato e grondante sangue.
I suoi lo soccorsero, provarono a tirarlo in piedi, ma la vertigine lo costrinse a inginocchiarsi. I secondi dovettero trascinarlo fuori dal quadrato.
L'incontro era finito.
La meraviglia del pubblico mont e svelta si converti in un ribollio di delusione.
Coitus interruptus-, alcuni non erano nemmeno riusciti a scommettere, altri avevano fatto appena in tempo a comprarsi una birra.
Meno male che i combattimenti nei cortili erano a ingresso libero, a differenza di quelli nell'arena. Altrimenti qualcuno avrebbe di certo preteso un rimborso.
I muschiatini, stretti intorno al loro campione, strillavano come pescivendole. Ingiurie all'italiano di merda e al suo popolo di truffatori. Minacce di ritorsione. Sputi.
Lo volt le spalle agli improperi e tracann un sorso di acquavite.
- L'incont'o va annullato! - sgol un merveglioso col tono da avvocaticchio.
Una pioggia di voci approv.
- Giusto!
- Ben detto!
-  da rifare!
- Ci ho rimesso due cucchi, sangueddio!
- Col zullo! - si opponevano altri, e gi intorno a Bernard la Rana si andava raggrumando un capannello di rimostranti, che sbracciava e scancherava e gonfiava il petto. L'uomo, impassibile, se ne stava seduto sul suo scranno a contare gli incassi, mentre Lo, protetto da quelli che avevano puntato su di lui, beveva alla salute del grande sconfitto.
I giovani pierculi, riavutisi dallo sconcerto, smisero di strillare e si mossero in schiera compatta per protestare con l'organizzatore dell'incontro. La calca per impediva loro di raggiungerlo e presero a farsi largo con i randelli.
Allora Bernard la Rana decise di alzarsi. La ressa si schiuse al suo passaggio come di fronte a una sposa, ed egli raggiunse il centro del cortile, dove il sangue di Soncourt impastava la terra.
- Chiediamo l'annullamento dell'incont'o, - lo affront il pi muschiato del gruppo quando se lo trov di fronte.
- 'ivogliamo i nost'i soldi, - fece eco un compare pi basso di una spanna.
- Il mio uomo ha vinto, il vostro ha perso, - li zitt Bernard. - Che c' che non vi torna?
- Un uomo non vince con un calcio nei dioscu'i, - protest l'altro. -  'oba da mocciosi.
- Dove credete di essere, a Londra? Qua non ci sono colpi proibiti.
Il muschiatino si gir verso la sua teppa.
- Sentito, compa'i? Niente colpi p'oibiti.
- Buono a sape'si, - comment ghignando uno del gruppo, mentre alzava il bastone. Gli altri lo imitarono minacciosi.
Lo osservava la scena rinvigorito dall'alcol. I muschiatini facevano sul serio, ma quando il loro capetto torn a girarsi verso Bernrd, si trov la canna di una pistola puntata verso le labbra.
Il lezzoso deglut. Ringalluzzito dalla superiorit numerica, trov il coraggio di parlare.
- In canna hai un colpo solo.
-  tutto tuo, - disse Bernard senza battere ciglio.
Nel silenzio che segui, il capoccia dei muschiatini fece le sue valutazioni.
- Ci auguRiamo che si difendano con feRocia! - sghignazz Lo in un brindisi solitario, levando la bottiglia al cielo.
Ma quello non era un pomeriggio fortunato per gli amanti dei duelli spettacolari, e i muschiatini, per coronarlo a dovere, decisero di battere in ritirata, senza costringere Bernard la Rana a premere il grilletto.


2.

La carrozza scendeva lenta lungo via San Giacomo. I due lati della strada erano invasi da botteghe ambulanti, ciascuna poco pi di una coperta stesa per terra, e lo spazio per le vetture era di molto ridotto.
D'Amblanc osservava stupito l'accozzaglia di merci. Non vi era criterio n mestiere riconoscibile. Quello che alla prima occhiata poteva sembrare un mercante di vini, accanto ai pochi fiaschi offriva pure tagli di cuoio, legna da ardere e un sacco di farina. Un ortolano cercava di piazzare scampoli di stoffa, un carbonaio decantava la qualit dei suoi pani di zucchero, mentre sua moglie grattava la ruggine da un mucchio di attrezzi da falegname.
Dopo tre mesi lontano da Parigi, D'Amblanc ancora si meravigliava di quelle fiere improvvisate. Sulle prime, al rientro da Soissons, si era lasciato ingannare: era come se la morte di Robespierre avesse cancellato d'un colpo i problemi di approvvigionamento della capitale. Solo dopo un paio di giorni, passeggiando per il suo quartiere, il dottore aveva capito il trucco. Nessun miracolo, soltanto il mercato nero che diventava bianco, gli accaparratori che mettevano le teste fuori dalle tane perch il gladio della legge non era pi li, affilato e pronto a mozzargliele.
Difatti, non  che le pance dei parigini fossero pi piene di prima. Le file davanti alle macellerie erano sempre lunghe e animose. Il pane si comprava con la tessera, il sale era razionato. D'Amblanc, durante le sue passeggiate, per ben due volte si era trovato a soccorrere cittadini svenuti in mezzo alla via, il corpo ormai roso dall'inedia.
Un pomeriggio, mentre se ne stava li ad assistere un vecchio, cinque bulli s'erano avvicinati per dirgli di lasciar perdere, perch quello era un noto ubriacone, uno che si sbronzava col miglior vino dopo aver pasteggiato con fricassea, involtini e ananas. Erano tipi tutti agghindati, coi capelli boccoluti e coperti di cipria. Uno indossava addirittura una vistosa parrucca. Avevano il collo fasciato di seta, baveri e camicie di colori sgargianti, fiocchi alle ginocchia, scarpe col tacco, guanti in pelle e bastoni da passeggio nodosi. Ostentavano la mancata pronuncia della erre.
- Inc'edibile, un alt'o ub'iaco, - ripetevano con voce chioccia e crasse risate, assai divertiti dalla geniale ironia di rinfacciare gozzoviglie a un morto di fame.
D'Amblanc ricordava di aver visto gente vestita a quel modo soltanto sotto i colonnati del Palazzo Egualit, ma in poco tempo si erano riversati su tutti i viali, come se fino ad allora fossero rimasti nascosti, in attesa di un segnale convenuto.
Il dottore ne scorse un drappello davanti al portone della chiesa di San Dima. Uno di loro s'era arrampicato su una scala. Gli altri, da sotto, gliela reggevano in posizione. Armato di mazzuolo, il tizio smartellava l'inscrizione sopra l'architrave: "Il popolo francese riconosce un Essere Supremo e l'immortalit dell'anima". Nel frattempo, lo stesso popolo francese scemava d'intorno, alzava gli occhi attirato dal rumore e poi li riabbassava indifferente, magari per dedicarsi al gioco pi in voga, quello di staccare dai muri brandelli di manifesti firmati da persone ormai decollate. Un Brissot si scambiava per tre Saint-Just. Un Danton per quattro Hbert.
Un secondo gruppetto azzimato lavorava di scalpello per grattare via dal muro di un palazzo le parole "o la morte" dopo la triade "Libert, Egualit, Fraternit". Poco oltre, una scritta recente, in vernice rossa, annunciava:

ARRIVA L'ARMATA DEI SONNAMBULI!

D'Amblanc si domand il senso dell'avvertimento. Forse una critica nei confronti del nuovo corso della rivoluzione?
La carrozza s'impunt in una brusca frenata e dovette accostare per consentire il passaggio ad altre due in direzione opposta. Anche il numero delle vetture era un aspetto nuovo della nuova Parigi: ne circolavano di pi, e i ricchi avevano ripreso a usarle persino per brevi spostamenti, come segno per distinguersi dal volgo.
D'Amblanc, invece, aveva noleggiato la sua per visitare un luogo appena fuori citt, troppo distante per recarvisi a piedi.
L'ospedale dei folli di Bictre.
Pochi giorni prima, di ritorno a Parigi, aveva trovato ad attenderlo una lettera del dottor Pinel, datata secondo il vecchio calendario, addi 9 di aprile 1794. Il collega, un medico stimato e molto attento, gli domandava consulenza rispetto al caso di un alienato, che sembrava capace di controllare la volont degli altri ospiti anche a distanza. Dalle parole del mittente non si capiva se quella distanza fosse da intendersi in senso spaziale - cio da lontano - oppure temporale - cio con effetto ritardato - oppure entrambe. Sia come sia, D'Amblanc si era affrettato a organizzare la breve trasferta. Aveva lasciato Jean nell'osteria sotto casa, a mondare verdure insieme alla cuoca, e sperava che il ragazzino selvaggio non scegliesse proprio quel pomeriggio per compiere una delle sue sortite.

- Purtroppo, il caso di cui vi scrivevo non  pi qui.
Philippe Pinel si accomod sulla sedia, raggrupp un mazzo di fogli battendolo due volte sulla scrivania, quindi lo gir e lo fece scivolare sotto gli occhi del collega.
D'Amblanc lesse l'intestazione, in alto al centro.

AUGUSTE LAPLACE
nato a Aurillac il 18 marzo 1752, di professione artista.
Ricoverato a pensione il 26 gennaio 1793.
Dimesso per fuga il 10 termidoro dell'anno II.

- Fuggito, come vedete. E in una maniera piuttosto singolare. I sorveglianti lo hanno lasciato passare convinti di avere di fronte... me.
- Voi?
- Si, proprio io. E vi assicuro che nessun travestimento pu aver ingannato quegli uomini, persone che mi frequentano pi spesso di mia moglie.
- Credete che sia ricorso al magnetismo?
- Questa  una domanda che avrei preferito rivolgervi io stesso. Come sapete, non sono un ammiratore delle dottrine di Mesmer. Ho fatto pratica da un suo discepolo, quand'era di moda, e ne ho ricavato soltanto qualche incontro galante.
D'Amblanc storse la bocca di fronte al clich del magnetista seduttore. Pens agli sforzi compiuti per non confermarlo. Pens alla nuca e alle spalle della signora Girard...
- A ogni modo, - continu Pinel, -  evidente che Auguste Laplace aveva un potere di suggestione fuori del comune, che lo si attribuisca o meno al fluido universale.
D'Amblanc si arm di taccuino e matita, scrisse due righe di appunti, domand lumi sulla questione del controllo a distanza. Pinel spieg che gli alienati agivano sotto l'evidente influsso di Laplace anche quando questi non era presente. Paragon i suoi ordini a ordigni, piazzati nell'animo altrui e capaci di esplodere giorni pi tardi, come innescati da una scintilla invisibile. Quindi espose i fatti salienti che aveva osservato o che gli avevano riferito, e al termine della prolusione invit il collega a leggere il fascicolo dell'alienato, dove senz'altro avrebbe trovato ulteriori dettagli.
D'Amblanc torn a fissarne l'intestazione.

AUGUSTE LAPLACE
nato a Aurillac il 18 marzo 1752, di professione...

Aurillac.
D'Amblanc batt l'indice sul nome.
Aurillac. Sul Massiccio Centrale. In Alvernia.
- C' qualcosa che non va, cittadino? - chiese Pinel.
O meglio, in quella che prima della rivoluzione era la provincia d'Alvernia, e adesso era suddivisa nei dipartimenti del Poggio Domo e del Cantal.
Dipartimento del Cantal. Capoluogo: Aurillac.
Dove D'Amblanc e la sua scorta erano pronti a condurre il prete Clment per consegnarlo alla giustizia.
- Cittadino...
Clment che aveva abusato di una ragazza in stato di sonnambulismo. Sonnambulismo che si manifestava in modo ricorrente, anni dopo le... cure magnetiche ricevute.
A distanza.
Aurillac, luogo di nascita di Auguste Laplace.
Un folle. Alverniate. Esperto di controllo a distanza.
D'Amblanc pens a Jean del Bosco. Prima orfano. Poi nobile. Poi il suo benefattore se n'era andato a Parigi. Pochi giorni dopo, Jean si era trasformato in un selvaggio.
Pochi giorni dopo.
A distanza di tempo e di spazio.
Un ordine che esplode nella testa come un ordigno.
Senti il palato farsi asciutto come polvere. Deglut a fatica.
- Questo Auguste Laplace, - domand, - aveva con s una carta civica che ne attestasse l'identit?
- Nel fascicolo non l'ho mai vista, - dichiar Pinel, la fronte corrugata. - Ma i pensionanti come lui entrano con una semplice richiesta di ricovero firmata da un medico.
D'Amblanc domand se fosse possibile esaminare la richiesta di ricovero del cittadino Laplace.
- Perch vedete, - aggiunse, - il caso che mi avete descritto ricorda quello di un alverniate, il cavaliere d'Yvers. Un uomo capace di condizionare gli individui contro la loro stessa volont, e forse persino a distanza. Di lui so soltanto che venne a Parigi nell'89, per gli stati generali. Non un folle, ma uno che potrebbe aver trovato rifugio in un ospizio per folli.
- Di certo non era un alienato come tutti gli altri, - ammise Pinel. Quindi si alz. - Vado a chiamare il governatore Pussin, - disse mentre gi apriva la porta.
I suoi passi affrettati echeggiarono nel corridoio.
Orphe d'Amblanc si gett a capofitto sul fascicolo di Auguste Laplace.


3.

L'interno buio faceva somigliare il vecchio magazzino alla stiva di una nave. L'uomo in nero, che non si faceva pi chiamare Laplace, segui con gli occhi La Corneille mentre camminava saltellando lungo il perimetro, accendendo i candelabri con un mozzicone di cera. La luce era importante. Il suo scranno era l'unico punto illuminato dello stanzone. Su una sedia impagliata, pi in basso, tra lui e il pubblico, sedeva Malaprez. Il bruto biondastro riposava composto, le braccia sulle cosce, la schiena arcuata. Guardava il nulla davanti, e respirava rumorosamente.
Ora che la luce delle candele mandava ombre lunghe sui muri, il cavaliere d'Yvers pens che chi entrava avrebbe avuto l'impressione di accedere alla cripta di un chiesa antica.
Anche questo era un effetto studiato. Il mistero, il sacramento che si compiva aveva a che fare con un nuovo ordine del mondo.
Poich era il tempo della Grande Parodia, i primi guerrieri contro la barbarie dell'uguaglianza non potevano che sorgere dalla stessa schiuma, dalla stessa acqua di scolo dei giacobini.
La feccia fece il suo ingresso. La Corneille doveva averli indottrinati, perch muschiatini e altri reietti della borghesia si muovevano con attenzione, circospetti, come se avessero deposto l'arroganza fuori della grotta iniziatica. Quegli esemplari sfoggiavano il loro pomposo, ridicolo vestiario. Salutavano e si sedevano, si guardavano intorno, parlottavano in un brusio costante ma non scomposto n sguaiato. Prima delle funzioni, i fedeli in una chiesa di campagna avrebbero tenuto forse il medesimo comportamento.
La scenografia, per semplice che fosse, funzionava. Ogni potere ha bisogno di una forma di gloria, di apparato teatrale, di trombe e ori e stucchi. Come le vasche e le armoniche a bicchieri e gli accessi convulsionari ai tempi della voga mesmerista. La penombra, le luci, la prospettiva, l'aura misterica, stregonesca: gli elementi adatti alla messinscena di quei giorni convulsi.
Una volta, nella cattedrale di Chartres, Yvers aveva avuto una conversazione con un vecchio prete. Aveva percorso il labirinto sul pavimento della navata centrale, e osservava dipinti e vetrate. Il prete gli si era avvicinato e lo aveva invitato a guardare ci che raramente attirava l'attenzione. Aveva indicato col dito una sezione oscura. Una pletora di figure antiche, bassorilievi romanici. Insignificanti rispetto allo splendore di altri apparati: estasi di santi, le sofferenze del Salvatore... Il prete invece indic una figura di acrobata, un saltimbanco. Si reggeva su palmi e avambracci e guardava chi lo guardava. Il corpo, in alto, era inarcato in modo che la verticale si tramutasse in una curva, le gambe piegate, i piedi che toccavano la testa. Da una prospettiva diversa, il corpo si sarebbe potuto inscrivere in un cerchio. Uroboro umano.
Il vecchio prete lo preg di riflettere sul senso di quel che vedeva, e di tenere presente che il saltimbanco stava per la perfezione. La condizione di chi vive pienamente nella grazia, e la condizione nella Gerusalemme celeste.
Ora Yvers capiva che quel saltimbanco era un'istruzione diretta. La condizione dei corpi non guidati da una volont pura e ferrea non era propriamente umana. Se l'uomo  immagine di Dio, allora la perfezione  la tendenza di chi  veramente uomo. Chi non tende volontariamente alla perfezione  buono solo come strumento, non dissimile da un animale, selvaggio o domestico. Soprattutto, la perfezione ginnica dell'acrobata nascondeva una profezia. La posa alludeva a un ciclo, a una rivoluzione, a un compimento. La stasi, l'inerzia della pietra ne rivelava l'equilibrio e riusciva altres a evocarne il movimento.
Ora i piedi stavano pi in alto della testa, e occorreva trattare con gli strumenti che il destino gli poneva di fronte: i rivoltanti e promettenti esemplari di muschiatini che La Corneille aveva radunato.
Di tutta la progenie mostruosa vomitata dalla rivoluzione, quei figli delusi erano i pi interessanti, pens Yvers. Chi sa cosa rimproveravano ai loro padri. L'aver creduto di poter vivere senza un sovrano, ed essere finiti, per questo, impoveriti. Erano figli di artigiani e commercianti. O magari di qualche funzionario.
Sei tappezziere o ebanista o commerci vino e formaggi e ti vedi sopravanzato, o minacciato, da qualche pezzente che crede di aver trovato la voce solo perch si strepitano parole d'ordine. Non si era parlato di questo, quando si cianciava di virt repubblicane.
Se sei funzionario, poi, nessuno tocchi la divisa. Tu per un po' ti accodi, ma questi vogliono la tua stessa quantit di piaceri, stesso vino e formaggio e copulare pi di ogni tanto, e scopri che tu sei tu perch sei diverso da loro. Uguaglianza dei piaceri? Non sia mai detto.
O forse uno dei tuoi, un fratello,  crepato al fronte per difendere la vostra, la loro cosiddetta patria. Ogni potere ha bisogno di gloria, del resto, a maggior ragione se si tratta di un potere illegittimo. Il sacrificio umano ne  il culmine. Credi alle sirene, ne intendi le voci e ti fai irretire da un canto ambiguo, e poich senti parlare di ragione ti atteggi a scimmia razionale, perch speri convenga agli affari. Ma in simili temperie, caro muschiatino, prosperano solo i delinquenti, quelli veri, di vocazione. E oltre a una simile vocazione devono averne altre, di doti, e cos si vede che la rivoluzione ha giovato agli affari di ben pochi. Tutti delusi, tutti pronti alla reazione.
Yvers studi il pi eminente dei convenuti, mentre La Corneille spendeva il fiato in un pistolotto introduttivo.
Il vestito del muschiatino rifletteva delusione, rancore, una maldestra utopia. Il lezzo adatto a una meretrice, odore di disagio simile a una ferita. La ferita in suppurazione, la Francia, impegnata in un folle tentativo di igiene. Pile di teste, maschere sogghignanti, e quei muschiatini, eroi adatti ai tempi, giovent dorata, Ragazzi-gloria, Incredibili, Mervegliosi, teppa sgargiante. Vermi brulicanti entro le proprie stesse ferite. Cosi era quella l'idea di nobilt prevalente tra quei figli delusi. Una parodia. La fazione perdente, quella dei sanculotti, dei democratici, una volta sacrificati gli uomini di spicco, ora doveva guardarsi dall'imitazione di una nobilt decaduta, logora, che si diceva incarnasse una reazione.
Yvers doveva, o meglio voleva, per necessit di teatro, additare ai capi dei muschiatini scopi e obiettivi, adombrare una strategia, come se ne esistesse una al di l dell'esperimento, della prova che avrebbero presto subito.
Prima di avere una strategia, per, occorreva la massa di manovra. Indurre i molti ad abdicare alla volont in modo volontario  un risultato che si pu ottenere se si dispone della retorica giusta, ma soprattutto se l'idea che ti muove  vera. I muschiatini non avevano nulla a che fare con l'idea di ordine che l'antico regime, anche nei suoi giorni pi vili, aveva incarnato. Erano loro la rivoluzione: il precipitato dell'insensatezza, della follia. L'aggressivit e il vittimismo li rendevano truppa provvidenziale. Progenie imperfetta, le loro azioni insensate avrebbero preso forza all'interno di una Visione. Che altro  una redenzione, se non questo?
E la strategia che avrebbe delineato era questa: attaccare il serbatoio del popolino, l'utero che aveva partorito tanti sanculotti e stracciaculi, il fomite dello scandalo dell'eguaglianza, che non conviene a nessuno come ogni buon muschiatino sa e dimostra di sapere. Ma non sezioni o luoghi di ritrovo politici: colpire l dove la marmaglia vive.
La parola marmaglia aveva divertito i signori muschiatini. "Si, quella dannata ma'maglia, pa'ola mia!"

- Ed ecco come faremo.
Yvers si leva in piedi e la piccola folla ammutolisce, rassicurata dal vino. Compie qualche passo studiato verso Malaprez. Traccia un gesto davanti al volto del compagno e sussurra qualche parola inudibile.
Malaprez fa s con il capo e si leva in piedi a propria volta.
Accorre saltellando La Corneille, mulinando un bastone, una luce fredda e infantile negli occhi.
Vibra un colpo sulle reni di Malaprez, poi uno sul costato, secchi, sonori. Colpisce le gambe, finch l'uomo in nero non fa cenno di smettere.
Malaprez  impassibile.
L'uomo in nero guarda la folla. Schiuma. Magnifica teppa. Hanno capito. L'invincibilit, anche imperfetta, anche solo apparente, mera insensibilit al dolore, li attrae, li cattura.
La Corneille stringe mani, si stappa una bottiglia. Questi capibanda, questi signori teppisti sono pronti a coprirsi del manto di gloria che possono permettersi.


4.

L'orologio a parete non ebbe il tempo di finire i rintocchi che gi le operaie si muovevano verso l'uscita in un brusio di chiacchiere ed espressioni di sollievo. Quando si senti chiamare per nome, dalla soglia dello stanzino dove il padrone trascorreva la giornata a far di conto, Marie ebbe un brutto presentimento. Raccolse la propria sacca e raggiunse Duval nello stanzino che puzzava di chiuso.
L'unica sedia era quella su cui stava seduto lui, dietro uno scrittoio tarlato. Marie rimase in piedi davanti a quel volto secco, senza et. Al solito, gli occhi piccoli dell'uomo tornarono a scrutarla dalla testa ai piedi, mentre faceva oscillare la testa, come se annuisse a un pensiero che teneva per s.
- Dunque per voialtre la festa  finita, - disse in tono compiaciuto.
Marie lo fiss senza capire.
La testa oscill ancora.
- Mi sono informato sul tuo conto, Marie Nozire. Ho alcuni amici al comitato di sicurezza generale. Sei una testa calda, amica di controrivoluzionarie. Vivi in casa di una di loro, che marcisce in galera -. Tamburell con le dita sul banco. - Cosi eri una di quelle che volevano portare le brache e combattere come gli uomini.
Si alz e sovrast Marie in tutta la sua altezza, passandosi una mano sul ventre. Fece due passi fino alia minuscola finestra da cui lo stanzino prendeva luce. Marie avverti il puzzo di sudore rancido provenire da sotto il cappello che il padrone non toglieva mai. Lo sguardo prese a vagare, come volesse evadere da quello spazio angusto. Vide un calamaio con una penna d'oca spelacchiata; una pila di fogli unti; un tampone; un libro contabile, su uno scaffale; uno scarafaggio che si arrampicava lungo il margine del muro...
- Se ti saltasse in mente di mettermi le donne contro, - disse Duval, - be', finiresti male. Non voglio rogne con voialtre.
Il guizzo che Marie avverti nei suoi occhi non le piacque per nulla. Doveva andarsene, ma per qualche ragione non riusciva a farlo, si sentiva bloccata, era il peso di un ricordo che lottava per risalire il pozzo dove giaceva da anni.
- Guarda, - disse Duval indicando il vetro sporco.
Marie sbirci fuori.
Nel vicolo stazionavano tre uomini. Parlottavano tra loro, lunghe pipe in bocca e facce torve da malfattori.
- I miei procuratori, - disse Duval con un ghigno. Marie non capi cosa intendesse, ma seguit a restare zitta. - Guardali bene. Se pianti rogne, dir che ti diano una ripassata. Non vanno tanto per il sottile, sai?
Marie senti lo stomaco stringersi fino a diventare una noce. A stento trattenne un conato di vomito. La voce seguitava a non uscirle, il ricordo aveva raggiunto la superficie e stava occupando la sua mente, senza pi freni.
- Oppure puoi vedertela con me, - soggiunse Duval scivolandole alle spalle. - Io sar pi gentile di loro.

Lei era giovane, giovanissima, e completamente sola, come adesso. Anche allora era uno stanzino. Un ripostiglio. Poca luce, odori forti, la sensazione di soffocare. Il padrone spesso era gi li dentro che l'aspettava, oppure le ordinava di entrare e la seguiva dappresso. Poteva succedere in qualsiasi momento, quando lui ne aveva voglia. Gli altri domestici lo sapevano o avevano intuito, ma fingevano, rassegnati pi di lei. Nessuna serva si era mai ribellata. Nemmeno lei l'aveva fatto. E aveva pagato il prezzo pi alto: una vita non desiderata che le cresceva dentro, l'allontanamento, la clausura nel convento in una citt gigantesca, spaventosa.
Duval si appoggi dietro di lei e le strinse forte il seno con le mani.
Le mani del padrone, che toglievano l'aria, lo spazio, la voglia di vivere. Duval si abbass appena sulle ginocchia e spinse con le anche.
Marie si riscosse. Gli piant un gomito nello stomaco e si volt di scatto. Era molto pi alto di lei e le stava addosso. Duval imprec, mentre le immobilizzava le braccia. La schiacci con tutto il peso contro la finestra e prese ad alzarle la sottana. Marie lo azzann alla spalla. Strinse come avrebbe fatto un cane rabbioso, sentendo il tessuto della camicia cedere sotto i denti insieme alla carne. Duval ringhi e fu costretto ad allentare la presa, quanto bast a Marie per scivolargli sotto le gambe. Lui la trattenne per i capelli, sbattendola contro il banco. Marie afferr il calamaio e glielo spacc sulla testa. L'inchiostro inond la faccia contorta di Duval, chiudendogli un occhio, ma con la sua mole occupava ancora tutto lo spazio della porta.
Marie calci dritto con lo zoccolo di legno, colpendo in mezzo alle gambe.
Duval si accasci in ginocchio, ululando bestemmie. Lo sguardo di Marie cadde sulla sacca, finita sul pavimento. L'agguant e ne trasse i ferri da maglia. Li tenne entrambi nel pugno in modo che le spuntassero tra le dita. Duval se li trov a un pelo dall'occhio sano. L'ansimare di Marie li faceva oscillare appena, producendo piccoli graffi sopra lo zigomo del padrone, che rimase immobile, mentre lei lo scavalcava e raggiungeva la porta. Lui sput sul pavimento un grumo di saliva, sangue e inchiostro.
- Ti faccio ammazzare, saloppa maledetta... - sibil tra i denti, mentre ancora si teneva una mano in mezzo alle gambe.
Marie ascolt quelle parole e si accorse che non gliene importava. I giorni da serva erano finiti per sempre. Sarebbe stato cos anche se non ne fossero seguiti altri. Questo le dava una forza che nessuno poteva toglierle e sapeva che Duval glielo leggeva in faccia.
Strinse la sacca e arretr, tenendo ancora i ferri sguainati. Usc dalla fabbrica di bottoni per non tornarci mai pi.
Pass accanto ai tre ceffi ai quali Duval aveva minacciato di darla in pasto. Cammin spedita fino all'incrocio e solo dopo che ebbe svoltato l'angolo diede di stomaco. Dovette appoggiarsi al muro per non cadere. Le gambe non volevano sostenerla, ma le forz a farlo.
Non aveva detto una parola. Non un grido. Come nel ripostiglio, tanti anni prima. Ma il padrone non era lo stesso padrone. E nemmeno lei era pi la stessa.


5.

La carne di maiale rosolava sulle braci, gocce di grasso risvegliavano piccole fiamme.
L'orologio di San Palpano segnava le quattro, ma Bernard la Rana non dormiva. Chino davanti al fuoco, girava lo spiedo, pensando all'ultima volta che aveva cucinato un arrosto cos. Roba di quando era ancora viva sua moglie. Adle dormiva nell'altra stanza. Non aveva voluto svegliarla a un'ora cos tarda, preferendo arrangiarsi con la brace.
Quella notte, un colpo di fortuna. Erano ancora in pochi, alla fila per il carbone - Bernard, quattro megere e un vecchio rimbambito - quando dal vicolo era sbucato un gecco che si guardava intorno a sparaguai. L'uomo teneva sulle spalle una carcassa. Fossero stati altri tempi, lo si poteva prendere per un assassino che cercasse dove nascondere il cadavere della vittima. Ma visto l'andazzo degli ultimi mesi, nessuno s'era fatto venire il minimo dubbio: quello era un macellaio che aveva preso accordi con un qualche gianfotti per portargli a casa un intero porcello, invece di venderlo al mercato al prezzo stabilito.
Corrergli dietro e incantonarlo era stato facile, ma poi il gecco s'era mollato il porcello dietro le spalle e per difenderlo aveva estratto una canna, che per non gli era servita a tenere lontano i calci di Bernard e la famigerata "mossa della rana" alla quale si doveva il suo soprannome: entrambe le mani appoggiate a terra, per spingere le gambe con pi forza sulla faccia e sul petto dell'avversario. Un colpo che sembrava preso a prestito pi dagli asini che dai batraci, ma il prestigio del lottatore aveva impedito a chiunque di paragonarlo a un somaro.
Il gecco era finito con il mento sul porfido, di fianco ai lardi del suo caro porcello. Quindi Bernard s'era fatto portare un coltellaccio e aveva fatto in pezzi la carcassa seduta stante, tenendo per s la parte del leone. N il vecchio n le donne se l'erano sentita di protestare.
Giunto a casa, aveva deciso di ritardare il suo secondo sonno per prepararsi uno spuntino come si deve, altro che pane e cipolla.
Ora l'arrosto era quasi pronto. Bernard controll la cottura con un forchettone. Mentre cercava il coltello per tagliare un primo assaggio, senti passi pesanti sulle scale di fuori e, come faceva sempre in quei casi, agguant il candelabro e and ad aprire la porta per dare un'occhiata.
Un uomo grondante d'acqua, i capelli incollati alla fronte e le scarpe coperte di fango scendeva nel sottano. Si volt verso la luce e Bernard lo riconobbe.
- Che hai combinato? - domand.
- Un bagno nella Senna, - rispose Lo balbettando per il freddo.
- Per smaltire la sbronza?
- Per non farmi ammazzare.
Bernard alz il candelabro sopra la testa e guard meglio l'italiano. Tremava come un cencio steso in un giorno di brezza.
- Vieni dentro e togliti quella roba, - gli disse. - C' il fuoco acceso.
Mentre Lo si spogliava e strizzava i vestiti sul pianerottolo per non infradiciare tutta la stanza, Bernard gli lanci una coperta. Tolse l'arrosto dal fuoco e lo ravviv con gli ultimi sterpi rimasti in fondo alla cassa.
Lo avvicin una sedia al camino e ci si annid come un piccione bagnato, il panno tirato su fino alle tempie. Toss e sput sul pavimento, per non infierire sulla fiamma timida che dava almeno un'impressione di calore. Bernard la Rana gli porse una forchetta con un bel pezzo di carne.
- Gli amici di Soncourt, - spieg Lo masticando. - Quando sono arrivato alla Porta San Martino, erano l ad aspettarmi.
- Tutta la ghenga? - chiese Bernard.
- Una decina. Con mazze e lame. Ho provato a sfumarmi per i vicoli del quartiere, ma ogni volta che svoltavo, me ne trovavo due di fronte. Alla fine, mi sono scapicollato al ponte di Nostra Signora.
- E ti ci sei nascosto sotto?
- Al contrario, l'ho imboccato. Una met m' venuta dietro, gli altri han preso il ponte del Cambio per aspettarmi sulla sponda opposta. Mi sono messo tra due fuochi. L'ho scampata saltando in acqua. Se poi sapevo anche nuotare era la fuga perfetta. Invece ho rischiato di annegare -. Il ricordo dell'impatto con l'acqua del fiume scaten un brivido nel corpo di Lo. - Non avresti un po' di vino? - domand al padrone di casa.
Bernard apr la credenza e gli vers un mezzo bicchiere di rosso. Quindi sedette di fronte al camino, come dovesse riflettere su qualche oscuro dilemma.
-  per la faccenda di Soncourt, - disse Lo in tono amaro, prima di tracannare il vino.
Bernard assunse un'espressione torva, accentuata dalle ombre che il fuoco gli proiettava sul viso.
- Le cose sono cambiate. Sarebbero cambiate anche se non conciavi Soncourt. Ora che il gatto  stato accoppato, i topi vengono fuori dalle fogne e si mettono a ballare. Quella gente vuole prendersi le strade. E sulla strada ci sei tu.
Lo dovette reprimere la rabbia e la frustrazione che gli salivano in gola.
- Cosa dovrei fare? Nascondermi? Andarmene? - domand esasperato.
- Non hai molta scelta, - rispose Bernard rimestando le braci con l'attizzatoio. - Come contro Soncourt. O rinunci e sparisci, oppure li metti sotto prima che loro mettano sotto te.
- Fare la guerra uno contro cento? - ribatt Lo. -  una follia.
- Infatti non te lo consiglio. Fossi in te farei fagotto e me ne tornerei in Italia.
Lo rimase colpito da quelle parole. In un attimo si ritrov davanti a Mingozzi, nella tenuta del conte Albergati. Il vecchio mentore gli dava il viatico che l'avrebbe portato a Parigi, sulle tracce di Goldoni, in realt in fuga dalla sventura.
Bernard si avvicin al candelabro e spense tre fiammelle su quattro. Le candele distribuite dalla sezione bruciavano in fretta, e una volta finite, non c'era garanzia di trovarne altre.
- Io me ne vado a letto, - annunci. - La pancia piena mi ha fatto venir sonno. Quando hai finito di scaldarti, spegni tutto e chiudi la porta.
Lo annu, mentre fissava le braci come per trarne un vaticinio.
Cinque minuti pi tardi dormiva stravaccato sulla sedia.

Estratto da
"CORRIERE REPUBBLICANO"
Decad 20 brumaio, anno III della Repubblica (lunedi, 10 novembre 1794)

Ieri sera, a Palazzo Egualit, s'era sparsa la voce che la societ dei giacobini echeggiava di mozioni incendiarie contro i rappresentanti della nazione e che si discuteva il modo di sottrarre alla giustizia Jean-Baptiste Carrier, il pi sanguinario di tutti i terroristi, responsabile dei massacri di Nantes e della Vandea.
Gli spiriti si scaldano, l'indignazione  al culmine e, all'istante, una colonna considerevole di cittadini, che presto s'ingrossa lungo il cammino, si porta verso il luogo delle sedute della societ, al grido di "Viva la Convenzione!" e "Abbasso i giacobini!"
Si penetra all'interno e qualche donna, tra le cosiddette devote di Robespierre, viene schiaffeggiata e pure scudisciata, mentre le altre scappano lanciando alte grida.
All'interno della societ, la cittadina Crassous sviene, il presidente si nasconde, ma tutto ci non impedisce al tumulto di aumentare. Si lanciano pietre che rompono i vetri e rotolano nella sala.
La societ fa una sortita; si combatte alla porta con esito incerto. I giacobini fanno pure dei prigionieri e li mettono sotto la propria protezione, sistemandoli a fianco del presidente con un berretto frigio in testa. Nel mentre, alcuni associati si dnno alla fuga con le donne, e sono accolti dal popolo con grida, costretti a marciare tra la folla, in mezzo a un corteo di tre o quattromila persone che li coprono di obbrobri. Per evitare le frustate, le devote giurano di non essere della societ, mentre i giacobini ricevono qualche schiaffo e calcio in culo di passaggio.
Questa scena tragicomica  terminata grazie all'intervento dei rappresentanti del popolo, giunti in pompa magna, accolti da attestati di rispetto per la Convenzione nazionale.
I deputati hanno arringato il popolo e gli hanno fatto osservare che la costituzione consente la riunione delle societ popolari. La risposta  stata che nessuno ne voleva alle societ, ma solo ai giacobini, uomini sanguinari, sempre in rivolta contro la Convenzione, pur fingendo di rispettarla e obbedirle.
Grida di "Viva la Convenzione" si sono di nuovo fatte intendere per ogni dove.
I rappresentanti, soddisfatti, hanno invitato i cittadini a ritirarsi e un istante dopo tutto era calmo.
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FINE Parte 3.